Non tutti sanno che il giorno dedicato agli innamorati (il 14 febbraio, san Valentino) è anche quello in cui la Chiesa festeggia i santi Cirillo e Metodio che nel IX secolo partirono da Tessalonica (l’odierna Salonicco) per evangelizzare i popoli slavi, iniziando dalla Grande Moravia e dalla pianura pannonica. Durante l’impresa adattarono ai fonemi che usavano i popoli dell’est europeo i grafemi dell’alfabeto greco, “inventando” di fatto un alfabeto simile ma non uguale, detto glagolitico, precursore di quello, oggi definito “cirillico”, che è alla base delle lingue di russi, ucraini, serbi, eccetera.
In particolare, per esprimere la particolarità della fonetica, usarono i caratteri minuscoli dell’alfabeto bizantino insieme ad alcuni segni slavi, riuscendo così a garantire la corretta formalizzazione della fonetica slava più di quanto potessero farlo i grafemi latini. Con questo sistema linguistico – attualmente di trentotto lettere – tradussero prima di tutto la Bibbia, promuovendo di fatto la nascita di una cultura panslava e gettando le basi della letteratura di tutti quei popoli che si erano insediati nell’Europa orientale.
La prima diffusione del loro alfabeto ebbe luogo tra le classi agiate della Bulgaria e poi delle vicine Macedonia e Serbia; quindi interessò le popolazioni della Rus’ di Kiev e della Rus’ di Novgorod, portando a quella netta divisione linguistica dell’Europa tra occidente latino e oriente slavo che ancora oggi perdura e rimane legata proprio al fatto che nel nuovo alfabeto i due monaci tradussero le Sacre Scritture per i popoli di quella parte dell’Europa non ancora raggiunti dall’evangelizzazione occidentale, o che fino a quel momento erano stati poco inclini alla conversione alla religione cristiana abbandonando il paganesimo.
Oggi sono oltre trecento milioni le persone slavofone, presenti soprattutto nell’Europa orientale, centro-orientale e balcanica; persone che parlano lingue tra loro simili, caratterizzate da un set di caratteri grafici pressoché uguale, ma che mostrano differenze fonetiche e lessicali come accade alle lingue neolatine. La differenziazione linguistica tra i popoli slavi ricevette una grande spinta iniziale dalla loro lenta dispersione sul territorio europeo, come testimoniano i primi documenti a noi giunti (lapidi e manoscritti amministrativi), databili tra la fine del IX secolo e l’XI secolo, caratterizzati da varianti linguistiche locali nel lessico, oltre che dall’adozione dell’alfabeto latino o di quello cirillico a seconda dell’avvenuta cristianizzazione del territorio in base al rito dell’una o dell’altra delle due Chiese: Roma o Costantinopoli-Bisanzio.

Cirillo e Metodio alfabeto cirillico
L’espansione delle lingue slave in tempi più moderni si deve poi all’emigrazione di russi, ucraini, polacchi, bulgari, serbi e slavi in genere non solo nella parte asiatica dell’enorme Federazione Russa, popolata da popoli di ogni etnia, ma anche in vari Paesi del mondo, come gli Stati Uniti.
Ecco, quindi, una tabella con l’evidenza dei segni grafici che caratterizzano oggi l’alfabeto cirillico nella variante russa (la più diffusa):

Cirillo e Metodio alfabeto cirillicoUn’altra distinzione, al di là della trasposizione grafica, va poi fatta nell’uso e nell’evoluzione delle lingue parlate, che potremmo definire “lingue familiari” per diversificarle da quelle ufficiali, formali o documentate (anche nella forma “letteraria”). Distinzione importante poiché evidenzia un processo che seguì logiche diverse: mentre i popoli slavi che si legarono all’occidente, e quindi all’influenza latina, ebbero modo di elaborare pian piano una loro “letteratura” che ci permette di seguire, proprio su base documentale, l’evoluzione storica delle relative lingue (polacco, serbo-croato, eccetera), nell’area di acculturazione bizantina per parecchio tempo ebbe luogo una certa discrasia tra lingua parlata e lingua scritta, causata dall’imposizione dell’antico slavo ecclesiastico ai documenti ufficiali (il Codex Zographensis del X secolo rappresenta una delle maggiori fonti dell’antico slavo ecclesiastico); questo causò un’evoluzione delle parlate locali, sotto la forma iniziale di dialetti (serbo, bulgaro, russo…), sganciata dall’evoluzione – assai più blanda – della lingua “ufficiale”; generando di fatto anche un netto ritardo temporale nell’elaborazione di una letteratura in forma scritta dei popoli interessati, un po’ come accadde anche all’arte figurativa, cristallizzata qui dal modello iconografico iniziale, quello bizantino.
Mentre la localizzazione geografica, grazie agli scambi linguistici con i popoli vicini, portò a una certa fusione inter-lessicale che ha prodotto ai nostri giorni una vicinanza nel vocabolario quanto meno all’interno dei tre gruppi geo-linguistici di cui abbiamo parlato all’inizio: gli slavi dell’Europa centrale, quelli dell’Europa orientale e quelli dei Balcani (ragione questa per cui alcuni linguisti continuano a ipotizzare che non di lingue si debba parlare ma di dialetti).
In realtà, al di là delle evoluzioni fonetiche e lessicali che comunque anche all’interno dei tre ceppi slavi le lingue territoriali hanno avuto nel corso dei secoli, va sottolineato che una prima differenziazione tra di esse è quella della prosodia (cioè della distinzione in termini di quantità vocalica, accento e tono).
Va precisato poi che le moderne lingue degli slavi occidentali sono analoghe, nel loro sviluppo, a quelle non slave dell’Europa occidentale, ben più di quanto non sia avvenuto nel contempo a oriente: in concreto, mentre il lessico più antico delle lingue slave di area bizantina presenta soprattutto numerosi prestiti greci, quello delle lingue slave più occidentali si è arricchito, per via dei maggiori contatti e scambi culturali con i popoli non slavi (anche nei periodi di sottomissione all’impero ottomano o asburgico), di prestiti da tutte quelle lingue parlate nell’area, sia germaniche sia romanze, oltre che dal turco per i popoli balcanici.

Ovviamente di barriere non ne sono mai esistite: per esempio, l’isolamento geografico della grande Russia rispetto anche a popolazioni non slave a occidente non comportò affatto che la lingua sviluppatasi nel suo territorio non ricevesse scambi da altre lingue, ma qui emerse molto più che altrove la differenziazione tra le varie classi sociali: nel corso del ‘700 e dell’800, a differenza delle classi subalterne che parlavano idiomi locali, la lingua usata dalla nobiltà assorbì anche parole tedesche e francesi attraverso i contatti diretti tra i nobili di San Pietroburgo e di Mosca e quelli del resto dell’Europa. Il russo, a sua volta, grazie all’importanza assunta politicamente dall’impero zarista, influenzò la maggior parte delle letterature slave del resto d’Europa per tutto l’800 e il primo ‘900, superando l’handicap iniziale di cui abbiamo parlato.

Scambi letterari

Attraverso l’àmbito letterario avvennero quindi i prestiti e gli interscambi di maggiore spessore: gli scrittori croati prendevano in prestito parole ceche, mentre a loro volta gli scrittori cechi, tentando di rivitalizzare la loro lingua a un certo punto morente, prendevano in prestito molte parole dal russo.
Un ruolo più diretto il russo lo ebbe con la lingua bulgara, che influenzò fortemente allorquando le parole russe vennero importate in massa per rimpiazzare i prestiti turchi che la popolazione aveva dovuto subire nel periodo della dominazione ottomana: questo comportò che alcune parole in bulgaro acquistassero anche un’impronta di base fonetica russa, elemento invece inusuale per le altre lingue slave meridionali, scritte anche in caratteri cirillici, come il serbo.
Oggi, al di là delle differenze e delle specifiche evoluzioni sul piano fonetico, lessicale e grammaticale, le lingue slave parlate nei vari Paesi europei presentano alcune caratteristiche comuni:

  • Una morfologia fusiva che consente di esprimere più relazioni grammaticali mediante un solo morfema (come accade talvolta anche nell’italiano)
  • La conservazione dei casi, dato che la maggior parte delle lingue slave ha sei o sette casi: nominativo; genitivo/ablativo; dativo; accusativo; vocativo, assente nelle lingue slave orientali; strumentale. Fanno eccezione il bulgaro e il macedone, che non ne hanno più nessuno, ma contestualmente hanno sviluppato l’articolo, irrigidito l’ordine delle parole (anch’esso tradizionalmente considerato una funzione della presenza/assenza dei casi) e introdotto, fino a grammaticalizzarle, le costruzioni con le riprese pronominali
  • La pertinenza dell’aspetto nella coniugazione dei verbi, con tempi e modi che forniscono informazioni supplementari sull’azione descritta (la sua durata; se l’azione si è conclusa, se si sta svolgendo o se sta per svolgersi, se è stata portata a compimento; in che modo si svolge, eccetera)
  • La presenza di gruppi consonantici complessi, specialmente sibilanti, elemento questo che rende difficoltoso parlare una lingua slava a chi ha per madrelingua una neolatina; e, al contrario, la scarsezza vocalica (che aggiunge complessità alla fonetica) e la caratteristica palatalizzazione.

Cirillo e Metodio alfabeto cirillico
Nella cartina qui sopra sono evidenziati con vari colori, uno per ogni idioma, gli Stati europei nei quali sono parlate le lingue slave, mentre rimangono in grigio quelli dove non sono parlate per niente o lo sono solamente da minoranze del tutto trascurabili in termini percentuali (come Austria, Germania, Ungheria, Romania, Moldavia, eccetera).
Al di là delle aree di confine tra i vari Paesi, nelle quali appare evidente la presenza di comunità alloglotte (per esempio nel Kosovo, a sud della Serbia, e nella Repubblica di Macedonia per quanto riguarda la lingua albanese, non slava; nella Tracia greca e turca per quanto riguarda il macedone o il bulgaro, che al contrario sono lingue slave), si evidenzia chiaramente anche il mix di comunità di lingua e cultura russa nell’area orientale dell’Ucraina, causa scatenante, dopo l’annessione della Crimea, dell’invasione russa di questi territori e dello scoppio della guerra ucraina, con l’obiettivo di Putin di occupare tutta la costa ucraina sul Mar Nero e creare un corridoio sotto controllo russo anche con la Transnistria, la stretta fascia territoriale più a est della Moldavia (Paese non slavofono ma già facente parte dell’Unione Sovietica), che da qualche anno si è auto-dichiarata indipendente, data la presenza residua di gruppi russofoni sopravvissuti alla russificazione forzata del suo territorio voluta prima dagli zar e poi da Stalin. 1)

Ma qual è oggi in concreto il numero delle persone che parlano le varie lingue del ceppo slavo nei Paesi d’origine? Ecco qui di seguito i dati.

a) lingue slave occidentali (in uso per tutte i caratteri latini):

  • polacco – 40.000.000
  • ceco – 12.000.000
  • slovacco – 6.000.000
  • casciubo – 55.000
  • sorabo superiore – 55.000
  • sorabo inferiore – 14.000

b) lingue slave orientali (in uso per tutte i caratteri cirillici):

  • russo – 145.000.000
  • ucraino – 47.000.000
  • bielorusso – 8.000.000
  • ruteno – 830.000

c) lingue slave meridionali (o balcaniche):

  • serbo-croato – 21.000.000
    • di cui serbo – 12.000.000 (in uso i caratteri cirillici)
    • di cui croato – 6.000.000 (in uso i caratteri latini)
    • di cui bosniaco – 2.000.000 (in uso i caratteri latini e solo marginalmente quelli cirillici, adoperati nella regione di confine con la Serbia, auto-proclamatasi “Republika Srpska”)
  • bulgaro – 9.000.000 (in uso i caratteri cirillici)
  • macedone – 2.000.000 (in uso i caratteri latini, che hanno sostituito da qualche anno quelli cirillici, preminenti ancora in alcune aree rurali)
  • sloveno – 2.000.000 (in uso i caratteri latini)

Oltre alle lingue usate normalmente dalla popolazione, c’è da tenere in conto anche lo slavo “ecclesiastico”, utilizzato soltanto nelle liturgie della Chiesa ortodossa dai pope e appartennte al gruppo delle lingue slave meridionali (o balcaniche), traendo origine dall’antico slavo del periodo bizantino.
Evitando poi approfondimenti di carattere grammaticale, può essere utile dare uno sguardo alle varianti lessicali di alcune parole d’uso comune nelle varie lingue per dedurre uguaglianze, similitudini e diversità, legate alla contiguità dei territori in cui queste lingue sono parlate o, a volte, più ai contatti e agli interscambi politici e culturali, come quelli tra bulgari e russi di cui abbiamo già parlato:

Tra le informazioni che possiamo dedurre da un’analisi socio ed etnolinguistica sui termini inseriti nella tabella precedente ve ne sono alcune che balzano agli occhi; tra queste desideriamo sottolineare le seguenti:

  • Il termine “uomo” nelle lingue slave del sud (come appare più chiaramente nello sloveno moški) è palesemente legato alla radice latina di mas (genitivo maris) = maschio, dal cui diminutivo masculus trae origine l’italiano “maschio”, quindi “marito”
  • Il termine “casa” nelle lingue slave centrali e orientali (dům in ceco, dom in polacco, дом in russo) evidenzia una stretta derivazione dal latino domus
  • Pressoché tutte le lingue slave evidenziano la diretta discendenza dal latino ovis (pecora, ovino) dei termini usati per evidenziare localmente tale animale (ovca in sloveno, овца in serbo, овца in bulgaro, ovce in ceco, owca in polacco, овца in russo); solo l’ucraino se ne discosta un po’, ma anche qui del termine вівця emerge in parte la radice “ві” (pronunzia vi) di ovis
  • Tutte le lingue slave hanno conservato di fatto lo stesso termine italiano per indicare il vino, il cui etimo, che è alla base di quasi tutte le lingue parlate in Europa (tra cui l’inglese wine e il tedesco wein), deriva dal latino vinus, a sua volta originato dal greco οίνος; al riguardo è interessante notare che Cicerone pensava che la parola vinus derivasse dall’unione di altre due parole latine, vir e vis, che rispettivamente significano “uomo” e “forza”, nel senso che il vino sarebbe la forza dell’uomo (o che all’uomo la forza derivasse dal vino, e per questo non dovesse essere bevuto dalle donne)
  • Tutte le lingue slave presentano lo stesso termine – pur con varianti del tutto secondarie – per il corrispettivo dell’italiano “grano”; il termine è pšenica in sloveno, pšenice in ceco, pszenica in polacco, пшеница (pronuncia: pshenitsa) in tutte le lingue che utilizzano i caratteri grafici cirillici. L’origine della radice pshenits, alla base di questa parola, è da ricercare nel sanscrito psân (alimento), da cui è derivato anche il termine latino panis (“pane” in italiano), essendo il pane il primo alimento derivato dal grano ed essendo il grano alla base dell’alimentazione primordiale dell’uomo indoeuropeo.

Interessante è anche scoprire quale sia stata l’influenza delle varie lingue slave sulle lingue parlate nei territori vicini. Ovviamente, anche per l’estensione dell’odierna Russia, e storicamente dell’impero degli zar e poi dell’Unione Sovietica, non possiamo non iniziare dalla significativa influenza, prima di tutto sul piano lessicale, del russo sulle lingue dei popoli entrati nell’orbita russa; o anche di quelli rimasti confinanti, a partire dai territori asiatici abitati dalle popolazioni mongole, il cui vocabolario ha avuto modo nei secoli di assorbire un numero considerevole di parole e radici lessicali slave legate alla vita quotidiana, all’agricoltura e al commercio.
Ma lo stesso è successo anche a occidente, con il rumeno, l’ungherese e l’albanese, che hanno assorbito sia dal russo sia dalle altre lingue balcaniche e centro-europee quasi il 20% del loro vocabolario totale.
Sempre guardando all’Europa centrale, molti linguisti (tra cui Andrzej Poppe) considerano enorme il contributo degli slavi alle lingue germaniche; lo evidenziano anche i nomi di alcune città e villaggi nella stessa Germania (come Berlino, Lipsia e Dresda). Persino nella lingua svedese sono evidenti i prestiti slavi, come nella parola torg (piazza, ma anche mercato, quindi “piazza del mercato”), che sembrerebbe strettamente imparentata con la radice dall’antico russo tŭrgŭ, alla base del termine slavo tolk (interprete), nella logica che il mercato sia il luogo degli scambi anche tra gente parlante lingue diverse.
Una parentesi specifica può essere fatta per lo yiddish, la lingua degli ebrei russi da cui è derivata gran parte della lingua oggi parlata e scritta in Israele: si tratta di una lingua “ricostituita” nella fonetica, nella sintassi e in parte nel lessico, almeno agli inizi, da persone in buona parte di madrelingua yiddish (e di derivazione slava). C’è addirittura chi – sicuramente esagerando – si è spinto a definire l’ebraico moderno una lingua praticamente di derivazione slava. 2)
Vi sono poi parole slave che sono entrate nell’uso comune in tutto il mondo: si pensi a “robot”, parola coniata nella lingua ceca; o a “pistola” (pistol in inglese, pistolet in francese, pistole in tedesco), derivante sempre dal ceco pistóle. Si pensi a “vodka”, derivante dal russo водка e dal polacco wódka, letteralmente “piccola acqua” (in tutte le lingue slave voda significa “acqua”).
Vi sono poi termini slavi, soprattutto di origine russa, non tradotti in altre lingue ma entrati a far parte dell’uso e del vocabolario comune a tutto il mondo: come “soviet” (совет in russo, che significa letteralmente “consiglio”) o come “sputnik” (спутник, la prima navicella spaziale lanciata da Mosca, il cui significato letterale è “compagno di viaggio”, “satellite”); o come “perestroika” (in russo перестройка, letteralmente “ricostruzione” o “ristrutturazione”) e “glasnost” (гласност, letteralmente “trasparenza”), o ancora come “kolchoz” (колхоз, “proprietà agricola collettiva”), e così avanti.
In realtà qui sarebbe più corretto parlare di “sovietismi”, dato che questi termini rappresentano un gruppo omogeneo di parole d’origine russa entrate nella lingua italiana e nel linguaggio internazionale a partire dagli anni ‘20 del secolo scorso con riferimento alla sfera politica e culturale del comunismo bolscevico.
Ovviamente andrebbe dedicato qualche rigo sui contatti e sulle contaminazioni che le lingue slave hanno avuto dalle altre lingue limitrofe non slave. A tale riguardo sarà sufficiente accennare solo alle parole di origine italiana o quelle tratte dalla lingua italiana che sono penetrate in molti campi semantici nelle lingue slave e vengono utilizzate attivamente nel linguaggio quotidiano. In particolare, andrebbero citati i contatti della lingua croata con l’italiano, duraturi, forti e diretti per circostanze storiche e geografiche (la dominazione o comunque l’influenza veneziana secolare su tutta la costa adriatica), mentre quelli del russo e delle altre lingue slave con l’italiano sono stati in gran parte indiretti e sicuramente meno intensi, legati comunque solo alla fascia più alta della popolazione, i nobili e gli intellettuali, grazie ai contatti e agli scambi culturali degli stessi con nobili e intellettuali italiani dell’epoca (un esempio fu quello delle avanguardie artistiche russe a inizio del ‘900 con il nostro poeta Marinetti).

Alfabeto glagolitico da un’antica lapide croata,

 

N O T E

1) Quello della russificazione (in russo: Русификация) è stato un fenomeno storico nato con l’espansione dell’impero degli zar verso le steppe della Siberia e sviluppatosi poi nell’800 sia nelle regioni asiatiche del Caucaso sia nell’Europa dell’est, dove proseguì fino a metà del ‘900 con Stalin in modo sempre più violento, al fine di evitare, prim’ancora che nascessero, tentativi di insurrezione locale contro il potere di Mosca. Alla base della russificazione di un popolo vi era l’obbligo locale dell’adozione della lingua russa (e quindi, di fatto, della cultura russa) da parte dei non russofoni, sia slavi di etnia diversa da quella russa che, soprattutto, non slavi. Ma ovviamente, oltre al divieto di parlare e scrivere in lingue diverse dal russo, altri elementi basilari della russificazione dei territori furono l’assegnazione ai russi di posizioni amministrative dominanti nelle istituzioni delle nazioni via via dominate o entrate nell’orbita di Mosca e l’assimilazione delle minoranze di diversa etnia ottenuto da un lato con lo spostamento di popolazione russa in queste aree e dall’altro con l’allontanamento forzato di popolazione locale e la dispersione di tali gruppi in altre aree dell’impero scarsamente popolate e lontane da quella originaria.
2) Paul Wexler, The Schizoid nature of Modern Hebrew: a Slavic language in search of a semitic past, Wiesbaden 1990.