Periodicamente lo spettro della pestilenza (o del più aggiornato spillover) viene a turbare la nostra quotidianità, costringendo anche i non addetti ai lavori a informarsi, farsi un’opinione ed eventualmente cercare risposte. Si tratti di Ebola, Marburg, Nipah, Hendra, Zika, Hanann, febbre di Lassa, Mers, antrace, peste, SARS-CoV e SARS-CoV-2 (universalmente noto come Covid 19), toxoplasmosi, H5N1e H7N9 (aviaria), eccetera, malattie per lo più trasmesse da animali (roditori, chirotteri e uccelli, ma anche dai cammelli)…
L’ultimo arrivato – ma presto dimenticato, almeno per ora – è il virus da crociera, l’hantavirus delle Ande. Con varie, successive denominazioni: Orthohantavirus andesense, Andes orthohantavirus… Considerato ad alta mortalità (uno su tre contagiati) è l’unico hantavirus finora noto in grado di diffondersi per trasmissione da persona a persona. 1)
Senza per questo trascurare la diffusione di altre malattie infettive più local e meno inquietanti. Si parva licet, vedi sulle nostre colline e montagne venete, dai Berici alle Feltrine: aumento esponenziale di zecche (e quindi rischi di encefalite o TBE, oltre che di borelliosi o malattia di Lyme) e zanzare anche di giorno (febbre del Nilo).
Ma allora che fare? Sterminare tutti i potenziali portatori sani di virus e affini col DDT? Ridurre l’ambiente a poche specie selezionate e sotto controllo?
Sarebbe probabilmente un errore. Infatti insieme alle specie portatrici di malattie (o comunque pericolose per l’uomo), verrebbero sterminate tutte le altre. E, visti i precedenti, è probabile che le specie nocive – dal punto di vista umano, beninteso – siano proprio quelle più resistenti, più adattabili. Pronte a occupare, proliferando, ogni nicchia rimasta sguarnita.

Gli studi

Tra le cause principali, la deforestazione.Nel 2020 Kate Jones e alcuni colleghi dello University College di Londra pubblicavano sulla rivista scientifica “Nature” una ricerca su 6800 comunità ecologiche in sei continenti, dimostrando che gli animali potenzialmente ospiti di virus trasmissibili all’uomo – in particolare roditori e pipistrelli – prosperano più facilmente di altri in ambienti antropizzati. Diversamente, risulterebbero “meno dominanti” negli ambienti non del tutto colonizzati dall’invadenza dei sapiens.
In soldoni, “deforestazione e sfruttamento del suolo, per attività umane provocano la scomparsa di specie innocue e favoriscono la proliferazione di quelle pericolose”.
Anche in seguito a tale ricerca l’Intergovernamental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services aveva elaborato un proprio documento presentandolo alle Nazioni Unite, invitando le autorità onusiane a regolamentare la deforestazione e a limitare il commercio delle specie selvatiche. Per la salvaguardia non solo della biodiversità, ma anche della salute pubblica. E per ridurre gli inevitabili costi umani, sociali ed economici delle pandemie.
Il minimo sindacale, ma sempre meglio che niente.
Del resto risale a una ventina di anni fa la tesi esposta (sempre su “Nature”) da alcuni ricercatori britannici e statunitensi, secondo i quali, contrariamente a quanto verrebbe da pensare, l’erosione della biodiversità non riduce il rischio di malattie infettive. Almeno per le malattie prese in esame all’epoca (malaria, febbre del Nilo, malattia di Lyme e vari tipi di febbri emorragiche) avviene il contrario. Lo stesso con altre patologie che colpiscono animali e piante.
Mentre il declino delle popolazioni mondiali di mammiferi, uccelli, rettili, anfibi, pesci e invertebrati dopo il 1970 era già arrivava al 30%, nei decenni successivi venivano classificate più di trecento nuove malattie infettive: solo una coincidenza?
In questa lista nera i ricercatori avevano inserito – oltre a quelle indotte dagli stafilococchi resistenti agli antibiotici – le patologie preesistenti in alcuni animali e che nel frattempo si andavano trasmettendo anche agli umani (i virus dell’aids e di alcune sindromi respiratorie particolarmente acute). Insieme ad altre di cui si andava ampliando in misura significativa l’area geografica (come certe di origine africana e asiatica prima sconosciute in Europa e Stati Uniti).
Stabilire meccanicamente una relazione tra i due fenomeni sarebbe semplicistico dato che la trasmissione di una malattia infettiva dipende da un insieme di fattori. Oltre agli agenti patogeni (virus, batteri, parassiti) vanno presi in esame i vettori (zecche, pidocchi, zanzare, alcuni uccelli e mammiferi) e l’ambiente.
Tra gli esempi riportati da “Nature”, quello delle zecche che trasmettono la malattia di Lyme, talvolta mortale, inizialmente individuata negli usa. Le zecche si nutrono del sangue sia dei topi dalle zampe bianche sia degli opossum, l’unico marsupiale sopravvissuto al di fuori dell’Australia. Le popolazioni di opossum, molto raramente portatori del batterio incriminato, svolgevano un ruolo di “specie tampone” fino a quando la distruzione delle foreste ha lasciato campo libero ai topi, definiti una “grande riserva di batteri.

Sempre negli usa, numerosi studi avevano confermato che i casi di encefalite dovuti al virus del Nilo occidentale (trasmesso da zanzare ma ospitato da alcuni passeracei) sono maggiori dove la varietà di uccelli è scarsa. La riduzione della biodiversità colpirebbe predatori e competitori dei portatori di elementi patogeni favorendone l’aumento e la diffusione. In molti casi si è potuto osservare come le specie più resistenti, in grado di adattarsi al degrado ambientale, siano (o diventino) anche i maggiori portatori di agenti patogeni.
Gli effetti deleteri della progressiva erosione della biodiversità vengono poi amplificati dal sovrapporsi di altri fattori – come crescita demografica, aumento di scambi commerciali, allevamento intensivo, riscaldamento globale – che modificano la distribuzione geografica delle specie veicolo di malattie infettive. Alcuni casi emblematici erano stati citati da Jared Diamond (autore di Collapse. How Societies Choose to Fall or Succeed e di Guns, Germs and Steel: The Fates of Human Societies).
Analogamente Andrew Nikiforuk in The Fourth Horseman (anche se non tutti concordano nell’identificare la pestilenza con il Quarto Cavaliere dell’Apocalisse) ricordava quanto avvenne nella primavere del 1993 tra i navajo del New Mexico, quando giovani in buona salute cominciarono a morire all’improvviso per disturbi simili all’influenza.

Il caso della peste navajo

Quella che presto venne denominata la “peste navajo” (tecnicamente una “inesplicata sindrome da sofferenza respiratoria acuta”) nel giro di qualche mese iniziò a manifestarsi anche negli Stati confinanti, Utah, Colorado, Arizona. La risposta venne non da un medico ma da un esperto di fauna locale, Robert Parmenter. Egli colse infatti la singolare coincidenza tra il diffondersi della malattia e l’incremento delle popolazioni di topo cervo che si erano andata addirittura “decuplicando” (probabilmente per le inusuali piogge torrenziali dell’anno che avevano creato condizioni favorevoli). Alla fine venne individuato nel sangue prelevato da alcuni sopravvissuti un ceppo ignoto di hantavirus di genere Hantaan (poi denominato Muerto Canyon), simile a quello individuato all’epoca della guerra di Corea responsabile della morte di centinaia di soldati. Parente di quello che ogni anno contaminava, provocando febbre emorragica, oltre 100mila contadini cinesi (la maggior parte dei quali comunque sopravviveva) e ugualmente ospitato da una specie di topo selvatico.
Oltre il 60% dei topi catturati nelle case dei navajo deceduti o sopravvissuti alla malattia era costituito da topi cervo. E almeno un terzo risultavano positivi al test per l’hantavirus.

Topo cervo.

Del resto in The Hot Zone: A Terrifying True Story (un inquietante nonfiction thriller) Richard Preston lo aveva detto chiaramente ancora nel 1994: “I virus emergenti stanno affiorando in aree del globo ecologicamente danneggiate […]. In un certo senso la Terra sta preparando una risposta immunitaria contro la specie umana”.
Con l’espressione “virus emergenti” (coniata nel 1989 da Stephen Morse) ci si riferisce non a nuovi mutanti, ma a virus pre-esistenti, spesso antichi, che “sembrano apparire con grande rapidità e all’improvviso all’interno di una popolazione”. Un effetto collaterale del “traffico virale” (trasmissione delle malattie naturalmente presenti in alcuni animali).
Traffico che accelera, si espande a causa dell’instabilità biologica provocata dall’invasione delle foreste pluviali, dalla costruzione di vasti insediamenti (vedi le megalopoli), dai viaggi incessanti (aerei, crociere 2)), dall’estrattivismo minerario (vedi intorno alle miniere di diamanti in Nigeria negli anni sessanta con la febbre emorragica denominata Lassa, sempre veicolata da topi). 3) Oltre che naturalmente dai cambiamenti climatici.
Talvolta anche a causa di qualche campagna sanitaria non ben calibrata. Sarebbe questo il caso del Mapucho (el tifus negro), un virus mortale manifestatosi nella Bolivia orientale intorno al 1959. Il virus era ospitato da tempi immemorabili in un topolino selvatico qui presente. Una campagna contro la malaria con ampio uso di DDT avrebbe sterminato anche l’intera popolazione locale dei gatti. Inoltre già da qualche anno era stata avviata una ampia opera di disboscamento dei terreni con spostamento delle abitazioni verso le alturas. Trovando rifugio nelle case e in mancanza di predatori, il topolino proliferò e contemporaneamente, attraverso le urine, si diffuse il virus fino ad allora sostanzialmente innocuo. Ci vollero circa due anni di ricerche per individuare le cause e intervenire reintroducendo i gatti. Nel frattempo, mediamente, era morta una persona su due tra quelle contagiate.
Contemporaneamente in Argentina un’altra febbre emorragica colpiva i contadini. Tra le cause, l’ampio uso di erbicidi nei campi di mais (una monocoltura) che favorì la proliferazione di un altro piccolo roditore.
Così in Venezuela nel 1989 a seguito dei disboscamenti che avevano “stanato” le popolazioni locali del ratto del cotone. E in Brasile nel 1990 con il vírus sabiá (SABV) riapparso (ressurgido) nel 2020 nelle zone rurali di São Paulo.
Tornando ai nostri territori, anche l’aumento delle zecche sui Colli potrebbe rappresentare una conseguenza, per quanto in scala minore, di quel “cambiamento del paesaggio” denunciato dal leoniceno Francesco Dal Grande, responsabile della ricerca presso l’Orto Botanico di Padova:
“Sui nostri Colli Berici si stanno facendo un sacco di danni a causa del cambiamento del paesaggio: si eliminano prati e boschi per piantare vigneti e oliveti, si cementano gli scaranti, si costruisce anche in zone a rischio. Così si violenta la natura e le conseguenze le vediamo già da alcuni anni”. Senza dimenticare l’utilizzo dei pesticidi per prosecco e affini.

 

N O T E

1) Presente nel ratto pigmeo del riso a coda lunga (Oligoryzomys longicaudatus) e forse nel topo d’erba a pelo lungo (Abrothrix longipilis).
2) Come ha scritto su “The Conversation” Vikram Niranjan, professore associato di salute pubblica all’Università di Limerick:
“Le navi da crociera sono luoghi progettati con cura, dove molte persone vivono, mangiano, si rilassano e si muovono negli stessi spazi condivisi per giorni di seguito. Mostrano con quanta facilità un’infezione può diffondersi quando le persone sono stipate in un unico ambiente interconnesso”.
3) Oltre che in Nigeria, le febbri emorragiche di Lassa (da arenavirus) si sono manifestate in Liberia, Guinea, Togo, Benin, Ghana e Sierra Leone. Le febbri In Sud America risultano presenti in Bolivia, Argentina, Venezuela e Brasile.