Al rogo

    Intanto, buon anno con l’ennesima chiesa incendiata e definitivamente distrutta, stavolta ad Amsterdam.
    Del monastero brianzolo della Bernaga, della cui autocombustione abbiamo parlato nell’ottobre scorso, ovviamente non ci sono notizie né ci saranno in futuro: i magistrati italiani se ne infischieranno come hanno fatto quelli francesi e faranno quelli olandesi. Corto circuito. Maomettano squilibrato. Vendetta contro il parroco. In fondo è successo soltanto un centinaio di volte nella sola Francia, statisticamente qualche episodio accidentale ci sta…
    Se però un giornalista investigativo di una qualche grande testata o tv volesse indagare questi fatti (ovviamente dovrebbe prima accorgersi della loro esistenza), avrebbe a disposizione varie ipotesi, alcune abbastanza scontate, altre frutto di ragionamenti più complessi.
    Per esempio, numerosi atti vandalici ai danni di chiese, statue e raffigurazioni sacre sono opera dei soliti nordafricani o affini, comunque musulmani; si tratta di gesti odiosi quanto spontanei, che non necessitano né di pianificazione né di abilità. L’unica spinta è la certezza che al colpevole succederà nulla. Sostenere che una campagna ben organizzata di incendi che distruggono intere strutture sia opera di terroristi islamici è, invece, meno scontato. Provate a trasformare una chiesa – generalmente composta da centinaia di tonnellate di pietra – in un mucchio di macerie fumanti… Da dove comincereste? Di quali attrezzature avreste bisogno? Quali abilità specialistiche vi permetterebbero di operare lasciando ai vigili del fuoco il convincimento che si tratti di un dannato corto circuito?
    Dico questo perché l’osservazione di decenni ci porta ad affermare che i terroristi islamici, soprattutto se arabi, tendono a ottenere il minimo risultato col massimo sforzo. Un attacco ai civili spesso si risolve nel suicidio dell’aggressore, magari a fronte – come ben sa la polizia israeliana – di qualche ferito tra la folla. Anche se certe volte le vittime innocenti sono purtroppo numerose, resta il fatto che una strategia implicante l’autodistruzione non è sinonimo di efficienza militare, essendo possibile soltanto se il commando è convinto di accedere a una settantina di vergini.
    Non a caso ai tempi della guerra fredda, quando i sovietici per motivi unicamente strategici decisero di sostenere i nemici di Israele (pur disprezzandoli), gli agenti segreti usavano il termine “sindrome araba” proprio a indicare i regolari fallimenti dei “guerrieri” che addestravano per attentati o operazioni speciali. Il riassunto finale è che gli islamici stanno conquistando l’Europa soltanto perché chi comanda da noi ha deciso così, altrimenti sarebbero tutti in fuga verso i loro territori d’origine.     
    E chi, dunque, può avere la competenza e – aggiungiamo – le coperture per distruggere a uno a uno i simboli della Chiesa, e quindi della nostra civiltà? È possibile che siano gli stessi globalisti che manovrano l’immigrazione ai nostri danni? Avrebbe senso – forse – colpire la Chiesa sotto l’attuale gestione, ma i primi attentati (ricordate Notre-Dame?) risalgono ad alcuni anni fa, quando il Vaticano era padroneggiato da un clan di massoni perfettamente in linea con il distruttivismo antioccidentale.
    Per ora non abbiamo risposte. Ci limitiamo a raccomandare alle diocesi di dotare le loro chiese di impianti antincendio, efficaci almeno quanto quelli installati nelle moschee.  

    antropologia quotidiana