Quando si pensa all’Alaska – oggi uno dei 50 stati degli usa – si immagina una terra legata alla storia e alla cultura americana. Eppure, fino alla seconda metà dell’Ottocento, questo immenso territorio era una colonia della Russia zarista, fondata verso la fine del Settecento e venduta a Washington soltanto nel 1867.
La storia insegna che le ex colonie conservano spesso tracce profonde del Paese che le ha dominate: in Brasile si parla portoghese e prevale la confessione cattolica, in Canada la lingua dominante è l’inglese e il sistema legale deriva dal modello britannico, mentre in Africa occidentale è diffuso il francese e si usa il franco cfa. Ma quali segni ha lasciato la dominazione russa in Alaska?

La russofonia nella Last Frontier

Anzitutto, in Alaska non è raro imbattersi in chiese ortodosse, diffuse soprattutto nelle regioni meridionali. In alcune parrocchie si utilizza ancora l’antico slavo ecclesiastico come lingua liturgica, mentre inni e preghiere vengono spesso recitati in russo. Anche la toponomastica tradisce i profondi legami storici con la Russia: lo dimostrano nomi come Nikolaevsk, Ninolski, Ouzinkie e Baranof. Altri toponimi, pur essendo in inglese, rimandano esplicitamente all’ex madrepatria, come la cittadina di Russian Mission, ex avamposto commerciale fondato nel 1842 dalla Compagnia russo-americana.
Il lascito linguistico della colonizzazione, tuttavia, è meno evidente. La stragrande maggioranza della popolazione parla inglese come idioma materno e non conosce il russo. Ciononostante, esistono ancora tre distinti gruppi russofoni in Alaska, giunti negli Stati Uniti d’America in epoche e circostanze differenti.
Un primo gruppo è costituito da immigrati arrivati a partire dagli anni Novanta del secolo scorso per motivi prevalentemente socioeconomici, provenienti non solo dalla Russia ma anche da Ucraina e Bielorussia. Essi vivono soprattutto nei principali centri urbani, come Anchorage e Fairbanks.
Altri gruppi russofoni si erano stabiliti in Alaska alcuni decenni prima, principalmente tra gli anni Sessanta e Settanta, spesso per sfuggire al regime sovietico. Si tratta in particolare delle comunità dei Vecchi Credenti, un movimento religioso scismatico nato nello Zarato di Russia del XVII secolo e tuttora contrario alle pratiche e alle riforme della Chiesa ortodossa moscovita.

russi in alaska
Chiesa dei Vecchi Credenti a Nikolaevsk.

Il caso più eclatante è quello di Nikolaevsk, villaggio della penisola di Kenai fondato dai vecchi credenti negli anni Sessanta. Ancora oggi il 67,5% degli abitanti ha origini russe, mentre il 66,57% afferma di parlare il russo in casa con i propri familiari. Addirittura, il 5,52% ammette di non saper conversare in inglese in modo adeguato.
Infine, vi è una minuscola minoranza russofona che affonda le proprie radici nel periodo della colonizzazione russa. Si tratta dei creoli dell’Alaska, ovvero di persone provenienti da famiglie miste, frutto della mescolanza tra nativi (soprattutto donne) e coloni russi (in maggioranza uomini).

I creoli di Ninilchik

Durante la dominazione zarista, circa un migliaio di russi si trasferì nelle terre oltre lo Stretto di Bering, all’epoca abitate da alcune decine di migliaia di appartenenti alle popolazioni indigene. Nelle famiglie miste il russo prevaleva come lingua d’uso quotidiano e, durante il periodo della colonizzazione moscovita, costituiva la lingua franca della regione.

russi in alaska
La Holy Transfiguration of Our Lord Church a Ninilchik. Il nome della cittadina è anche quello della tribù locale: deriva dalla russificazione del termine originale Niqnalchint.

I creoli erano figure di rilievo nella società coloniale: spesso lavoravano come commercianti, navigatori o impiegati della Compagnia russo-americana, che governava la colonia per conto di San Pietroburgo. Anche i nativi che non si mescolarono con i russi subirono comunque l’influenza culturale della madrepatria, soprattutto sul piano religioso, poiché molti decisero di convertirsi al cristianesimo ortodosso. Diverse lingue indigene, come l’aleutino, conservano tuttora prestiti linguistici dal russo.
Nel 1867 il territorio fu ceduto dalla Russia agli Stati Uniti d’America in cambio di 7,2 milioni di dollari. L’inglese divenne la nuova lingua ufficiale, soppiantando rapidamente il russo come lingua franca. Alla fine del XIX secolo, poi, decine di migliaia di coloni anglofoni giunsero in Alaska, attratti principalmente dalle miniere d’oro, diventando la maggioranza della popolazione. I creoli, un tempo privilegiati, persero la loro posizione sociale e furono considerati dalle autorità statunitensi alla stregua dei nativi, trattati come cittadini di seconda classe.
Per diverse generazioni il dialetto russo dell’Alaska – conosciuto dai parlanti come “vecchio russo” – continuò a essere parlato in alcune località, in particolare nei villaggi della Penisola di Kenai e sull’Isola di Kodiak. Il villaggio di Ninilchik, fondato nel 1847 da coloni russi, è stato il luogo in cui questo idioma si è conservato più a lungo.
Grazie al relativo isolamento, per molti decenni gli abitanti ebbero pochi contatti con la popolazione anglofona. L’anglicizzazione iniziò soltanto nel 1911, con l’apertura della prima scuola locale che rese i bambini bilingui. Tuttavia il definitivo passaggio linguistico si completò solo dopo la Seconda guerra mondiale. Diversi fattori contribuirono: il servizio militare e gli anni trascorsi al fronte rafforzarono la conoscenza dell’inglese; l’istruzione primaria diffondeva il bilinguismo; i contatti con il resto dell’Alaska aumentarono grazie ai nuovi mezzi di trasporto; infine, molti abitanti iniziarono a spostarsi per motivi di lavoro in ambienti prevalentemente anglofoni.

russi in alaska
Joe e Selma Oskolkoff sono due anziani russofoni di Ninilchik.

Nel giro di una generazione l’inglese divenne la lingua madre, mentre il russo rimase parlato solo dagli anziani. Le ultime generazioni cresciute in famiglie russofone nacquero tra gli anni Venti e Trenta del Novecento. Oggi restano appena una ventina di parlanti a Ninilchik, e pochi altri sparsi nel resto dello Stato, tutti ormai tra gli 80 e i 90 anni. Questo dialetto rischia a breve di estinguersi definitivamente.