In questo articolo vogliamo ripercorrere la storia delle migrazioni delle genti walser in alcune aree del versante sud delle Alpi occidentali, una superficie geografica che si colloca nell’odierna Valle d’Aosta e nelle provincie di Vercelli e del Verbano-Cusio-Ossola in Piemonte.
Facciamo luce prima di tutto sul nome “walser”, che rappresenta una contrazione di walliser, abitante del Wallis (germanico per Vallese), l’area al di là del versante alpino da cui provenivano appunto questi gruppi di famiglie; il termine con il quale chiamiamo queste genti coincide dunque con il nome del loro luogo d’origine.
Secondo le principali fonti storiche, come i documenti statutari (un complesso di norme che regolavano le corporazioni e varie istituzioni ed erano particolarmente diffusi nel Medioevo), ma anche i contratti d’affitto e le note contabili, i primi insediamenti di famiglie walser nelle suddette aree, risalgono al XII, XIII e XIV secolo.
Le cause di questo esodo, iniziato dal XII, furono senz’altro molteplici, ma fu sicuramente preponderante un boom demografico che coinvolse gran parte dei popoli d’Europa, conseguente a un riscaldamento del clima, 1) che favorì le produzioni agricole 2) anche ad alta quota, vale a dire nelle aree ai piedi delle Alpi. Assistiamo a un aumento della temperatura media che in montagna determinò un innalzamento del limite dei boschi e lasciò scoperti dalla neve e dal ghiaccio ampi spazi verdi. Il ritiro di alcuni ghiacciai alpini facilitò non poco l’ascesa delle alte montagne e il passaggio di questi gruppi di famiglie.
Durante il Basso Medioevo (secoli XII e XIII), al tempo della diaspora dei walser, si assiste alla fondazione di molti monasteri alle pendici delle alte montagne, per iniziativa di alcuni signori laici che facevano donazioni al clero a cui erano legati da complessi rapporti di natura economica e politica. Questi monasteri e abbazie comprendevano proprietà fondiarie che fecero da traino all’arrivo dei coloni walser i quali, come avveniva in altre aree d’Europa, si avvalsero del “diritto dei coloni” che consisteva nella concessione di terreni da parte di autorità laiche ed ecclesiastiche tramite un contratto d’affitto ereditario, un affitto annuale che rimaneva immutabile nel tempo e poteva essere lasciato in eredità ai figli. 3)
Una peculiarità della gestione di queste proprietà terriere era la piena autonomia dei coloni, i quali avevano l’obbligo di difenderle nell’interesse loro e dei possidenti. Esempi di signorie laiche ed ecclesiastiche che avevano possedimenti terrieri ad alta quota erano i conti di Biandrate e il monastero di San Giulio d’Orta, i quali a loro volta dovevano potersi difendere dalle mire delle città comunali vicine.
Inizialmente le famiglie walser si insediavano in queste aree di alta montagna per un periodo di tempo e poi, periodicamente, facevano ritorno nei loro luoghi d’origine; in un secondo momento il loro stanziamento non fu più stagionale ma divenne definitivo, 4) ed essi consolidarono la loro attività di dissodamento dei terreni per renderli adatti all’agricoltura, di allevatori di bestiame, di produttori di latte e di formaggi, dedicandosi allo sfruttamento delle risorse idriche e minerarie e alla conservazione dei boschi. 5)
L’insediamento delle genti walser sulle alte montagne rappresentò un fenomeno del tutto nuovo nell’àmbito del rapporto tra l’uomo e l’ambiente circostante, nel senso che mai fino ad allora l’umanità europea si era stanziata ad altitudini così elevate: le migrazioni erano state in direzione delle pianure, delle coste e lungo i fiumi che offrono siti favorevoli alla colonizzazione. 6) Dobbiamo considerare infatti che i romani, nella loro opera di colonizzazione della cosiddetta Italia cisalpina, considerarono sempre le aree alpine inospitali, cioè prive di comodità per viverci. Si trattava di un atteggiamento diffidente nei confronti della montagna, tanto che era diffuso l’epiteto infames frigoribus Alpes, 7) che sottointendeva il concetto di territori inadatti all’insediamento umano in quanto pericolosi e gelidi, ma con una funzione strategica di difesa dei territori a valle.

Custodi dei valichi

I walser per contro resero le Alpi un’area produttiva attraverso la loro gestione e il loro sfruttamento delle risorse boschive e agricole, 8) la manutenzione dei sentieri e delle alte vie di transito, così come con lo sfruttamento minerario e idrico. 9)
Una conseguenza del boom demografico del Basso Medioevo fu un’eccedenza di domanda di prodotti da parte dei centri subalpini e delle città della pianura: i montanari walser contribuirono senz’altro a soddisfarla con la carne dei loro animali d’allevamento, i formaggi, i prodotti agricoli, così come con i manufatti del loro artigianato. Nel contempo città mercantili come Novara, Vercelli e Milano, che intrattenevano un certo traffico commerciale con il centro Europa, 10) si avvalevano delle alte vie alpine per lo scambio delle loro merci. Le genti walser giocarono un ruolo essenziale lungo queste direttrici commerciali grazie alla costante manutenzione delle alte vie, dei passi alpini e delle strade di collegamento delle varie valli (ricordiamo che nel XIII secolo l’area adiacente al Monte Rosa, che vede lo stanziamento di alcune colonie walser, divenne una delle porte centrali delle Alpi in direzione dell’area germanica), esercitando allo stesso tempo il commercio dei loro prodotti e manufatti. 11)

Gli stanziamenti e le attività svolte da queste famiglie provenienti dal Vallese testimoniano la straordinaria capacità di adattamento all’ambiente fisico circostante, che potremmo definire poco ospitale; nonché l’abilità di calarsi molto bene nella situazione economica e sociale del tempo.
La peculiarità nella gestione di tutte queste attività era che le varie iniziative venivano decise collettivamente attraverso assemblee indette nei vari villaggi. In queste riunioni prendevano la parola i vari capi villaggio.
Come riferisce Enrico Rizzi, uno dei più grandi conoscitori della cultura walser, alcuni documenti statutari del ‘400 attestano che questi rappresentanti dei villaggi avevano anche funzioni di polizia, oltre a essere autorità nella gestione dei beni collettivi. 12)
La valle Formazza all’estremo nord del Piemonte di cui parla Enrico Rizzi, è caratterizzata tutt’oggi nell’intero territorio da proprietà collettive – alpeggi e boschi – che traggono origine proprio dal modello di gestione comunitario delle famiglie walser che si insediarono in queste terre nel Basso Medioevo; e lo dimostra il fatto che in quest’area non vi sono proprietà demaniali.
Abbiamo accennato alla grande opera di manutenzione delle alte vie che i walser attuarono dando un contributo importantissimo allo sviluppo dei passi alpini. Ne sono un esempio il passo di Gries e il passo San Giacomo (San Jakompass in lingua walser) che, a più di 2000 metri di altitudine, mettono in comunicazione l’altipiano svizzero del Goms e la Val Formazza.
Le famiglie walser, provenendo dal Vallese nel secolo XIII, attraversarono questi valichi che allora erano praticamente delle mulattiere con i loro carri carichi di masserizie, giungendo in Valle Formazza che chiamarono Pomatt nel loro dialetto alemanno. L’attraversamento di questi valichi alpini diede un grande impulso al commercio e i walser giocarono un ruolo molto importante in tal senso.
La diaspora verso sud avvenne anche attraverso il passo del Monte Moro, 2868 metri, da cui giunsero in valle Anzasca dove fondarono il villaggio di Macugnaga (Makanà nella loro lingua); da questo valico giunsero anche in Valsesia dando origine ai villaggi di Rima (Rimmu), Rimella (Remmalju) e Alagna (Im Land. Superando il Colle del Teodulo, a un’altezza di 3316 metri, giunsero anche nella valle d’Ayas, che fu denominata Canton des Allemands proprio con riferimento all’antico stanziamento walser. Se l’antica presenza walser in questa valle si è estinta col passare dei secoli, si è perpetuata invece nel villaggio di Gressoney (Greschòney) con le sue frazioni Mettien, Gresmatten, Bielciukien.

La teoria settentrionalistica

Si è fatta strada anche un’altra teoria circa lo stanziamento di coloni di etnia germanica nell’area di cui ci stiamo occupando, vale a dire un insediamento che risalirebbe all’Alto Medioevo (700-800) quindi ad alcuni secoli prima della diaspora walser. Si tratterebbe di gruppi familiari di longobardi (fare) e di goti, i quali erano prima penetrati nella pianura padana provenendo da nord-est e in un secondo tempo si erano diretti nell’area alpina nord-occidentale. 13) Questi gruppi con il loro stanziamento avrebbero determinato un substrato germanico nelle parlate locali attraverso l’uso delle loro lingue. Le genti Walser arrivate dal Vallese sarebbero poi venute a contatto con questi gruppi provenienti dall’area germanica settentrionale, creando una continuità linguistica di base germanica che sarebbe durata nei secoli.
Secondo una scuola di pensiero di fine ‘800, 14) la suddetta stratificazione avrebbe reso possibile la continuità della parlata germanica in queste valli alpine. Ma si tratta di una teoria non suffragata da fonti certe: dobbiamo ricordare che non possediamo documenti scritti anteriori al ‘200. La presenza di segni di tipo runico, 15) assimilabili a quelli degli antichi goti e longobardi, incisi su vecchi utensili e attrezzi walser, sulle facciate e sugli architravi in legno delle loro abitazioni, così come i racconti tramandati da alcuni anziani dei villaggi, 16) nonché alcuni termini linguistici, farebbero considerare i walser come i discendenti di tribù germaniche giunte dal nord Europa. Costoro si sarebbero dunque stabiliti nel versante settentrionale delle Alpi nel Basso Medioevo, prima di raggiungere le nostre montagne? 17)La cosiddetta Walserfrage 18) circa l’origine di queste genti è tutt’oggi molto dibattuta.

Le case walser: stile e resistenza

Parlavamo del grande senso di adattamento dei walser alle condizioni ambientali dei luoghi in cui giunsero, e le dimore che vi costruirono ben rappresentano questa capacità.
Come abbiamo sottolineato precedentemente, le migrazioni in un primo tempo furono stagionali e questo fece sì che le case venissero costruite in modo da poter essere smontate al momento del ritorno nei luoghi d’origine.
Alla scadenza del contratto di locazione, infatti, la legge consentiva ai coloni cui era stato assegnato il fondo dal signore di smontare la casa dove avevano vissuto e di portare con sé gli attrezzi agricoli che avevano usato e le recinzioni dei terreni. In un secondo tempo gli insediamenti divennero permanenti, e con un affitto perpetuo furono edificate abitazioni destinate a durare addirittura per secoli. 19) Per costruirle i coloni usavano i materiali disponibili in loco, e questi potevano variare da una zona all’altra a seconda delle particolari condizioni ambientali. Il loro uso era influenzato anche dal gusto artistico delle comunità con cui i coloni venivano in contatto.
Se prendiamo in esame ciascun insediamento walser, notiamo peculiarità geografiche diverse, Per esempio, le case walser di Gressoney, in Valle d’Aosta, differiscono strutturalmente da quelle di Formazza, nel nord del Piemonte. Esse hanno in comune la struttura in parte di legno – di solito larice – e in parte di muratura in pietra. La prima è caratterizzata da tronchi incastrati tra loro secondo l’antica tecnica a blockbau, una sovrapposizione orizzontale di tronchi uniti ad angolo retto tramite intagli, che garantisce un certo isolamento termico (nelle fessure veniva inserito del muschio), una certa solidità (ha una funzione antisismica) e non richiede l’uso di chiodi o colle. La parte in legno corrisponde ai piani superiori, la parte in pietra al piano terreno, una tecnica ben precisa per fissare la struttura dell’abitazione al suolo in modo da resistere per esempio alle valanghe.

casa walserLe dimore walser di Gressoney così come quelle di Alagna in Valsesia hanno la peculiarità di ospitare nello stesso edificio l’abitazione, la stalla degli animali, il fienile e il deposito degli attrezzi. Possono avere un loggiato esterno (schopf) per far essiccare i prodotti agricoli, e l’edificio nel suo insieme è denominato stadelhus (casa-fienile-magazzino).
In valle Formazza invece l’abitazione (hus) costituisce un edificio a sé stante, e a poca distanza da esso si trova un fabbricato che ingloba la stalla, il fienile e il magazzino (stadel). Quest’ultima tipologia di insediamento è assai frequente anche in altri villaggi walser in territorio svizzero (Vallese, Grigioni e Canton Ticino) a dimostrazione che le due comunità, pur divise dalle Alpi, hanno saputo mantenere vivo nel corso dei secoli un forte legame culturale.
Una peculiarità comune alle case walser di tutte le aree è la presenza della schtuba, corrispondente al termine tedesco Stube, ossia il soggiorno riscaldato con la stufa. La famiglia walser, nel corso dei secoli a partire dal tempo della colonizzazione medievale, era solita riunirsi in questo ambiente, soprattutto nei lunghi mesi invernali allorché la rigida temperatura esterna non permetteva le occupazioni all’aperto. La schtuba è il luogo dove i membri della famiglia mangiavano, si riposavano, pregavano, raccontavano le loro storie, tramandavano ai più giovani la loro lingua, dove le donne attendevano alle occupazioni domestiche… Insomma, il luogo-rifugio dove la cultura della comunità si animava.
Il sistema costruttivo delle dimore walser ha garantito ad alcune di esse una sopravvivenza di secoli, senza grandi ristrutturazioni. 20)

La lingua

Pur inclini ad adattarsi all’ambiente, all’economia e alla società dei luoghi in cui si trasferirono, i walser cercarono di essere sempre fedeli ai propri idiomi. Questi appartengono al cosiddetto alto tedesco (Hochdeutsch) per precise caratteristiche fonetiche e morfologiche. La denominazione trae origine dal territorio montuoso proprio dell’area germanica meridionale, di cui fa parte anche la regione svizzera del Vallese dove anticamente si insediò l’etnia germanica degli alemanni, e le parlate delle genti walser derivano appunto dall’antica lingua alemanna. 21)

casa walser

Tecnicamente, possiamo considerare quella dei walser una vera e propria lingua, avendo questi idiomi una sufficiente distanza sia dal tedesco sia dall’italiano, con un proprio lessico e una propria grammatica. Sul piano sociolinguistico, tuttavia, la loro parlata ricopre poche funzioni sociali,  avendo una tradizione per lo più orale che non è stata sempre tramandata da una generazione all’altra.
Silvia Del Negro, dell’Università di Bolzano, 22) sostiene che il walser sarebbe una Abstandsprache, cioè una “lingua per distanziamento”, vale a dire una lingua della tradizione che si parla all’interno di quei nuclei famigliari che discendono dagli antichi coloni walser. Questa tipologia si differenzia dalla cosiddetta Ausbausprache, ossia una “lingua per elaborazione”: un idioma che ha saputo evolversi, ha saputo avere una funzione sociale nei vari àmbiti della comunità umana.
Registriamo che in Valle Formazza, per esempio, il walser è di fatto poco vitale a livello sociale, nonostante gli sforzi della maestra Bacher che nel corso degli anni ha organizzato corsi di titsch (l’antica parlata walser). Negli ultimi anni nelle scuole della valle si è cercato di coinvolgere le giovani generazioni nell’uso di questo idioma attraverso la creazione di un vocabolario che riporta la traduzione di parole italiane in titsch, raccogliendo alcune interviste da parte dei bambini ai loro nonni e agli anziani residenti nelle frazioni della Valle Formazza.
Possiamo affermare che il Walserverein Pomatt (Associazione Walser di Formazza) che opera dal 1983, così come il Walserkulturzentrum (Centro Studi e Cultura Walser) di Gressoney-Saint-Jean in Valle D’Aosta e il Centro Studi Walser Remmalju (Rimella) in Valsesia rappresentano un punto di riferimento importantissimo per la salvaguardia degli idiomi e delle culture walser; tenendo conto però, sulla base di quanto abbiamo argomentato, dei limiti in cui possono essere vissuti nel terzo millennio.
È importante ricordare che gli anziani e le donne hanno avuto un ruolo molto importante nella trasmissione di questi idiomi. Quando i capi famiglia dovettero emigrare per lavorare fuori dalle loro valli (perché ovviamente il fenomeno dell’immigrazione ha interessato anche il mondo walser), le donne, le mogli, rimaste nei loro villaggi alpini, sono diventate depositarie delle loro lingue, espressione della loro cultura. Non a caso le parlate walser venivano chiamate ironicamente dai più giovani altwyberspraach, “lingua delle vecchie”. 23)
Se da un lato l’isolamento di queste genti d’alta quota ha rappresentato un fattore di conservazione dei loro idiomi, 24) dall’altro i gruppi familiari, per relazionarsi con le comunità che incontrarono, hanno dovuto imparare in qualche modo le lingue di queste ultime. Il risultato, un processo di contaminazione che ha interessato in misure diverse le lingue che sono venute a contatto. È il caso dei dialetti franco-provenzali parlati a Gressoney e Issime in area valdostana, e anche di alcuni dialetti piemontesi della Valsesia (quelli dei centri di Rima e di Rimella) che sono venuti a contatto con gli idiomi walser. Alcuni esempi concreti di contaminazione sono per esempio il termine walser rimellese njankà (“nemmeno”), piemontese gnanca; il termine rimellese schkussàl (“grembiule”), piemontese scossal; 25) il termine walser di Gressoney utschur (“fazzoletto”), francoprovenzale/francese mouchoir; il termine walser rido (“tenda”), francoprovenzale rideau; il termine poussa (“fontana, sorgente”), franco-provenzale boussa.
Se analizziamo invece il walser parlato in Val Formazza – un’area più vicino al luogo d’origine delle genti walser rispetto alla Valsesia, caratterizzata da un contesto piemontese – notiamo che l’idioma ha mantenuto maggiormente le sue caratteristiche morfologiche e fonetiche germaniche per via di un contatto più diretto con i walser d’oltralpe. Gli scambi commerciali e di altra natura tra queste due comunità sono stati più duraturi nei secoli. Lo stesso discorso vale anche tra il walser di Formazza e quello parlato a Gressoney, un’isola linguistica alemanna in un contesto linguistico franco-provenzale o comunque romanzo.

La toponomastica

Sempre in àmbito linguistico, la toponomastica costituisce una fonte storica molto importante per la geografia dell’insediamento, 26) offrendoci preziose indicazioni sulla cultura delle genti walser 27) e sul loro particolare rapporto con l’ambiente geografico, un tratto fondamentale della loro cultura. 28)

walserI toponimi di origine walser descrivono la natura dei territori che anticamente furono colonizzati da queste famiglie. Un termine come wald, “bosco”, presente nel toponimo Tuffwald (San Michele) in Valle Formazza, descrive per esempio la presenza di un bosco scuro, mentre matt, “prato, pascolo”, lo ritroviamo invece nel toponimo In der Mattu (Chiesa) nella valle medesima: esso descrive la presenza di un piccolo borgo raccolto nei prati intorno alla parrocchia. Lo stesso termine matt compare nel toponimo Pomatt, in italiano Formazza.
I toponimi descrivono anche le strutture che comportano l’intervento dell’uomo sul territorio; è il caso del toponimo Zum Schtäg, letteralmente “presso il ponte” a indicare la presenza di un insediamento umano, la frazione di Ponte appunto, sede del comune di Formazza vicino al ponte sul fiume Toce.
Anche l’area di Gressoney è ricca di toponimi di origine walser che descrivono il territorio e l’uso che ne viene fatto. Un esempio è il villaggio di Noversch il cui significato sarebbe “nuova terra, nuovo podere” da neu (nuovo) e berg (letteralmente montagna) e attesta un insediamento walser che risale al Medioevo.
Un altro esempio ancora è Obre Chaschtal (“valle del castello superiore”) che denomina una frazione di Gressoney; il termine Obre deriva chiaramente da ober mentre chasch (“castello”) nel senso di abitato e tal (“valle”) identificano la posizione dell’insediamento “elevato”, ober appunto.
Un toponimo in questa zona che attesta una tipica occupazione delle genti walser ad alta quota è Albereggu, il cui significato è alpeggio: la presenza dell’antica radice germanica alb-alp ha il significato di alpe, luogo del pascolo, mentre il suffisso eggeggu indicherebbe una cresta, il crinale adibito al pascolo.
Da questi toponimi emerge un preciso modello di economia che ha rappresentato nei secoli una peculiarità della cultura walser, un’economia basata sull’allevamento, sullo sfruttamento agricolo e minerario del territorio così come anche sul commercio.
Ackermatten, un altro toponimo presente nella valle di Gressoney, è proprio espressione del particolare rapporto tra queste genti e il loro territorio. Acker ha infatti il significato di “campo coltivato”, un terreno destinato alla coltivazione di cereali in alta quota come l’orzo o la segale, mentre matten indica la presenza di prati e di pascoli; ne consegue che si tratta di un terreno che era sfruttato sia per il sostentamento del bestiame sia per le coltivazioni in alta quota.
In Valle Formazza, così come nell’area di Macugnaga in Valle Anzasca, ritroviamo un toponimo che descrive anche un particolare mestiere dei walser presente in questi territori: ci riferiamo all’attività del fabbro che fondeva e lavorava il ferro. Si tratta del nome di luogo Smitto /Schmitte/Zum Schmitte (“alla fucina, la fucina del fabbro”), un termine che ritroviamo nell’antico alto tedesco smidda, “fucina, fonderia”. Il toponimo allude alla presenza di minuscoli centri nati intorno a fonderie, a fucine appunto.
La vocazione al commercio di alcuni insediamenti nella valle del Lys, 29) – l’area di Gressoney in Valle D’Aosta per intenderci – veniva attestata sulle mappe del XV e XVI secolo con il toponimo di Krämerthal (“la valle degli ambulanti, dei mercanti”). Si ha notizia infatti che i walser di questa zona dimostrarono un eccezionale senso di adattamento a un cambiamento climatico avvenuto verso la fine del ‘500, che comportò un brusco abbassamento delle temperature e rese molto difficile le pratiche agricole ad alta quota. Essi allora intrapresero l’attività di commercianti di stoffe, di lana, di biancherie con un certo successo ed esportarono le loro mercanzie. Valicarono i passi alpini che conoscevano molto bene, giungendo nelle aree di lingua tedesca dove si svolgevano importanti fiere.
I toponimi attestano anche la presenza di una particolare struttura annessa all’insediamento umano e al pascolo del bestiame: è il caso di Aagelstodel, nel territorio di Alagna Valsesia, composto dai termini Aagel, probabilmente il nome proprio di un piccolo alpeggio per il bestiame, e da stadel che significa “fienile, granaio”, da cui il significato di “fienile che si trova nella località di Aagel”. La presenza di questo toponimo descrive le strutture dell’insediamento walser in Valsesia di cui abbiamo parlato all’inizio.
Nel complesso, però, gli idiomi walser nel corso dei secoli sono andati incontro a un processo di regressione a vantaggio delle parlate locali con cui sono venuti a contatto: rimasti soltanto come lingua della tradizione, non hanno saputo evolversi e avere una funzione sociale; in molti casi non sono stati più tramandati alle giovani generazioni al punto che in alcuni centri si sono estinti come a Salecchio, a Ornavasso, a Campello Monti, a Agaro in Piemonte e poi a Niel, una frazione di Gaby in Valle d’Aosta.

costume walser

N O T E

1) “Dal IX [secolo] vi fu una sostanziale inversione di tendenza: la temperatura media si alzò, i ghiacciai regredirono lasciando scoperti ampie gole verdeggianti e valichi traversabili anche “a pied sec”, percorribili pure con armenti e grandi carichi; il limite dei boschi si innalzò e le stagioni divennero più favorevoli per la coltivazione dei campi e la cura dei prati”.Centro Studi e Cultura Walser Walser Kulturzentrum, La colonizzazione.
2) Tullio Telmon, Le minoranze linguistiche in Italia, Edizioni dell’Orso, Alessandria 1992.
3) Wolftraud De Concini, Gli altri d’Italia, minoranze linguistiche allo specchio, Comune di Pergine Valsugana, 2003.
4) Luigi Zanzi, Enrico Rizzi, I Walser. L’avventura di un popolo nelle alte Alpi, Fondazione Enrico Monti, Studi alpini, 2013.
5) Ibidem.
6) Corentin Fenard, Walser, ingegneri d’alta montagna. L’enigma della colonizzazione verso l’alto, “Nos Alpes”, 14 marzo 2026.
7) “Le Alpi infami per i loro geli”, frase attribuita allo storico Tacito.
8) “Anche l’agricoltura era molto più sviluppata di oggi: fino a 1800 metri si coltivavano segale e orzo. Erano alimenti importanti, almeno fino all’avvento della patata, nel XVIII secolo”. Paolo Paci, Alpi, una grammatica d’alta quota, Feltrinelli/Traveller, Milano 2003.
9)I Walser misero a punto uno straordinario sistema di irrigazione: i suonen in alto tedesco, conosciuti come bisses in francese (e rûs in Valle D’Aosta). Questi canali d’acqua, a volte scavati per chilometri direttamente nella parete rocciosa, portano l’acqua dello scioglimento dei ghiacciai ai pascoli e ai giardini alpini”. Corentin Fenard, Il genio dell’acqua: bisses e suonen.
10) Luigi Zanzi, Enrico Rizzi, I Walser nella storia delle Alpi. Un modello di civilizzazione e i suoi problemi metodologici, Jaka Book, Milano 1987.
11) “Il traffico ‘mercantile’ in senso stretto tra la comunità ‘rurale’ dei Walser e il fondovalle va visto secondo il variare di talune eccedenze di taluni servizi e di come potessero negoziarli nei confronti di chi le domandasse”. Luigi Zanzi, Enrico Rizzi, op. cit.
12) Videoconferenza di Enrico Rizzi con il contributo della pro loco di Formazza sulle proprietà collettive della Val Formazza.
13) Gualtiero Ciola, Noi, Celti e Longobardi, Edizioni Helvetia, Venezia 1987.
14) Arturo Galanti, I Tedeschi sul versante meridionale delle Alpi, Roma 1885.
15) Vittoria Dolcetti Corazza, Introduzione alla Filologia Germanica, Giappichelli editore, Torino 1987.
16) Videoconferenza di Enrico Rizzi con il contributo della pro loco Formazza sull’origine misteriosa dei walser.
17) Questa teoria si è fatta sempre più strada ultimamente tra gli studiosi del mondo walser. spiegherebbe le incisioni dei segni runici sulle case, ad esempio. Secondo Enrico Rizzi alcuni termini della lingua walser ricordano il mare e le baie marine, cioè i luoghi d’origine dei popoli del Nord. Secondo la teoria questi nordici, proprio perché erano abituati a climi molto rigidi, giunsero a colonizzare le aree ai piedi dei ghiacciai delle Alpi. Il ritrovamento nel Vallese del toponimo Vogelsang (“il canto dell’uccello”), che ha origine scandinava provenendo da una saga nordica, avvalora questa tesi. Lo stesso Paul Zinsli, grande studioso svizzero del popolo walser, disse a proposito del toponimo Vogelsang: “Questo termine sembra un masso erratico piovuto dalla Norvegia”.
18) Il dibattito sull’origine dei walser.
19) Luigi Zanzi, Enrico Rizzi, op.cit.
20) Corentin Fenard, L’architettura della necessità,
21) Vittoria Dolcetti Corazza, op. cit.
22) Silvia Dal Negro, “Unibzmagazine”. https://www.unibzmagazine.it/en/magazine/people/silvia-dal-negro
23) Wolftraud De Concini, op.cit.
24)Secondo il glottologo di Lugano Marco Bauen, che si era formato alla scuola di Paul Zinsli, nel suo studio comparato tra la parlata walser di Rimella, in Val Sesia e le altre parlate walser a sud del crinale alpino, l’idioma di Rimella, il Tittschu, sarebbe il più arcaico, il più prossimo all’antico 23)alemanno parlato nel Vallese svizzero; quindi, secondo questa teoria, Remmalju (Rimella) sarebbe il più antico tra gli insediamenti walser in territorio italiano. (Marco Bauen, La lingua di Rimella, Valsesia, Piemonte, tra cultura altotedesca e italiana, Centro Studi Walser, 1999).
25) Centro Studi Walser Rimella, Borgosesia 2011.
26) Clifford T. Smith, Geografia storica d’Europa. Dalla Preistoria al XIX secolo, Laterza, Bari 1986.
27) “Preso nel suo centro di irradiazione il nome geografico si presenta, oltre che nella veste che già abbiam veduto di rappresentazione, anche come ente a sé, fornito di propria obbiettiva importanza e altrettanto suscettivo di studio quanto le tradizioni, le religioni, i costumi e ogni altra manifestazione dell’intelligenza e della volontà dell’uomo”. (Dottor Salvatore Crotta, La trascrizione dei nomi di luogo né suoi rapporti con la Geografia e colla scienza del linguaggio, Como, Coi tipi di Romeo Longatti, 1899, p.55).
28) “Place-names have an abiding interest: historical, geographical, linguistic, and above all, human. They may tell us how our ancestors lived and how they looked on life. Place-names may be pictoresque, even poetical; or they may be pedestrians, even trivial”. Simeon Potter, London 1966.
29) “I walser della valle del Lys esercitavano quasi esclusivamente il commercio di stoffe: questa era conosciuta come la Krämertal, la valle dei mercanti”. Paolo Paci, op.cit.