Il castello di Gioia Sannitica, in provincia di Caserta, fu costruito nel XI secolo dai normanni per controllare il tratto nord-occidentale della media valle del Volturno. Nel corso di una recente attività di ricognizione su una struttura a circa 700 metri dal castello, sull’antica via che scende a Gioia, è stato individuato un complesso pirotecnologico rurale non censito dalla letteratura archeologica locale, anche se conosciuto dalla popolazione e ritenuto a torto una torre medievale.
Il sito è composto da una struttura cilindrica a pianta circolare alta 2 metri e larga circa 1,5, addossata a una parete rocciosa per un quarto e per altri due quarti di fatto ipogea; il restante è libero al fronte con un basso accesso ad arco che mette in evidenza lo spessore di circa 1 metro della struttura, il tutto costruito in pietra calcare locale ammaltata. La costruzione è addossata al pendio naturale posta a circa 4 metri dalla strada sottostante, con l’arco di ingresso che guarda verso la strada stessa mentre la sommità è aperta.

Varco di accesso alla calcara.
Insieme anteriore.

L’analisi di questa prima struttura ha dato la possibilità di comprendere cosa fossero altre due analoghe poste a meno di 200 metri dall’ingresso del castello di Gioia: si tratta di calcare – o “carcare” nel gergo locale – ossia fornaci per la produzione della calce. Anche le due opere vicine al castello presentano una morfologia cilindrica a pianta circolare, parzialmente ipogee e affiancate, sfruttando posteriormente e sul lato destro il declivio naturale del terreno, mentre a sinistra si trova un riempimento a pietra appoggiato alla parete di un edificio residenziale che, per tecnica costruttiva, sembra coevo.
Come la prima struttura, anch’esse usano la tecnica muraria dei conci in pietra calcarea locale, legati da una malta tenace che mostra affinità con le miscele della vicina cittadella. In entrambi i casi lo spessore è di un metro, che risponde tecnicamente alla necessità di resistere alle forti spinte cinetiche e alle sollecitazioni termiche comprese tra gli 800 e i 1000 °C, necessarie a una fornace per la calcificazione delle pietre.
Sulle facciate esposte a valle, le uniche non interrate e costruite in continuità, si aprono imboccature ad arco di circa 120 cm di larghezza e 160 cm di altezza, che si restringono verso l’interno e si affacciano su un ampio terrazzamento pianeggiante: serviva chiaramente come deposito per la legna da ardere e le pietre da calcinare, consentendo anche una ottimale movimentazione dei carri. Il sito è servito sul margine destro, a circa 10 metri di distanza, del sentiero che conduce al castello.

Prospetto d’insieme della fabbrica vista dal sentiero per il castello.

L’ispezione interna non ha evidenziato fenomeni di vetrificazione delle pareti, mentre all’interno della calcara di sinistra, sul lato sinistro in basso, si riscontra la presenza di sedimento rosso riconoscibile come terra termocotta che di fatto fuoriesce dal distacco di alcuni conci di pietra. Le strutture, come consuetudine delle calcare, non hanno copertura: questa veniva realizzata con zolle di terra una volta completato il riempimento dell’interno, che si effettuava sovrapponendo pietre e legna proveniente dai boschi vicini. La fornace veniva ulteriormente alimentata dalla bocca, sorvegliando la cottura per sette o otto giorni.

Vista delle calcare.

Il complesso adiacente, anche se in parte ristrutturato, conserva una struttura residenziale su due livelli con due accessi al piano superiore, ricavando due ambienti residenziali separati, che sfruttano il declivio della collina quale piano di calpestio esterno, mentre al piano sottostante si accede ai rispettivi locali dall’area di movimentazione.
Questi locali sono stati in un passato relativamente recente usati come stalle, mentre si conferma l’uso residenziale degli ambienti superiori muniti di camini di cui si individuano le tracce sulle pareti: erano presumibilmente le stanze abitate del maestro fornaciaio, mentre i vani sottostanti fungevano da deposito per la calce viva e gli attrezzi.
Le calcare erano certamente al servizio del castello e della sua manutenzione, resa necessaria anche per i terremoti che in passato ne avevano danneggiato le strutture. Ma è presumibile che abbiano continuato a essere in uso per un periodo più lungo della vita stessa della rocca, conclusasi definitivamente nel primo quarto del XVI secolo (come confermato dallo studio di cocci di ceramica salvati in passato dallo scrivente).
Manca nella memoria storica popolare la cessazione dell’attività produttiva, segno che questa risale ad almeno due secoli, mentre è testimoniato l’uso di una calcara presso fontana San Marco a Calvisi – a circa settecento metri di quota e a tre chilometri di distanza dalle tre strutture – ancora in epoca contemporanea, a cavallo tra gli anni ‘30 e ‘40 del novecento.

La tecnica di costruzione a conci di calcare e malta nel territorio di Gioia Sannitica è rimasta in uso fino a tutto il XIX secolo, secondo l’identico schema del castello e con le stesse tecniche di riparazione mediante cocci di tegole, usati per il riempimento e il rinforzo di crepe e parziali crolli, in un’area soggetta a terremoti anche di notevole portata. Come già accennato: muri spessi in pietra locale e impiego dell’arco in strutture più imponenti, come i vari “palazzi” della borghesia agricolo-pastorale sviluppatasi già agli inizi del XVIII secolo, individuabili dallo studio del catasto onciario di Gioia del 1742.

Ed è proprio dallo sviluppo di tali strutture che si passa a una tecnica architettonica mista, con l’introduzione di un elemento in piccola parte già usato nel castello, il tufo nero o grigio, meglio conosciuto geologicamente come tufo dell’Ignimbrite Campana. Si tratta della più grande eruzione vulcanica europea degli ultimi 200.000 anni, partita circa 39-40.000 anni fa dai Campi Flegrei. Essa eruttò l’impressionante quantità di 150 chilometri cubici di magma, i quali salirono a una quarantina di chilometri di altezza per poi ricadere in una nube piroclastica che devastò e distrusse tre quarti dell’attuale Campania, causando un drammatico sconvolgimento geologico e ambientale, ricoprendo il territorio di materiale per uno spessore tra i 20 e i 40 metri.
Nell’area della media valle del Volturno, distante circa 60 chilometri dai Campi Flegrei, i materiali piroclastici investirono in pieno il territorio scavalcando le dorsali appenniniche. L’evento livellò di fatto l’intera valle, e oggi alcuni comuni quali Caiazzo, Alvignano e Limatola poggiano direttamente sui banchi di tufo grigio-nero.


Il “tufo grigio campano”, come viene definito, è visibile oggi in diverse sezioni stratigrafiche naturali, fronti di vecchie cave e, come materiale da costruzione, in vari contesti storici e archeologici. I principali siti della zona si rintracciano lungo le falesie e nelle scarpate d’erosione scavate dal fiume Volturno e dai suoi affluenti nelle zone di Limatola e Caiazzo, mentre ex cave storiche a cielo aperto sono presenti ad Alvignano (cava Spinosa), Ruviano e Gioia Sannitica, ma anche a Pugliano, Melizzano, Frasso Telesino e San Salvatore Telesino. Queste cave venivano localmente definite “tufare”.
Il materiale presenta una matrice cineritica grigia che a seconda della concentrazione locale di scorie nere bollose, pomici scure e minerali pirossenici assume tonalità marcatamente scure che variano dal grigio scuro al marrone scuro al nero. Questo tufo verrà usato nella zona già a partire dal IV secolo a.C.: presso il museo civico Dante Marrocco di Piedimonte Matese è conservata una stele in tufo grigio con una iscrizione in lingua osca, proveniente dal monte Cila.

Il “Corridore del Monte Cila” è stato rinvenuto nel 1927 presso Piedimonte Matese. Alto quasi 12 cm, è datato attorno al 460 a.C.

Con l’arrivo dei romani il tufo grigio e nero viene impiegato come materiale da costruzione e decorazione economico, facile da reperire e lavorare localmente, assai usato come pietra da riempimento o per zoccolature e strutture edilizie ordinarie. Ad Alife è presente nelle mura e nelle porte dove fu usato per comporre l’opus reticulatum utilizzato in blocchetti o come caementa (scaglie per il conglomerato cementizio) nelle fondazioni e nelle murature locali (opus incertum o misto), ma era anche presente nelle ville rustiche sparse nella piana di Alvignano e Dragoni con capitelli dorici risalenti all’età ellenistico-romana. Ma anche nelle infrastrutture, quali il ponte Fabio Massimo a Faicchio dove il tufo rinforza alcuni punti di spinta e i cunei degli archi, e tra Ruviano, Alvignano e Cerreto Sannita usato per tombe a cassa e sarcofagi.
Si trattava insomma di una risorsa geologica di prossimità, dal basso valore economico e tratta localmente senza costi di trasporto esorbitanti. Adoperata per la sua duttilità e rapidità di messa in opera, rispondeva a criteri puramente pratici di celerità e solidità costruttiva.
Sempre nel territorio di Alvignano in epoca medievale il tufo grigio locale sarà usato per gli apparati decorativi e difensivi del castello Aragonese, come i beccatelli delle torri, negli architravi e nelle cornici decorative. Presso il castello di Gioia risalente al XI secolo d.C. il tufo grigio verrà usato in conci d’angolo per la costruzione di angolate su alcune parti della struttura palaziale, in particolare per le feritoie dell’edificio e per le feritoie da archibugio delle mura difensive.
In definitiva, per quanto riguarda il territorio di Gioia Sannitica, è l’epoca medievale con il suo castello a utilizzare per la prima volta il tufo locale, cui seguirà un periodo lunghissimo di non uso, né decorativo né strutturale. Con il XVII secolo, nell’area comincerà a tornare in auge in modo relativamente costante nella costruzione delle abitazioni più abbienti.
Attualmente le strutture costruite con la tecnica mista calcare-tufo si si possono vedere nel centro di Gioia: per esempio, l’abitazione del sindaco Gaetano risalente al XVIII secolo è costruita completamente in tufo adoperando il calcare solo per le fondamenta, così come la casa comunale della metà del XIX secolo, mentre in frazione Calvisi il palazzo Fiondella e casa Cassella, il primo risalente al XVIII secolo e la seconda al XIX, sono anch’essi in tufo nero. Ad Auduni le architetture delle abitazioni del centro storico vicino alla chiesa di San Antonio da Padova sono in tecnica mista, non a facciavista, risalenti al XIX secolo. Mentre per le case Gaetano e Cassella e la casa comunale le facciate esterne sono lasciate a facciavista (cioè senza intonaco), il palazzo Fiondella appartenuto a una ricca famiglia borghese di estrazione contadina è costruito con la tecnica mista di conci in calcare per una altezza dal piano di calpestio di circa un metro e il restante interamente in tufo nero, comprendente anche le pareti divisorie degli ambienti interni, ma con una pregevole intonacatura delle pareti sia interne sia esterne. Altra struttura in tufo nero è presente in località Tora.

Conci d’angolo in tufo nero, Palazzo Fiondella a Calvisi.

In questo caso, la grande struttura dei Fiondella ricalca gli apparati monumentali dei grandi palazzi cittadini settecenteschi del Regno, in particolare della capitale Napoli. E fu proprio nel XVIII secolo che il tufo nero della media valle del Volturnoconobbe una straordinaria stagione di importanza grazie a una precisa evoluzione culturale, estetica e infrastrutturale legata all’età borbonica, divenendo un prodotto di pregio per i nobili e la nascente borghesia benestante.
L’architettura del Settecento campano sviluppò un gusto raffinato per il bicromatismo. I nobili e i ricchi committenti utilizzavano il tufo nero lavorato a facciavista per creare un netto contrasto cromatico e chiaroscurale con gli intonaci chiari o i marmi bianchi delle facciate, divenuto un simbolo di status e monumentalità che sarà legato all’effetto Reggia di Caserta e all’indotto borbonico.
Con l’avvio dei grandi cantieri borbonici nella provincia casertana (in primis la Reggia di Vanvitelli) si generò una forte domanda di maestranze specializzate, rivalutando i materiali lapidei locali grazie all’influenza di Luigi Vanvitelli nell’uso delle pietre locali nel casertano. Vanvitelli non importava materiali da fuori, ma compiva sistematiche ricognizioni geologiche locali. Egli voleva materiali che garantissero sia resistenza strutturale sia un preciso rendimento estetico tardo-barocco e neoclassico. E da qui nasce il binomio calcare-tufo: ad esempio per le grandi strutture portanti della Reggia e dell’Acquedotto Carolino, Vanvitelli selezionò il calcare bianco delle cave di San Iorio (Casertavecchia) e di Castel Morrone. Per le parti interne, i riempimenti leggeri e i contrasti cromatici, sfruttò invece i banchi di tufo grigio e nero presenti lungo la media valle del Volturno e nelle aree limitrofe.
L’architetto sdoganò l’uso delle facies grigio-scure e dei tufi duri (spesso assimilati al piperno) per elementi a facciavista. I portali, i basamenti dei palazzi dell’indotto regio e le modanature decorative iniziarono a imitare le scelte vanvitelliane, trasformando pietre storicamente considerate “povere” in simboli di sobria eleganza e legame con il territorio.

Parete laterale di Casa Cassella in Calvisi, con conci a facciavista in tecnica mista.

Il tufo veniva estratto interamente a mano utilizzando il picconello (o scure da tufo) per tracciare i solchi verticali e orizzontali nella parete rocciosa, e cunei di ferro percossi da pesanti mazze per staccare il blocco. Gli operai – detti cavamonti o maestri tagliatori – possedevano un’abilità straordinaria. Dovevano assecondare le venature naturali della roccia per evitare che il blocco si spaccasse. Ogni pezzo estratto era un pezzo unico, rifinito a mano sul posto. Il sollevamento dalle cave sotterranee o a pozzo avveniva tramite argani azionati da asini o cavalli.
I costi di trasporto sui carri trainati da buoi incidevano enormemente sul prezzo finale, rendendo il tufo lavorato un prodotto costoso e accessibile per le finiture solo ai ceti abbienti, anche se nell’area di Gioia Sannitica e dintorni le cave a cielo aperto erano in pratica a chilometro zero, come già accennato, riducendo i costi di estrazione e trasporto.
Sarà poi nel corso del novecento che il valore di questo materiale crollerà drasticamente, facendolo ritornare una risorsa economica e popolare per diversi motivi: l’introduzione e la massiccia diffusione del calcestruzzo cementizio, dei mattoni industriali e del più tenero ed economico tufo giallo, rivoluzionarono l’edilizia locale. Il tufo grigio-nero perse la sua centralità strutturale per i grandi edifici civili, venendo declassato a materiale per murature secondarie o di tamponamento economico.
Il costo della manodopera per l’estrazione in cava e per il taglio manuale degli scalpellini divenne insostenibile. La meccanizzazione delle cave di tufo, specialmente del tufo giallo più tenero e produttivo, inondò il mercato di blocchi standardizzati a bassissimo costo, annullando l’esclusività del prodotto artigianale. L’architettura del XX secolo abbandonò i decori sfarzosi, i portali monumentali e i contrasti barocchi, e soprattutto nella realtà rurale del medio Volturno, il tufo giallo divenne un materiale che ben si adattò alle nuove ristrutturazioni, soprattutto del dopoguerra: al basso costo si aggiungeva la leggerezza stessa dei conci, permettendo l’ampliamento anche in sopraelevazione delle strutture. Si creò così una nuova tecnica costruttiva che univa la già esistente architettura in pietra calcare e malta all’uso di cemento armato e tufo per le sopraelevazione.
Il tufo nero, estratto e lavorato con perizia millimetrica, perse la sua connotazione settecentesca barocca di “materiale di pregio” per finire nel limbo della storia. L’ultimo uso edilizio di un certo rilievo risulta nell’immediato dopoguerra a San Salvatore Telesino, con la ricostruzione degli edifici fortemente danneggiati dai tedeschi, avendo a disposizione le vicine cave di Pugliano, Melizzano, e Frasso Telesino, riducendo in tal modo i costi del trasporto rispetto all’acquisto di tufo giallo da altre zone.
In definitiva il tufo nero rimane un prodotto di nicchia, utilizzato da poche aziende specializzate per la fabbricazione e messa in opera di conci architettonici di particolare pregio e costo, perdendo però la peculiarità di materiale costruttivo di largo impiego.

Il complesso del Castello di Gioia.

 

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