Difficile (e presuntuoso) partecipare alle analisi che in questi giorni stanno compiendo i maggiori esperti di strategia, armamenti, intelligence e geopolitica pura sul conflitto in Iran. Non parliamo ovviamente dei giornalisti mainstream, cartacei o teletrasmessi, ma di canali diretti e talvolta “sul campo” i quali, addolora dirlo, pubblicano unicamente sul web.
Tuttavia, un paio di considerazioni in qualità di studiosi d’etnismo ci permettiamo di farle. La prima, abbastanza ovvia, riguarda la struttura etnoculturale degli iraniani. Non sono detestati dai vicini sunniti in quanto sciiti: sono detestati dagli arabi musulmani perché sono “persiani”, soprattutto perché non sono intrinsecamente islamici. Conosco da decenni donne e uomini della diaspora, e non uno di loro è religioso. Non uno di loro ha derubato o stuprato le persone che li hanno accolti, stile maranza, inneggiando ad Allah ché tanto contro gli infedeli tutto è permesso. E se solo dei dementi hanno potuto applaudire le primavere arabe di quindici anni fa, ben altra cosa è confidare oggi nel desiderio di libertà di questo popolo.
Attenzione però – e qui arriviamo al secondo punto – che proprio in quanto “popolo” colto e consapevole delle proprie radici, i persiani non vedrebbero di buon occhio qualsiasi minaccia alla loro integrità territoriale. Il continuo riferimento in questi giorni all’impiego dei curdi iraniani (quelli iracheni per ora sembrano poco propensi) come arma interna per combattere il regime è allarmante. Qualcuno di loro minaccia di arrivare fino a Teheran, armato fino ai denti dagli Stati Uniti, ma rischiano di essere accolti molto male dai movimenti della resistenza locale.
In effetti il grande mistero che nessun esperto riesce a svelare sta proprio qui, nella (chiamiamola genericamente) “resistenza” delle grandi città, quella che ha pagato un tributo di migliaia di morti nelle scorse settimane. Chi sono? Come la pensano? Molti sono giovani, studenti semplicemente desiderosi di vivere liberi come i loro coetanei europei. Altri hanno probabilmente precise visioni politiche, forse nemmeno democratiche. Altri ancora accetterebbero l’alto patronato di Reza Pahalavi, ma di certo – e Trump l’ha capito benissimo – faticherebbero a imporre il figlio di un tiranno cacciato a furor di popolo nel 1979.
Riesce anche difficile credere che la coalizione non abbia predisposto una o più soluzioni per il post regime… anche se ho come la vaga impressione che l’americano e l’israeliano non la pensino affatto allo stesso modo, con un Trump che ha già fatto capire di infischiarsene dell’appartenenza religiosa del suo nuovo uomo di paglia, e Bibi il quale – parere mio – aspira a una personalità non certo islamica in grado di ricostruire la “fratellanza” tra persiani ed ebrei.
Immerso come tanti altri nella nebbia delle ipotesi, ho però notato una cosa strana. Gli israeliani hanno fatto fuori con precisione fantascientifica una fetta enorme dell’establishment iraniano: generali, scienziati, ministri, su su fino al serpente in capo e ai suoi familiari e possibili successori. Tutti tranne il presidente della Repubblica Islamica, Masoud Pezeshkian.
Hai voglia a dire che lì il presidente non conta nulla. Conterà più di un ministro o di un alto funzionario? E in questi giorni di guerra la sua voce è pressoché onnipresente, anche se nelle dichiarazioni appare un po’ più sobrio di militari e portavoce vari: si è persino scusato con i vicini del Golfo per averli mitragliati… E tuttavia il tempo passa, i santini dei gerarchi polverizzati si susseguono sui canali social islamici ed ebraici, rispettivamente compianti e irrisi, ma del Pezeshkian nessuna traccia.
Ora, io non credo che siamo di fronte a un nuovo caso Esmail Qaani, il capo dei pasdaran (forse) giustiziato per essere stato (forse) un agente del Mossad. Qaani era un comandante militare di altissimo livello, succeduto a Soleimani, e le sue informazioni avrebbero consentito azioni belliche altrimenti impensabili. Pezeshkian invece è un ex cardiochirurgo ed è stato rettore dell’università di Tabriz (capoluogo della provincia dell’Azerbaigian, e infatti il nostro uomo è di etnia azera). Se la fisiognomica conta qualcosa, siamo di fronte a una persona dai tratti bonari e tranquillizzanti, il quale ha perso la moglie e una figlia in un incidente e ha tirato su da solo gli altri tre figli.
Ma la parte interessante è che Pezeshkian è stato eletto presidente nel 2024 soprattutto perché la popolazione ha visto in lui un deciso critico nei confronti del regime islamista, tanto da affermare, dopo l’uccisione di Masha Amini, che continuando così i giovani avrebbero finito per odiare l’islam. E il suo atteggiamento verso l’occidente (esclusa naturalmente Israele) era di apertura e di dialogo.
Quindi, lungi dal pensare che sia stato covato dal Mossad, possiamo escludere che quantomeno gli americani vedano in lui un successore, magari transitorio, degli ayatollah? Non sarebbe forse più tollerato dalla gente rispetto a uno sconosciuto imposto da stranieri? E siamo certi che qualcuno “di fuori” non gli abbia spianato la strada per la presidenza? Guarda caso il ruolo era vacante in quanto il predecessore, Ebrahim Raisi detto il “Macellaio di Teheran”, era morto in un incidente di elicottero il quale – alla luce di quanto abbiamo visto dal 7 ottobre 2023 in poi – si fatica ad attribuire alla malasorte.
Ma sono solo speculazioni e tra qualche giorno forse troveremo anche la sua faccia bonaria sui canali telegram, salutato come un martire o un criminale.












