Foto di Terry Bianchi
La figura del marabutto – in lingua araba “colui che vive nel ribat, nella fortezza”, altrimenti denominato “combattente della fede” – ha sempre suscitato nel mondo islamico qualche timore, anche reverenziale, e soprattutto molte speranze, di quelle importanti come la guarigione dai mali fisici e psichici. È presente in quasi tutti i Paesi del Sahel, occupando posizioni sociali rilevanti nella comunità, assai spesso con un ruolo di riferimento per consultazioni e decisioni, sia personali che collettive.
La commistione delle varie anime che si configurano in queste personalità è molto interessante: una sorta di fusione tra magia, sciamanesimo, religione e antico sapere. Gli studi antropologici ci insegnano come sia insita nell’animo umano la disperata necessità di avere un dialogo con il divino che risponda agli eterni quesiti filosofici, e di conseguenza di trovare un “facilitatore” che traduca l’umano al divino e viceversa.
Il marabutto non è un imam, un “ministro di Dio”, né un sorcier, lo stregone con poteri soprannaturali, e nemmeno un griot, un cantastatorie depositario della tradizione orale e custode della memoria storica. Forse è tutta questa pluralità incanalata in un’unica e potente energia, personale e decisiva, autorevole e autoritaria, riconosciuta e radicata.
Decisamente “tanto”, così tanto da influire in alcuni casi sulla vita politica di alcuni Paesi chiave dell’Africa islamica. Un esempio interessante è il Senegal, dove l’islam è prevalentemente sufi, organizzato in confraternite di cui il marabutto è il Gran Maestro. Si tratta della visione mistica dell’islam, promotrice di pace e di buona convivenza, che vede nell’enclave di Touba, cuore spirituale del muridismo, la sua massima espressione. 1)
È l’islam moderato che porta con sé la memoria di elementi pre-islamici, per così dire “popolari”, per i quali la figura del profeta e dell’intermediario spirituale con poteri taumaturgici è fondamentale.
Tutto questo non va molto d’accordo con l’islam ortodosso, che non vede di buon occhio il tramite tra il fedele e Dio: è sempre una questione di spartizione di poteri, più si distribuiscono e più si indebolisce il controllo; anche per questo il sufismo è attualmente considerato una risorsa per promuovere l’islam moderato e arginare le correnti estremiste.
Il marabutto di Chinguetti
La Mauritania è un Paese interamente di fede islamica, per gran parte occupato dal deserto del Sahara, sconosciuto al turismo di massa e non solo, inaccessibile in alcune zone remote, dai confini scomodi, a volte minati (Sahara Occidentale), a volte minacciati da incursioni terroristiche (Mali).

Mi avevano detto che in Mauritania “non si può andare”. Mi avevano anche detto che in Mauritania la religione islamica ortodossa non accetta la figura del marabutto, che la donna vive in condizione di sudditanza, mi avevano parlato dell’antica pratica del gavage, l’alimentazione forzata delle bambine per trasformarle in donne “appetibili”, e degli episodi di schiavismo messi in atto nei confronti degli haratin nonostante la schiavitù sia stata ufficialmente abolita nel 1981. 2)
Non è proprio così, il mondo cambia e sta cambiando anche qui, ed è una piacevole sorpresa. Uscire dai luoghi comuni e dal sentito dire fa sempre un gran bene, a sé stessi e alla cultura.
La lunga strada che da Nouakchott, la capitale, porta a Guelb el Richat, l’occhio del Sahara in pieno deserto dell’Adrar, si trasforma e si snoda in innumerevoli piste percorribili solo da dromedari e fuoristrada guidati da formidabili autisti “mauri” che tra queste dune sono nati. È l’antica via carovaniera che collega le leggendarie oasi di Chinguetti e Ouadane, centri strategici per il commercio di sale, oro e datteri, città perdute nella sabbia dichiarate patrimonio dell’umanità dall’unesco.

Ho un appuntamento con il marabutto di Chinguetti. Mitù, la mia guida, mi accompagna tra i vicoli della città fino al portone di entrata, dove tolgo le scarpe. Nell’anticamera, ricoperta di tappeti, una donna sta preparando il tè, una cerimonia immancabile che accompagna vari momenti della giornata, le chiacchiere, gli incontri, le confidenze e le storie; è anche un rassicurante gesto di accoglienza.
Nella stanza principale, seduto su un materasso, tra le mani la misbahah, il rosario islamico, il marabutto mi racconta la sua storia. Il padre gli ha trasmesso il “dono”, la capacità di vedere il male e di guarirlo. Quindi si è marabutti per lignaggio, come accade per gli sciamani di altre culture, una su tutte lo sciamanesimo buriato in Mongolia. A differenza di quest’ultimo, però, accettare il dono è una scelta e non un obbligo, e il diniego non è causa di sofferenze e sventure.
Inizialmente aveva rifiutato la missione, e tutto andava bene. La gente del luogo però non si rassegnava, e andava da lui implorando attenzione e guarigione. Bisognava provarci. Un giorno arrivò un contadino disperato per la sua cammella che non produceva più latte ma sangue. E lui la guarì. Ci aveva provato e aveva funzionato.

Mi spiega così un concetto tanto semplice da sembrare infantile, ma non lo è affatto: se vuoi conoscere le tue capacità devi metterle alla prova. Non è obbligatorio saper far tutto, ma scoprire cosa sai fare davvero sì, è un dovere verso sé stessi e una missione verso gli altri. E lo devi fare bene. Manca infatti la terza fondamentale condizione per diventare un marabutto a tutti gli effetti: la perfetta conoscenza del Corano, interamente a memoria, parola per parola. Nel testo sacro c’è tutto quello che serve per usare la capacità taumaturgica, e il marabutto è il tramite di Allah che interpreta la sua parola e la mette in pratica attraverso il rito di guarigione.
Riassumendo, gli elementi sono quattro: il dono, l’effettiva capacità di metterlo in pratica, la profonda conoscenza del Corano e la ritualità.
Il costo della sopravvivenza
La tentazione di fare un esperimento è grande. Chiedo anch’io una guarigione, modesta ma comunque complessa, e ho subito la risposta: la ritualità prevede la conoscenza della persona che ne fa richiesta, è necessario vederla in viso e guardarla negli occhi; e fin qui ci siamo, essendo uno di fronte all’altro. Poi devo fornire il nome di mia madre, confessare i sintomi o le problematiche che mi affliggono ed essere disponibile a tornare altre due volte. Il rito prevede tre incontri, durante i quali il marabutto prega, legge versi del Corano e individua la “cura”. Al termine, egli confezionerà un talismano (che in altri Paesi come il Niger o il Mali è detto gris gris), molto spesso rappresentato da sabbia (che qui non manca) da cospargere su tutto il corpo, o da diluire nell’acqua da bere, oppure da indossare contenuta in un monile. Tutto questo ha un prezzo, e la somma che mi propone è decisamente alta.
Esperimento terminato… Il marabutto comprende il mio imbarazzo. Mitù mi spiega che anche se la cifra rappresenta l’equivalente di due stipendi di un impiegato del luogo, o di un biglietto aereo per una capitale europea, la gente è disposta a pagare lo stesso.

Credo di aver individuato le ragioni, che sono valide a tutte le latitudini ma che qui sono aggravate anche dalle condizioni regionali e climatiche. Per cominciare, quando sento dire da commentatori occidentali che il deserto ti ruba l’anima che si perde e si ritrova in questa splendida immensità, penso che uscendo dalla comfort zone, scrollandoci di dosso un po’ di sentimentalismo e l’appoggio di guide e tour operator dotate di gps e conoscenza del territorio, e provando a indossare gli abiti locali, potremmo certamente riconoscere che il deserto è anche insidia, incertezza, sabbia che entra dappertutto, tempeste che cancellano le piste e i punti di riferimento, mancanza di acqua, orizzonti indefiniti e ostili, vuoto e assenza; assenza da riempire con il coraggio di tutti i giorni. Bravissimi, tutti, tutti coloro che scavano per trovare un pozzo che sia di ristoro anche alle carovane di passaggio, a chi cerca di rubare alla sabbia un po’ di terreno buono per coltivarci le verdure, a chi vive in una tenda a centinaia di chilometri dalla capanna più vicina, sopravvivendo con latte di cammella, carne di capra (deliziosa) e pane cotto sotto la cenere; alle donne che tutte le mattine camminano per chilometri nel nulla assoluto con destinazione la sommità che domina Guelb el Richat (l’occhio del Sahara) per esporre sulle pietre i monili fatti con le loro mani, nella speranza di veder arrivare qualcuno che si avventuri fin lassù e che dia il giusto valore alla loro artigianalità.
La vita nel deserto è dura, e duro è il percorso, fisico e filosofico. Regna l’essenziale, e in questo senso può essere una prova di forza. In questa terra ha viaggiato e vissuto uno dei più leggendari e ammirevoli esploratori del secolo scorso, per me un mito. È Théodore Monod, francese, mancato nel 2000 all’età di 96 anni, stregato dall’origine del Richat 3) e dalle sue leggende, la cui incredibile storia merita un racconto a parte.
Insomma, il compenso che chiede il marabutto, per tanto che sia, ha il valore di guarire una cammella che produce sangue anziché latte; ha il valore della sopravvivenza. È poco per il pastore che vive di questo? Non direi. Come sempre è tutto molto relativo, e in questo serve molta interpretazione e un po’ di empatia…

Ouadane
Superata la città di Chinguetti, con la sua parte più antica quasi inghiottita dalla sabbia, dopo 140 chilometri di percorso molto impegnativo si arriva a Ouadane, altro centro strategico sulle antiche rotte carovaniere, e come Chinguetti luogo di saggi depositari della storia e di antichi manoscritti, i custodi delle biblioteche del deserto.
È qui che incontro Sidi Mohamed ould Abidine. È lo storico di Ouadane, da tutti riconosciuto come massima personalità culturale della città, ed è stato anche l’insegnante della mia guida Mitù, che lo rispetta e lo ammira incondizionatamente. Per chiunque desideri conoscere verità e segreti dell’Adrar, antichi e presenti, Sidi è la persona che ha le risposte.
La sua casa è un museo a cielo aperto. Oltrepassando i due scalini all’entrata delle mura della casa si viene proiettati in un inconsueto e immenso ammasso di oggetti della natura più svariata tutti accatastati, con un senso piò o meno logico, nel grande cortile quadrato. Per arrivare alla stanza dove Sidi mi riceve per una chiacchierata è necessario farsi spazio tra teiere, gomme di automobili, vecchi fornelli, utensili da cucina arrugginiti, e poi martelli, chiodi, una macchina da scrivere, elmetti, scarpe, e documenti, carte, tante.
Sono senza parole, non mi aspettavo un tale disordine, ma Sidi è un uomo estremamente intelligente e capisce i miei dubbi. “Il ne s’agit pas des poubelles”, ride, con gli occhi buoni e un po’ burloni: non è una raccolta di spazzatura. Parla il francese con proprietà e chiarezza. “Il mio amore per la storia mi ha portato a osservare tutto ciò che mi circonda con grande attenzione, andando oltre l’apparenza; è un procedimento necessario per raccogliere sia fisicamente sia mentalmente tutti i dettagli possibili che ricostruiscono il passato. Senza osservazione non c’è ricostruzione, come un complesso e incompiuto puzzle che ha tutti i suoi pezzi ma nessuna regìa che ne osserva l’incastro. Da tutta la vita raccolgo tutto ciò che trovo, lo registro nella mia mente e lo colloco nella sua posizione storica, utile o inutile che possa essere stato”.

Parliamo di tanti argomenti. È stato uno studioso di matematica, di storia, di geologia, persino di fisioterapia; e consapevole della leggenda che vuole il Richat la sede della città perduta di Atlantide narrata da Platone, ribadisce la sua certezza che l’origine sia un dono di Dio e non degli uomini. Vulcanica, meteoritica? Viene sempre da Dio. La serenità con la quale si esprime è contagiosa e francamente incantevole.
Parliamo di marabutti.
“Il marabutto? Anch’io lo sono, conosco il Corano a memoria”.
“Allora puoi guarire le mie ansie?”, chiedo con curiosità.
“Non io, Allah lo farà! Avvicinati con le mani aperte e preghiamo insieme”.
Recitiamo quella che è la preghiera più comune, la prima sura del Corano. Bella questa comunione di intenti tra un musulmano e una cristiana, Dio è sempre Dio, nessun pregiudizio da parte mia e nessuna mira di conversione dall’altra parte. Rispetto e condivisione.
È tutto qui? Nessun gris gris? E il prezzo?
“Non mi devi nulla, Dio farà ciò che è giusto per te, io non ho fatto nulla”.
Città che vai, marabutto che trovi. Interessante.
N O T E
1) Il muridismo è una variante del sufismo assai diffusa in Senegal, elaborata da un mistico di metà XIX secolo. Si basa su una spiritualità meditativa ed estatica che non rappresenta tanto una confessione islamica (come quelle sciita e sunnita) quanto uno stile di vita [NdR].
2) Gli haratin sono un gruppo etnico presente nel Sahel e nel Maghreb meridionale. In Mauritania, una buona metà di questa popolazione vive di fatto in una condizione di schiavitù. Gli uomini lavorano in agricoltura e le donne si occupano delle faccende domestiche senza alcun salario, e possono essere venduti o scambiati dai “proprietari”. Anche se la schiavitù è stata formalmente abolita, le autorità mauritane non fanno nulla per modificare lo status quo [NdR].
3) Richat, detto anche “Occhio del Sahara”, è un cratere circolare nei pressi di Ouadane, con un diametro di oltre 40 chilometri.














