I francesi le chiamano poeticamente pierre glissoires, pietre dello scivolo, e il Biellese he ha molte. Residui d’un megalitismo magico e propiziatore di fertilità e di benessere, alcuni massi di forma particolarmente ripida e liscia vennero effettivamente utilizzati in un lontano passato per riti pre-cristiani: si credeva infatti che le donne, scivolando velocemente sulla loro superficie, grazie al contatto prolungato “attivo” dal valore simbolico e sacrale avrebbero favorito la propria procreazione, prevenendo la sterilità.
A Urupa è famosissimo il Ròch dla vita dove per secoli migliaia di donne sono passate con fatica, spesso a natiche nude, in una sua fenditura, hanno compiuto tre giri attorno alla roccia e infine hanno battuto violentemente il ventre contro la parete, convinte che questo rituale pagano fosse davvero efficace.

Nella Bessa pietrosa il rito dello scivolo si è praticato su un masso nascosto nella boscaglia detto dla sguja; poi il rituale pian piano si è perduto e la roccia è stata utilizzata solo come scivolo dei bambini, dimenticando la sua originale funzione terapeutica.
L’affollarsi di questa ritualità non si limita al solo Biellese, i residui d’un megalitismo guaritore esistono ancora in tutta la zona montana che va dalla Valle d’Aosta (Machaby) all’Ossola (Malesco), fino al Lago d’Orta (Preja batizaa di Bugnate) e all’Alpe Pala nei monti che circondano il Lago Maggiore. 1)

Purtroppo molti massi scivolosi sono andati perduti per varie ragioni, come la Pietra sburà di Gurro o il masso di Finero, ma la perdita più grave è stata quella del Sasso Papale, un masso erratico di enormi dimensioni posto nel Comune di Gignese, sulle pendici del Mottarone, su cui le donne si gettavano a capofitto credendo che la paura e il conseguente scompenso psichico provocassero loro misteriosi benefici.
Come provano le cartoline d’epoca che lo raffigurano, il Sasso di Gignese era un blocco di granito di dimensioni gigantesche e si presentava con uno straordinario colore rosa. Già nel 1889, in piena Belle Epoque, il famoso entomologo inglese Philip Lutley Sclater ne mise in luce la singolarità sulla rivista “Nature”, scrivendo che si trattava d’un “enorme masso di granito di forma approssimativamente oblunga e misura circa 75 piedi di lunghezza e forse la metà di larghezza e spessore”, auspicandone la conservazione. 2)
Per decenni il masso è stato oggetto di studio da parte del professor Carlo Fabrizio Parona, presidente dell’Accademia delle Scienze di Torino dal 1928 al 1934, ma soprattutto dal celebre esperto geologo Federico Sacco il quale si fece promotore nel 1922 d’una legge per la tutela del patrimonio naturale; ma i suoi sforzi furono vani poiché “numerosi massi erratici furono distutti per fare pietrisco stradale, costruzione di muri e case”. 3)
E per il “Sasso Papale” non ci fu scampo.
Eppure la sua fama si era diffusa a macchia d’olio, attirando da tutta Europa migliaia di appassionati turisti ed estimatori che avevano spinto le autorità a porre nel 1929 in tutta la zona un vincolo ambientale. Poi però, passata la proprietà del sasso a privati, nel 1961 le ragioni del guadagno prevalsero su quelle della magia terapeutica poiché il monumento naturale venne tagliato a pezzi e utilizzato come materiale di costruzione.
Restarono solo le leggende, derivate dal nome “papale” che ancor oggi suscita grande curiosità, ma che con il pontefice non c’entra un bel niente. Come chiarisce il Dizionario del dialetto Ticinese 4) parlato in zona, il termine deriva dall’unione di preda, “pietra”, e pianca, poi diventata pala nel significato di ripido pendio erboso di montagna, come nel caso, non lontano da Gignese, del masso Pala sopra Miazzina, dove si andava a tiré la sguja; mentre in altre zone delle Alpi lo stesso toponimo indica una montagna dai versanti molto inclinati, come sono le famose Pale di San Martino in Trentino.
Molto probabimente, in origine il sasso di Gignese si chiamava proprio “sasso della preda inclinata”. Solo la fantasia popolare lo ha collegato al papa, facendo nascere la diceria che il nome sarebbe stato coniato nientemeno che da San Pietro nei suoi pellegrinaggi verso Roma, allorché sarebbe rimasto colpito ammirando l’imponenza e la rosea bellezza piena di fascino del grande sasso.
Così la leggenda dello scivolo glissoire si diffuse assieme alla diceria che il gigantesco monolito sarebbe stato collocato in quel luogo dal diavolo in persona, che l’avrebbe fatto precipitare con una cornata dalla cima del Mottarone. Per tenere lontani i popolani timorati di Dio.
Ma le forze diaboliche del paganesimo, oscure e temute, evocate con la scivolata propiziatrica erano davvero pericolose al punto che, per appropriarsi di quel luogo di particolare suggestione, nel 1928 è stata edificata a poca distanza una chiesetta dedicata alla Madonna della Neve, una figura che compare spesso per santificare siti di devozione pre-cristiana frettolosamente trasformati in luoghi di culto cattolici.
Poi è arrivata la smania del costruire, e un poco per volta la scivolosa “pietra inclinata” è stata divorata boccone dopo boccone per ingrandire le lussuose ville padronali della zona.
A Gignese c’era una grande pietra magica e l’hanno fatta a pezzi.
N O T E
1) Roberto Gremmo, Le grandi pietre magiche. Residui di paganesimo nella religiosità popolare alpina, Storia Ribelle, 2009.
2) Philip Lutley Sclater, La Pietra Papale, “Nature”, 14 novembre 1889.
3) Federico Sacco, I massi erratici e il sentimento religioso, La Giovane Montagna, 1923.
4) Centro di Dialettologia e di Etnografia del Cantone Ticino, Dizionario Leventinese. Toponimi ticinesi (e grigionesi) della montagna, 2019.












