Non mi occupo di psicanalisi e psichiatria, ma di antropologia sì; e francamente non so se quello che succede nelle scuole con i ragazzini delinquenti sia materia più da psichiatra che da antropologo. Ecco perché la reazione commossa di Paolo Crepet alle parole della professoressa di Bergamo accoltellata dal 13enne mi ha davvero infastidito.
Lo psichiatra veneto, per quanto lo trovi simpatico, mi ha sempre dato l’impressione di un commentatore a volte banale, di quelli che hanno scoperto l’acqua calda e la ripropongono a ogni intervento televisivo. Mi ricorda un po’ Vannacci quando sostiene, tipo, che punire la vittima e non l’aggressore è sbagliato, che chi è nero non è bianco, cose così, note a tutti, tranne al canonico 25-30% della popolazione, i bischeri percentualmente presenti in ogni epoca; ma queste sarebbero le basi elementari del pensiero e non ci si può costruire sopra un’intera carriera politica.
Analogamente, il nostro psichiatra non fa che ripetere il ritornello dei giovani da ascoltare, dei telefonini sempre accesi, delle famiglie che non si parlano a cena e dei genitori distratti e ciechi davanti ai sintomi così evidenti del serial killer che gli sta crescendo in casa. Cioè i discorsi affrontati quotidianamente, e giustamente, al bar.
Al bar, non in una trasmissione televisiva. Anche perché uno psichiatra, se si limita a essere tale e non si guarda attorno, né affronta l’umanità pure in senso collettivo e statistico, cioè antropologico, non capisce quello che sta succedendo.
Intanto, lui e svariati suoi colleghi sembrano ignorare che molti di questi giovani problematici non sono europei ma provengono da etnie totalmente diverse. Come è noto, l’applicazione dei nostri criteri psicologici ad altre culture spesso non funziona. In particolare nel mondo islamico, dove i cervelli si sono formati in 14 secoli di minacciosi condizionamenti, comportamenti folli e/o criminali in vari casi non si discostano dalla norma culturale. Ne abbiamo parlato più volte in merito ad aggressioni e attentati con invocazioni ad Allah, allorché per ignoranza o viltà politica i protagonisti vengono etichettati come folli isolati.
Vogliamo proprio affrontare crepettianamente il problema delle famiglie allo stesso modo per maranza e autoctoni? Entrambi si comportano male per mancanza di ascolto? È la stessa cosa quando un “bianco” non ha dialogo con il papà, e il seconda-generazione si sente dire dal genitore o dallo zio che può fare tutto ciò che vuole in nome di Allah?
Molti di questi psicologi, poi, non si rendono conto di quanto il regime wokista e globalista in cui viviamo, saldato con il terzomondismo e la giustizia deviata, sia una sorta di educazione capillare al bullismo. Ma quanti anni di università e successive specializzazioni sono necessari per capire che serve una struttura interiore d’acciaio per crescere retti in una società comunistoide come la nostra, dove nessuno paga mai per le stronzate che fa?
Un bambino si trova bombardato da messaggi quotidiani che, se fanno infuriare un adulto normale, in lui possono innescare due reazioni: o cresce con la rabbia del raddrizzatore di torti, pronto a lottare per i più deboli, oppure sceglie la facile strada che gli viene indicata, quella di delinquere e bullizzare, ché tanto adesso ci sono le professoresse a togliergli le castagne dal fuoco; e domani, quando sarà cresciuto, i giudici, i giornalisti e le terroriste elette in parlamento.
Un preadolescente di oggi sa che potrà scegliere se lavorare per pagarsi l’affitto, o prendere un sussidio e occupare un appartamento senza che riescano a sbatterlo fuori. Meglio possedere un bene e passare anni in galera per averlo difeso, o prenderselo con la forza sapendo che non si farà un solo giorno in cella? Perché impegnare mezza vita a mettersi in regola con la burocrazia quando c’è gente che nello stesso posto ci vive senza traccia di un documento? Perché fare la corte a una ragazza con il rischio di dire la parola sbagliata, quando puoi tranquillamente picchiarla dichiarando che nel posto da cui arrivi è un costume normale? Portare i figli a vivere in campagna e farseli rapire dallo Stato, oppure mandarli a borseggiare in metropolitana senza alcun rischio?
Questa, non ci stanchiamo di ripeterlo da decenni, è una civiltà profondamernte razzista – come tutte quelle che fanno dell’antirazzismo una bandiera – per la quale esistono razze talmente inferiori da non avere diritto all’autodeterminazione, al libero arbitrio, alla responsabilità individuale. Ed è parimenti una civiltà che odia l’infanzia e l’adolescenza, non soltanto perché individua nel ventre tenero dell’umanità una materia da plasmare per il futuro con ideologie tra il patetico e il disgustoso, ma soprattutto perché non riconosce ai più piccini il diritto a un’educazione che sarà loro utile per sopravvivere da adulti. Una civiltà che non riconosce loro la capacità di distinguere il bene dal male, come la lo psichiatra e la sfortunata professoressa stanno comunicando a quello scarafaggio tredicenne e ai suoi simili. Individuo che (scommettiamo?) dopo aver affrontato simpatici colloqui con educatori e psicologi, crescerà come una mina vagante per la nostra incolumità, fino alla quasi inevitabile tragedia per qualche innocente. O improvvisamente non esistono più i serial killer?
Tacciamo poi, cari psicologi e insegnanti, sul fatto allucinante che vari suoi coetanei si sono complimentati con lui (“un vero genio”) per avere calcolato accuratamente la non imputabilità e per la messa a punto dell’aggressione. Torna sempre l’analogia con gli altri presunti incapaci di intendere e di volere, i clandestini ospiti dei cpr, i quali hanno appreso perfettamente il meccanismo per cui bruciando gli alloggi potranno uscirne senza che ad alcun magistrato venga più in mente di farceli rientrare.
Se fossi un celebre psichiatra probabilmente sottolineerei un elemento ben più importante del “bisogno di essere ascoltati” di questi piccoli mutanti: il fatto che loro occupano gli spazi che gli concediamo noi. Già nel normale equilibrio dei rapporti familiari esiste il fenomeno del “tirare la corda”: il bambino nei primi anni tenta sempre di capire fino a che punto può spingersi prima di essere fermato dal genitore. Si tratta di un tira e molla naturale, anzi fondamentale per uno sviluppo corretto. Chiaro che la gara richiede due giocatori, se la mamma o il papà non reagiscono il piccolo perde i freni, non riconosce più i confini e si evolve nel tipico soggetto “viziato” o addirittura “problematico”. Molti genitori faticano a capire che, prima della fase rivoluzionaria dell’adolescenza, i bambini non subiscono la disciplina ma se l’aspettano, vivendola come una delle più alte forme di amore parentale.
Nella scuola italiana tutto ciò non esiste, anzi viene capovolto. Da cinquant’anni essa è in mano a una genìa di cameragni pseudorivoluzionari – come ormai gran parte dei gangli vitali della nostra società – i quali invece di fare gli educatori si sono trasformati negli “amici” e nei complici dei discenti; e neppure negli ultimissimi tempi, ormai retrocessi da amiconi a vittime di violenze, riescono a ficcarsi nella testa che hanno l’obbligo di impedire a chi gli viene affidato di trasformarsi in delinquente.
Ecco perché mi verrebbe spontaneo dire alla professoressa bergamasca che tende le braccia al serial killer: “Lei è una brava persona, ma cambi mestiere per il bene di tutti noi”.





