Molte manifestazioni legate alla cultura popolare, in tutto il sud d’Italia hanno chiari legami con la sfera del sacro e della religione, evidenziando in molti casi un’origine ben più antica del cristianesimo, legata agli antichi riti pagani mesopotamici e greco-romani: a partire da quelle feste che nell’antichità segnavano il ciclo delle stagioni, come l’inizio della primavera e il solstizio d’estate, laddove la religiosità e la ritualità erano direttamente legate alla terra, madre feconda, personificata in maniera antropomorfa in quella Grande Madre fecondata dal sole.
In tutta l’area mediterranea, fin dal tardo neolitico, il binomio terra-donna evidenziava la trascendenza della fertilità: la terra feconda con i suoi frutti e le sue messi a somiglianza della donna, che era in grado di mettere al mondo figli, se fecondata. Nessuna meraviglia, dunque, che la sacralizzazione della figura femminile – in quanto madre – e quella della terra – come femmina feconda – trovassero concreto parallelismo nella rappresentazione antropomorfa delle tante statuette votive rinvenute un po’ ovunque, dalla valle del Nilo a quella dell’Eufrate, dalla Gallia all’area balcanica, evidenziando una figura femminile dal grande ventre e dal grande seno che spesso teneva per mano una corona di spighe di grano o aveva sul capo un cesto di frutta, simboli entrambi di abbondanza.

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Cerere, bassorilievo romano.

Nel periodo greco-romano questa figura femminile perde la sua arcaicità per meglio definirsi anche nell’universo religioso dei due popoli, entrando a far parte del pantheon ellenico col nome di Demetra e in quello latino di Cerere. In entrambi i casi al centro della raffigurazione delle due dee si trova spesso un altro elemento simbolico, il grano, considerato l’oro della terra per antonomasia, non a caso alla base dell’alimentazione dei due popoli grazie al pane; quel grano che, proprio come il vino, è entrato poi nell’impianto simbolico del rituale più importante del cristianesimo e che ancora oggi, dopo millenni di storia e di evoluzione umana, rimane alla base dell’alimentazione delle popolazioni euro-mediterranee e dell’economia agricola delle due sponde del Mediterraneo – in particolare della Sicilia e di tante altre regioni italiane – trasformandosi altresì in una grande fonte di ispirazione nel lavoro di tanti artisti, come il siciliano Gianbecchina (1909-2001) il quale proprio al grano dedicò un suo intero “ciclo” pittorico.

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Gianbecchina: la stravuliata.

Dobbiamo aggiungere che è proprio la Sicilia, anche tra le stesse regioni del sud, a vantare il maggior numero di queste manifestazioni, il cui calendario va ben oltre i tradizionali appuntamenti naturalistici dell’inizio della primavera e del solstizio d’estate, susseguendosi anche in altri periodi dell’anno e proponendo quindi una lettura specifica della storia sociale e culturale dell’Isola. Evidenziando altresì una serie di tradizioni specifiche e sostanzialmente ignote in altre parti d’Italia, probabile retaggio della cultura millenaria dei tanti popoli che si sono avvicendati proprio da queste parti, e degli antichi miti e rituali mediterranei di cui si è qui conservata una traccia che magari è andata persa altrove nei meandri del tempo.

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Gianbecchina: l’età della falce.

Le tavolate di san Giuseppe

La devozione a san Giuseppe, la cui festa ricorre il 19 marzo, è molto sentita in varie parti d’Italia: nel Salento, in Molise e, particolarmente, in tutta la Sicilia. Non sfuggirà la coincidenza di fatto tra la data del 19 marzo e quella in cui cade l’equinozio di primavera, appena due giorni dopo. La primavera è il tempo della rinascita della natura dopo il gelo invernale e segna anche simbolicamente il passaggio dal buio alla luce. Per contrassegnare l’arrivo di una nuova fase di fertilità, il mito antico ricordava il ritorno di Persefone dalla madre Demetra dopo il suo soggiorno negli inferi con Ade, col quale era stata costretta ad andare in sposa dopo il suo rapimento: nei mesi dell’anno in cui la giovane dea era ricongiunta a sua madre, la vita che sembrava sul punto di morire tornava a risplendere con la fioritura dei fiori e delle messi nei campi.
Questo mito ha vasta eco, pur con differenze e varianti, nelle tradizioni di tutte le culture agricole e pastorali dell’area mediterranea, dove la vita stessa delle varie comunità dipendeva nell’antichità dalla quantità e dalla qualità dei raccolti, oltre che dal benessere e dalla fecondità degli animali. La dimensione religiosa si fondeva conseguentemente con le scadenze calendariali, proponendo un diretto collegamento tra il ciclo delle attività produttive e la dimensione religiosa della vita sociale.
Come accaduto per tante altre feste in cui il cristianesimo si è sovrapposto ai più antichi riti pagani, anche in questo caso possiamo evidenziare nel ciclo della rinascita della natura alcuni connotati di una ritualità che è riuscita a sovrapporre alle motivazioni religiose (la festa del santo) alcuni chiari elementi simbolici legati al mito della rinascita della natura e della speranza dell’abbondanza che si rinnova con la primavera, simboleggiata proprio dal grano (ma non dimentichiamo anche l’evento simbolico della prima fioritura degli alberi, all’origine della famosa Sagra del Mandorlo in Fiore di Agrigento, che ha luogo anch’essa a metà marzo, ma allungandosi per una decina di giorni in mezzo a due week-end).

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Santa Croce Camerina, cena di san Giuseppe.

Tornando alla festività in onore di san Giuseppe, in occasione del 19 marzo in molti paesi dell’Isola si reitera lo scenario delle tavulate (tavolate), una sorta di altare-banchetto su cui troneggia un quadro del santo o della Sacra Famiglia, davanti al quale sono posti su una tavola a gradini pani di varie forme, oltre che piatti della tradizione contadina come zuppe di legumi, verdure fritte e in pastella, e perfino dolci “poveri” come pignolate con il miele e sfinci (pan dolce fritto con all’interno crema di ricotta), insieme a vini e liquori spesso fatti in casa (limoncello, rosoli).
I commensali privilegiati di questa tavulata sono tre persone, scelte tra i poveri del paese, che rappresentano i personaggi della Sacra Famiglia, e vengono ospitati solennemente a tavola da una o più famiglie, in genere come ex voto per una grazia ricevuta, con un banchetto che fino ad alcuni anni fa era preceduto da preghiere e a volte dalla recita dell’intero rosario (tradizione talvolta perpetuatasi fino ai nostri giorni).

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Leonforte: la tavulata di san Giuseppe.

Al banchetto, sia gli organizzatori sia tutti i presenti sono poi invitati una volta che il pasto è stato consumato dai tre poverelli che impersonano Gesù, Giuseppe e Maria. Laddove gli spazi interni all’abitazione non lo consentano, per gli “ospiti” viene allestita un’altra grande tavolata all’esterno dell’abitazione, in genere lungo la strada o nella piazza vicina.
Appare evidente come queste tavolate si fondano con un culto che quasi sicuramente ha legami con i riti arcaici della fertilità della terra in onore delle divinità delle messi: Demetra nella mitologia greca, a cui si attribuiva anche la nascita del pane, Cerere in quella romana. La tradizione arcaica nel tempo si è incontrata con quella religiosa del culto cristiano e, come è accaduto anche in altre parti dell’Italia, si è rinnovata e adattata ai nuovi bisogni spirituali.
Questi altari, allestiti al fine di chiedere una speciale protezione del focolare domestico e della famiglia dalle avversità, sono arricchiti dai tipici panini decorati (detti affettuosamente panuzzi) che, dopo essere stati benedetti, vengono distribuiti a tutti i fedeli presenti.
I pani votivi, a loro volta, sono plasmati secondo precise forme simboliche cui si ricorreva anche nel paganesimo, come la chiave o le forbici, ricollegabili agli oggetti forniti ai propri defunti per facilitare la loro possibile fuga dagli inferi. Altre forme, che ricorrono maggiormente nel periodo del cristianesimo, comprendono invece la croce, la colomba simbolo della pace, la palma simbolo della redenzione, il pesce o l’agnello simbolo di Gesù. Su detti altari compaiono spesso i caratteristici piatti dove sono cresciuti germogli di frumento, elemento anch’esso di forte simbolicità.
Dicevamo che la tradizione delle tavulate si perpetua da tempo immemorabile in molti paesi, ma è in particolare a Salemi – uno dei centri vittime del tragico terremoto del 1968 che rase al suolo vari abitati vicini come Gibellina e Montevago – che la festa di san Giuseppe assume i connotati di una manifestazione ricchissima, anche perché la valle del Belice ha sempre avuto profonde radici agricole e il ruolo fondamentale del grano ha avuto fin dalle sue origini una valenza fortissima per l’economia. Eppure questo non basta da solo a spiegare il rapporto quasi sacrale che i cittadini di Salemi hanno con il pane, il quale assume anche in altre manifestazioni nel corso dell’anno un valore simbolico e rituale che sicuramente trascende il mero valore alimentare. Ovviamente è proprio per la ricorrenza del 19 marzo che questo atavico rapporto esplode in modo del tutto eccezionale, proprio con il rito della “tradizione dei pani”.
Anche qui si tratta di una sorta di grandioso banchetto offerto dai devoti a un gruppo di bambini, che simboleggiano sempre la Sacra Famiglia, per adempiere un voto fatto per fede o per grazia ricevuta. Ma a Salemi la tradizione si amplifica in modo tale da coinvolgere davvero tutti i salemitani: in paese vengono allestiti vari banchetti, ormai da anni più di una decina, e ciò rende la festa locale un fenomeno quasi unico, dato che è l’intera popolazione a mettersi in moto direttamente o indirettamente, anche per gli addobbi lungo le strade e nei cortili che fanno da quinta teatrale dei vari allestimenti, richiamando migliaia di visitatori dai centri vicini e turisti da tutta la Sicilia.

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Salemi, cene di san Giuseppe.

I preparativi durano sette o otto giorni, dando vita a una vera e propria serie di “cappelle domestiche”, allestite ognuna all’interno di un’abitazione o nel suo cortile. La cappella viene ricoperta di mirto e alloro, oltre che da rami di alberi di agrumi con arance e limoni, ai quali vengono aggiunti piccoli pani. All’interno di questo edificio sacro, dopo l’avvenuta benedizione, il 19 marzo ha luogo il rito della cena (che però si svolge spesso a mezzogiorno). All’interno di ogni cappella domina un vero e proprio altare con tre ripiani degradanti, su cui si appoggiano i tre grandi pani sacri: quello centrale a forma di stella o di fiore si chiama u cucciddatu ed è destinato al bambino che rappresenta Gesù; alla sua destra si appoggia a parma, cioè un ramo di palma, simbolo della pace, destinato alla fanciulla che impersona la Madonna; a sinistra, infine, si trova u vastuni, a simboleggiare il bastone di san Giuseppe.
Il banchetto tenuto davanti a questo altare comprende centouno pietanze, dalla pasta ca muddica (pan grattato rosolato) alle decine di frittate con verdure varie, dalle polpette di sarde ad altre fritture con pesce azzurro (volutamente “povero”); manca invece la carne, essendo il 19 marzo giorno comunque di quaresima.
I tre fanciulli a cui è offerta la cena devono a loro volta assaggiare ognuna delle pietanze preparate dai componenti della famiglia proprietaria dell’abitazione e da parenti e vicini, e via via esposte all’ammirazione del pubblico presente, anche perché dopo il loro assaggio quanto rimane nei vari vassoi viene diviso tra tutti gli astanti, compresi i tanti visitatori e turisti che per l’occasione affollano il paese.

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Salemi, i tre fanciulli a tavola.

Non è quindi un caso se a Salemi un museo sia stato dedicato proprio ai pani rituali di san Giuseppe: si tratta di una collezione privata, ospitata in un palazzo nobiliare di via Cusenza, del tutto unica in Sicilia, che ospita al suo interno più di mille forme di pani rituali di ogni dimensione provenienti non solo dalle varie edizioni delle cene di Salemi ma anche da quelle di altri paesi sparsi, come già accennavamo, un po’ in tutta l’Isola.
Sono davvero tantissimi, infatti, i centri che ospitano il 19 marzo le tavolate con i pani sacri e le cene offerte ai tre poveri, simbolo della Sacra Famiglia. Sempre nel trapanese, altre manifestazioni importanti avvengono a Marsala, a Vita, a Calatafimi e in quasi tutta la Valle del Belice. Nel palermitano spiccano per sontuosità dell’allestimento quelli dell’area corleonese, come Corleone, Palazzo Adriano, Prizzi e Chiusa Sclafani. Sempre nella provincia palermitana, a Caccamo, San Giuseppe Jato, Terrasini e Roccapalumba, oltre all’allestimento delle tavolate, ha luogo il giro dei tamburini per le strade del centro e a fine giornata l’accensione di falò.

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I pani sacri di san Giuseppe a Salemi.

Nel catanese, a Mascalucia, si tiene anche la tradizionale “cavalcata di san Giuseppe”, con una sfilata di cavalli addobbati a festa e carretti, e a fine giornata la caratteristica “calata dell’angelo” durante la processione serale. Pure a Ramacca e a Scordia la manifestazione è incentrata sulla sfilata dei cavalli, ma qui ha luogo anche un corteo dei tre poveri che impersonano la Sacra Famiglia per le vie del centro storico.
Lo stesso avviene a Scicli, nel ragusano, mentre a Donnalucata, a Santa Croce Camerina e a Modica proprio in quest’occasione, oltre all’allestimento degli altari votivi, vengono realizzate le tradizionali “vampe”, un fantastico e suggestivo momento di fede e cultura popolare.
Nell’ennese, in particolare a Leonforte, Valguarnera e Catenanuova, dove gli altari vengono preparati anche all’interno delle chiese del paese, si aggiungono al tradizionale rito delle cene i nuveri i San Giuseppi, novene cantate in siciliano che si concludono con la processione del simulacro del santo. A Niscemi, nel nisseno, vengono allestiti gli avutari, gioielli di devozione e creatività che rappresentano i voti per ringraziare san Giuseppe di qualche grazia ricevuta. Di particolare solennità sono poi le cene di Gela, mentre a Caltabellotta, nell’agrigentino, la festa in onore del santo coincide con la sagra della pasta con le sarde; e così via.

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La cavalcata di Scicli.

Gli archi di Pasqua di San Biagio Platani

Tra le manifestazioni in coincidenza con la Pasqua ve n’è una che si svolge a San Biagio Platani, piccolo centro dell’agrigentino, proprio nel cuore della Sicilia interna: una manifestazione che tradisce per alcune sue caratteristiche un’origine antica, riconducibile alle feste pagane dell’antichità per i raccolti, ma che nelle forme attuali nasce a fine ‘600 e inizio ‘700 dal culto della Madonna e di Cristo, quando ancora la cittadina contava meno di mille abitanti. Siamo in piena Controriforma, con la nascita delle due confraternite del borgo, i Madunnara e i Signurara; e sono i componenti di questi due gruppi in cui il paese appare sostanzialmente “diviso” che con tanta passione ancora oggi rinnovano la manifestazione, contraddistinta da grandiosi manufatti architettonici realizzati solamente con elementi naturali.

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Gli archi di Pasqua a San Biagio Platani.

Le due confraternite avviano nel corso del mese di marzo di ogni anno una competizione appassionante che si conclude la notte del Sabato Santo, quando ciascuna delle due finisce di allestire sulla parte del corso principale del paese a essa assegnata i propri “archi”, la cui costruzione ha avuto però inizio nei vari “laboratori” delle due confraternite qualche mese prima della Pasqua, richiedendo una grande quantità e varietà di materiali, tutti rigorosamente concessi dalla natura: canne, salice, rami di asparago e alloro, spighe di grano e altri cereali, arance, ma soprattutto pane e perfino pasta che prende mille forme; materiali tutti a loro volta ricchi di un alto significato simbolico legato anche a logiche pre-cristiane.
Ad allestimento avvenuto, il corso appare così diviso in due parti distinte, con il loro fulcro a metà percorso davanti alla Chiesa Madre. La mattina di Pasqua proprio sul sagrato della chiesa avviene la classica processione pasquale nella quale si ha l’incontro tra il simulacro di Gesù risorto e quello della Madonna, provenienti ciascuno da uno dei due lati del corso.
Se guardiamo alle origini controriformistiche degli archi, l’apparato scenico della manifestazione appare tutto legato alla logica di rendere sacro il percorso di avvicinamento della comunità cristiana alla chiesa dove si svolgerà il rito sacro della messa pasquale con il rinnovamento dei fedeli in Cristo risorto: gli archi segnerebbero lo spazio sacro dove si manifesta il rito del trionfo della vita sulla morte, la vittoria del Cristo e la sua rivelazione nella resurrezione.

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San Biagio Platani, scultura di pane.

Ma non passa inosservato il fatto che al centro di tutti gli allestimenti si trova il pane, frutto del duro lavoro dei campi: i pani appesi a ogni arco non costituiscono un banale elemento decorativo in mezzo ai tanti, ma ne sono l’essenziale filo conduttore con le varie forme e i vari simboli presenti in ognuna delle architetture stesse degli archi, assumendo su di sé il simbolo connotativo dei ritmi della vita di un mondo contadino che vede nel grano la risorsa più importante della sua vita sociale e della sua stessa sopravvivenza economica.
Per la cronaca, gli archi rimangono in piedi ben oltre la Pasqua, fino al 1° maggio, allorquando vengono abbattuti per il ritorno alla “normalità” del paese (ed è davvero una tristissima fine!).

La Festa del Muzzuni di Alcara li Fusi

Ma tante sono le manifestazioni che, allontanandosi dalle logiche prettamente cristiane, sembrano conservare antiche radici sacre, per esempio laddove celebrano ancora la rinascita della natura tra la primavera e l’estate collegandosi in modo chiaro ad antichi riti, anche precedenti alla colonizzazione greca dell’Isola.

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Alcara Li Fusi, festa del muzzuni.

Rivivono in numerosi paesi sotto varie forme antichi riti che celebrano la rigenerazione della natura, avvertita ancora come se ciò fosse dovuto o propiziato dall’intervento di potenze extra-umane che in tal modo manifestano il loro potere. Si deve a tali forze, variamente definite e caratterizzate, la buona riuscita della semina, la germinazione dei semi, il raccolto abbondante, i parti degli animali domestici, eccetera. E tali forze sono celebrate con feste di ringraziamento e con rituali di auspicio che si configurano come fasi di chiusura e apertura di un sempre nuovo ciclo.
Non è un caso. Basti ricordare come l’espansione del cristianesimo tra i popoli mediterranei sia continuata spesso per secoli prima di radicalizzarsi e sostituire fino in fondo la ritualità pagana, senza tuttavia in alcuni casi eliminarla del tutto. Ma anche in periodo medievale e perfino nei secoli successivi alcune comunità più isolate tra le campagne interne dell’Isola hanno continuato a manifestare forme di resistenza ai nuovi culti o una sorta di sincretismo con la religiosità arcaica, collegato all’intimo legame che tali popolazioni rurali avevano intessuto e conservato con la terra e i suoi cicli naturali.
A prescindere dalla presenza di Gesù e dei santi della tradizione cristiana, queste comunità agrarie e pastorali si percepivano ancora in balia delle forze della natura e la loro preoccupazione fondamentale era assicurare la riproduzione della vita, la fecondità di uomini e animali e la fertilità della terra, una terra “colma del chiasso dei vivi e del mormorio dei morti, incantata e ingombra di presenze visibili e invisibili”. 1)
Tra le manifestazioni legate alla rinascita della terra ve n’è una che si svolge ad Alcara Li Fusi, piccolo borgo dei Nebrodi, del tutto particolare anche per la data del suo calendario, il 24 giugno, sostanzialmente concomitante (non casualmente) con la data del solstizio d’estate e con il giorno in cui il calendario della Chiesa festeggia san Giovanni Battista. Parliamo della Festa del Muzzuni, nel corso della quale il pagano si mescola in maniera macroscopica al sacro, con la processione in onore di san Giovanni che si svolge contemporaneamente alla sistemazione – all’interno dei cortili delle case per l’occasione aperti alla visita dei fedeli e dei turisti – dei cosiddetti muzzuni.

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Il muzzune.

Con il termine muzzune in questo piccolo centro si intende una sorta di vaso mozzato, con chiaro riferimento alla testa mozzata del santo, al cui interno viene fatto crescere del grano, e la cui superficie esterna viene ricoperta da un foulard sul quale vengono appuntati i gioielli delle donne della casa e spesso perfino del quartiere, in segno di abbondanza e di fertilità, con una stretta connessione con le feste che si celebravano nell’antichità all’inizio della primavera in onore della dea Demetra.
Nel corso della manifestazione si assiste al coinvolgimento dell’intero paese, con la sistemazione di dieci muzzuni allestiti nei diversi quartieri e circondati dalle pizzare, i tipici tappeti tessuti con vari pezzi di cotone, che nel corso della serata gareggiano tra di loro per aggiudicarsi il titolo di miglior muzzuni. Lungo il corso principale si allineano anche le bancarelle di torrone e caramelle preparati artigianalmente, e viene offerto l’ottimo pane caldo cotto a legna e le olive cunzate (condite) insieme a formaggio fresco e stagionato, il tutto innaffiato da un bicchiere di vino, mescolando quindi non solo sacro e profano, ma anche ritualità e sagra di prodotti locali.

Le feste agostane

Un altro momento in cui hanno svolgimento manifestazioni legate alla natura, e specificatamente alle colture cerealicole, è il mese di agosto. Uno degli appuntamenti più interessanti del periodo è la Festa della Spiga, che si svolge a Gangi, splendido centro delle alte Madonie; una manifestazione ricca di fascino anche in questo caso grazie a quel mix tra cristianità e paganesimo che ha da sempre contrassegnato, come abbiamo già visto, alcune delle cerimonie e delle manifestazioni sacre più antiche dell’Isola.

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La festa della spiga, a Gangi.

La manifestazione consta di vari momenti, a partire dalla vanniata da festa (la pubblicità della festa, o meglio del suo programma), durante la quale u vanniaturi (il banditore), a cavallo di un asino, indossando un antico costume e ritmando le sue parole con un tamburo, gira per le vie del paese. Segue u corteo du zitu che rievoca l’antica usanza da parte della famiglia dello sposo di far visita alla sposa e chiederne la mano. Al corteo segue la recita in siciliano della zuccatina da zita, che a sua volta rievoca l’antica tradizione della richiesta in sposa della ragazza. A questo punto c’è una pausa con a manciata di novi cosi, l’offerta a tutti i presenti di una zuppa di legumi e cereali (i nuovi prodotti della terra).

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Festa della spiga.

Il momento clou è poi nel pomeriggio, durante il quale si svolge il corteo di Demetra che si apre con la sfilata in costume tradizionale di ziti, cioè dei giovani fidanzati, con danze tradizionali tra cui spiccano alcune figure: come quella du seminaturi (il contadino che semina il grano), seguito da una coppia di muli che trainano un aratro di legno; o quelle dei mietitori e dei legatori, che con l’ausilio di due antichi strumenti (ancina e ancinedda) raccoglievano le spighe per formare i covoni; e infine quelle dei nobili.
Chiudono il corteo alcune donne vestite elegantemente su carri trainati da animali e adornati di spighe che impersonano divinità pagane: le Meteres, dee della fertilità (alle quali pare fosse dedicato un tempio sul vicino monte Alburchia), Artemide, dea della caccia e delle selve accompagnata dalle ninfe Naiadi, le muse di Apollo Calliope (della poesia), Tersicore (della danza) ed Euterpe (della musica), e così via, fino a Demetra (dea delle messi e dell’abbondanza) la quale si fa largo tra la folla sul carro più grande trainato da buoi.
La prima domenica successiva al Ferragosto invece è la volta della vicina Petralia Sottana, altro centro delle Madonie, con l’altrettanto famoso Ballo della Cordella. Anche in questo caso si tratta di una manifestazione di probabile origine pagana, che trarrebbe origine dal ringraziamento alla dea Cerere per il raccolto del grano; ma qui si inserisce, un po’ come a Gangi, anche la logica dell’amore tra le giovani coppie e quindi la festa del matrimonio.
Anticamente, tra i contadini, la gran parte dei matrimoni si celebravano infatti proprio dopo il raccolto, quando c’era più disponibilità economica e quindi maggiore facilità ad affrontare le spese derivanti dalla creazione della nascente famiglia. E, all’uscita dalla chiesa, la nuova coppia girava per le vie del paese, concludendo il corteo in un’aia o in una radura campestre dove iniziavano la festa e i balli.

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Il ballo della cordella, a Petralia Sottana.

Per quanto riguarda le origini di questa manifestazione, non possiamo non evidenziare che proprio balli campestri e pantomime di vario genere erano eseguiti, anche al di là dei matrimoni, come spontaneo bisogno della comunità contadina fin dall’antichità per onorare le divinità dei boschi o per celebrare con riti propiziatori e di ringraziamento altre divinità nelle feste stagionali. L’origine della manifestazione odierna come rito di propiziazione per la fertilità della terra è stata successivamente mescolata alle celebrazioni in onore della Madonna dell’Alto, sempre in territorio di Petralia Sottana, lasciando tuttavia immutata la struttura rituale del ballo.
Quest’ultimo, oggi come in passato, avviene con dodici coppie di giovani le quali, dopo aver recitato alcune invocazioni in rima e una preghiera alla Madonna, si dispongono in cerchio reggendo con una mano le estremità di ventiquattro nastri (curdeddi) di diverso colore che pendono da una pertica centrale, sormontata da spighe di grano, alzata al centro di una radura alla periferia del paese. Le dodici coppie, simbolicamente uguali come numero ai mesi dell’anno che, come costellazioni, “ballano” attorno al sole, iniziano quindi il loro carosello rievocando con una specifica gestualità quattro figurazioni del lavoro dei campi: la semina, la germinazione, il raccolto e infine la produzione e la cottura del pane; lo fanno intrecciando i nastri che partono dal fascio di spighe mature in cima alla pertica e che finiscono nelle loro mani al ritmo della danza fino a costruire una specie di rete che poi scioglieranno ballando all’inverso.

Il ciclo eterno

Grazie a queste manifestazioni così variegate, ma comunque legate intimamente alla coltivazione e allo sfruttamento del frumento, possiamo quindi parlare di un vero e proprio “ciclo del grano” al quale è sempre stata legata la civiltà contadina, con la sua immutabile sequenza di atti, manualità, attrezzi; ma anche di riti riguardanti la coltivazione e lo sfruttamento, quale fonte primaria nutrizionale, del frumento, proprio come il già citato Gianbecchina ha ampiamente narrato nelle sue tele.
Questo “ciclo” annuale sembra quindi legare, un po’ dappertutto in Sicilia, il sistema e i rituali religiosi alla vita stagionale tipica del mondo agrario e a una serie di tradizioni tipiche di una cultura rurale che pare rimasta pienamente in auge quanto meno fino alla fine del secolo scorso, grazie anche a una sorta di latente feudalità mai veramente venuta meno.
A sua volta la cultura contadina sembra aver mantenuto gelosamente in molti paesi dell’Isola il proprio ruolo ancora oggi, anche se ovviamente gli antichi legami con la ritualità sacra (cristiana ma prim’ancora arcaica, cioè pagana) si sono in parte sfilacciati lasciando tuttavia tracce sotterranee che collegano, a un’attenta analisi, il passato al presente, i simbolismi dell’uno a quelli dell’altro.
La ritualità cristiana, come abbiamo visto, in tantissimi casi ha preso di fatto il posto della simbologia arcaica investendola di nuovi valori, ma il grano rimane sempre, esso stesso, il simbolo imperituro del nutrimento umano e del ciclo della vita, riproponendo spesso la lettura di quel passato arcaico mai dimenticato, magari nelle mutate vesti di una sagra paesana divenuta nel tempo uno spettacolo vuoto a uso turistico.
Questo ovviamente è spesso il “risultato di mediazioni tra memoria e contingenza, di compromessi tra istanze diverse”, avanzate localmente anche da “gruppi di pressione di varia natura (associazioni, comitati, ecc.) del tutto estranei ai contesti originari, latori di contraddizioni che generano un progressivo e sempre più rapido mutamento delle loro forme […], delle loro funzioni e dei loro significati sociali e culturali approdante, in certi casi, nella totale desacralizzazione e nel vuoto ritualismo”. 2)

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Gianbecchina: la spagliata.

N O T E

1) E. Claverie, Le tradizioni del mondo rurale, in Michel Meslin (a cura), Il meraviglioso: misteri e simboli dell’immaginario occidentale, Milano 1998.
2) Ignazio Buttitta, Continuità delle forme e mutamento dei sensi, Acireale-Roma 2013.