Casualmente, rovistando nel caotico archivio fotografico accumulato, ormai sedimentato, in decenni di attività giornalistica – in gran parte dedicata ai popoli minorizzati e oppressi, oltre che alle questioni ambientali – ho rinvenuto una ventina di fotografie scattate nel dicembre 1989 a Bolzano: si trattava del convegno Europa ‘93 organizzato, in vista del mercato unico europeo del ‘93, da Radiotandem (tra i fondatori Alex Langer) in collaborazione con alcune organizzazioni culturali sudtirolesi. L’intento era conoscere la posizione in merito delle “Nazioni senza Stato” del vecchio continente: bretoni, catalani, gallesi, baschi, corsi, eccetera.
Nei tre giorni del convegno avevo potuto intervistare alcuni dei partecipanti e relatori, ma qualche foto l’avevo scattata un po’ a casaccio; per cui, a distanza di quasi 40 anni, ho faticato non poco a collegare le immagini dei volti ai nomi dei soggetti interessati. Ripensandoci, deve essersi trattato di un momento particolare, direi anche raro se non addirittura irripetibile, in cui si sono ritrovati in carne e ossa e attorno allo stesso tavolo figure significative di quel vasto movimento (all’epoca) rivendicativo composto da minoranze etno-linguistiche e da Nazioni senza Stato. Un movimento che negli anni successivi sembra essere in parte deragliato, in parte assorbito, ma lasciando comunque una traccia, l’indicazione di un possibile percorso: una sorta di “Internazionale” dei popoli, più o meno oppressi, più o meno emarginati.

Entrato in ritardo nella sala degli incontri-dibattiti. mi sentii subito “a casa”, in quanto tra i partecipanti c’erano numerose vecchie conoscenze. Oltre al giornalista di Radiotandem (e collaboratore di Radio Popolare) Giovanni Giacopuzzi, uno degli organizzatori, vari esponenti dei popoli europei minorizzati (non chiamiamoli minoranze) già incontrati “a casa loro”. Come il catalano Aureli Argemi del ciemen); Samo Pahor, insegnante, consigliere comunale a Trieste, attivista con l’associazione Edinost nella difesa della minoranza slovena; 1) il corso Yves Stella (Cuncolta Naziunalista); il bretone Jean Pierre Deredel (Strolat ar Brezoneg); la tirolese Eva Klotz; i baschi Antonio Egido (“Takolo”, responsabile per gli Esteri di Herri Batasuna); l’avvocato Txema Montero, all’epoca parlamentare europeo per Herri Batasuna. Un inciso: Montero era stato eletto nel 1987 anche grazie a qualche migliaio di voti provenienti dai Paisos Catalans (sostenuto dai movimenti mdt, men, Nuova Falce…); possiamo quindi immaginare cosa abbia rappresentato per lui (una crisi di coscienza quantomeno) la tragedia dell’Hipercor. Proprio le sue critiche successive a eta finirono per incrinare il suo rapporto con hb. Da cui uscì definitivamente (secondo un’altra versione venne espulso) riavvicinandosi al pnv.

Di tanti altri partecipanti al convegno invece avevo letto qualche articolo o libro. Come il lettone André Urdze (1947-2024); lo scozzese Roy Petersen, esponente di Comunn na Gàidhlig, da Inverness; gli occitani Alan Roch (Inst. d’Estudis Occitans, da Arzens) e Giampaolo Giordana (fondatore del Centro studi e ricerche franco-provenzali Valados Usitanos, autore di testi fondamentale sui volontari valdostani nella Guerra Civile spagnola); 2) Gerhard Baumgartner, da Vienna; Bernhard Pulver, da Berna, noto per il decennale impegno a sostegno dei popoli minacciati. E ancora Gaetano Arfé (1925-2007), europarlamentare; Tilman Zulch (1939-2023) fondatore della Gesellschaft fur Bedronte Volker; Claudio Magnabosco (1951-2020), indipendentista valdostano, giornalista di “Le Peuple Valdotain”, fondatore di Equipe d’Action culturelle (ancora nel 1968) e dell’associazione Akaro Ogun e la Ragazza di Benin City (dall’incontro con la nigeriana Isoke Aipitany), molto attivo contro la tratta di esseri umani, contro la violenza di genere, per i diritti civili e a sostegno degli emarginati.

Poi il sardo Diego Corraine del Partito Sardo d’Azione, già fondatore con Anghelu Caria (Angelo Carria) di Su Populu Sardu (indipendentisti di sinistra), direttore dell’Ufficio linguistico dell’Ogliastra, tra i firmatari della Carta di Brest; da Pulfero, estrema provincia udinese, lo sloveno Renzo Mattelig, autore di Slavia (edito dal centro culturale Kulturno Drustvo Studenci), dirigente dell’Unione Emigrati Sloveni (Slovenci po Svetu, fondata in Svizzera nel 1969); Roberto Visentin di Union Furlane (in seguito sedotto dalle sirene leghiste, deputato nel 1992), il gallese Allan Wynne Jones (Welsh Office for Lesser Used Linguages). Non mancava un esponente del popolo sami, Reidar Erke, rigorosamente in costume tradizionale.

Ricordo invece la mia perplessità per la presenza di un inuit (ma forse all’epoca lo avrei definito “esquimese”), il groenlandese Hans Rossing, rappresentante del partito Siumut (socialdemocratico) al parlamento danese (e in precedenza dal 1980 al 1986 presidente della Inuit Circumpolar Conference): nella mia beata ignoranza forse pensavo che gli inuit vivessero soltanto nel continente americano…

Erano i giorni immediatamente successivi all’assassinio del deputato di Herri Batasuna, Josu Muguruza (20 novembre 1989) e l’evento venne dedicato alla sua memoria. Confesso che all’epoca (in quanto responsabile per Vicenza della della Lega per i diritti e la liberazione dei popoli) tifavo apertamente per i movimenti indipendentisti (o meglio: per quelli di sinistra, progressisti…).
Ma appunto erano proprio altri tempi. Sia perché nel frattempo molti dei partecipanti sono “andati oltre” (Argemi, Arfé, Stella, Zulch, Pahor… del resto “la terra ci reclama”, come recita una poesia basca. ); sia perché le cose son cambiate assai (anche se forse non nella direzione auspicabile, ma qui entriamo nel campo delle opinioni). Magari peccando di ingenuità, se a quel tempo l’idea dell’indipendenza poteva – forse – ancora coniugarsi con quella di un’autentica autodeterminazione, con la difesa dei diritti (donne, minoranze, classi subalterne, oltre che dell’ambiente) e magari anche con un qualche progetto di socialismo (vedi il Sinn Fein in Irlanda, Herri Batasuna nei Paesi Baschi, Emgann in Bretagna, il pkk in Kurdistan), con l’odierna sistematica strumentalizzazione delle lotte di liberazione temo si sia giunti al capolinea.
Ma allora – sempre forse – non era così e quei movimenti di liberazione avevano ancora qualcosa da dire. O anche da insegnare (a mio avviso, beninteso) a una sinistra che si andava frantumando, disperdendo tra derive centraliste, più o meno neoliberiste e pericolose scorciatoie “estremiste”. Contraddizioni (“in seno ai popoli”) che naturalmente contaminarono anche quegli stessi movimenti di autodeterminazione.
Fortunatamente colsi l’occasione per alcune interviste. Testimonianze divenute nel frattempo ormai obsolete, ma sempre ancora utili per la memoria, la storia…
Incontro con Yves Stella
È cosa nota che Yves Stella aveva partecipato alla “nuit bleu” del 4 e 5 maggio 1976. Diciotto attentati in una notte (colpiti anche i ripetitori televisivi di Bastia). Dopo i fatti di Aleria dell’anno precedente, nasceva ufficialmente il flnc. Condannato a 15 anni di reclusione nel 1978, venne poi amnistiato nel 1981 con l’arrivo dei socialisti al governo in Francia. Per molti anni fu direttore del settimanale nazionalista “U Ribombu” (dal rumore dei colombi che si alzano in volo, eco di libertà, in una poesia corsa) e consigliere municipale a Morsiglia (Haute-Corse). In anni successivi (nel 2001 in quanto esponente del Partito della Nazione Corsa), Yves assumerà una posizione criticanei confronti di alcune azioni dei gruppi clandestini in quanto “potevano fornire un potere non controllabile”. Probabilmente l’inevitabile presa di posizione di un militante onesto e disinteressato che assisteva basito alle lacerazioni, scissioni e regolamenti di conti all’interno del movimento.
Scissioni che portarono alla nascita di svariate nuove sigle, spesso in concorrenza tra loro. Dalla rottura con il flnc originario, agli inizi degli anni novanta erano nati sia il flnc Canal historique sia il flnc-Canal habituel. Successivamente era stata la volta del flnc-du-5Mai, del flnc-uc (Unione dei combattenti) e poi del flnc-du-22-Octobre.

Divisioni che – tra la fine degli anni novanta e l’inizio del secolo – fatalmente dall’ala “militare” si riversavano su quella politica (o viceversa?). Soprattutto nelle due principali correnti indipendentiste interne aCorsica Libera di cui era portavoce un esponente storico dell’indipendentismo, Jean-Guy Talamoni. La sua militanza era coincisa con l’evoluzione dell’ex Cuncolta Naziunalista (l’organizzazione in cui militava Stella nel 1989) e con le successive denominazioni assunte dall’organizzazione legale (Indipendenza, Corsica Nazione, Corsica Libera…).
Un percorso travagliato, dalla massima espansione degli anni ottanta alla guerra fratricida (1995- 2001, con qualche strascico in tempi successivi, anche recentemente) che è costata la vita a una ventina di militanti. Mentre la componente minoritaria, proveniente da Rinovu, veniva estromessa dalla direzione, la contrapposizione politica compiva il cammino inverso riproducendosi nel movimento clandestino. Sia nel flnc-uc (responsabile di qualche altra “nuit bleu” e che probabilmente faceva riferimento alla corrente di Talamoni) sia nel flnc du 22 Otcobre, su posizioni più vicine a Rinovu di Paul-Felix Benedetti. Poi sinceramente devo aver perso il conto e mi fermo qui.
Tuttavia se Yves viene ricordato con affetto da gran parte del popolo corso non è soltanto in quanto fondatore del flnc, ma anche – o soprattutto – per aver cambiato (per la seconda volta nella Storia, ma stavolta definitivamente) nientemeno che la tradizionale bandiera corsa. Attualmente sul drappo bianco spicca quello universalmente nota come testa di moro, di profilo, con una fascia bianca sulla fronte. Non è sempre stato così.
L’origine della bandiera è, presumibilmente, catalano-aragonese. La testa o le teste di moro si ritrovano anche nell’araldica sarda, e da questa le riprese il “re di Corsica” Theodoc de Neuhoff. Semplificata rispetto alla bandiera della Sardegna (i quattro mori), divenne emblema nazionale della Corsica indipendente nel 1736.

Originariamente la benda era posta sugli occhi di quello che sembrava rappresentare uno schiavo o prigioniero di guerra (presumibilmente un membro della pirateria barbaresca). Venne, anche se solo temporaneamente, “sollevata” con intenti allegorici e simbolici, in coincidenza con la breve ma intensa stagione di libertà e indipendenza della Rivoluzione Paolina (1755). Secondo una consolidata tradizione orale, sarebbe stato merito proprio di Yves Stella far adottare nuovamente e definitivamente la bandiera con la benda sulla fronte, in quanto “un movimento di liberazione non poteva certo adottare un simbolo di schiavitù”.
A chi interessasse, il testo integrale è stato pubblicato da “Etnie” in Intervista al patriota corso Yves Stella.
Argemi, una vita per la Catalunya
Altro incontro importante a Bolzano 1989, quello con Aureli Argemi. Già intervistato un paio di volte nella sede del “suo” Centre Internacional Abat Escarré Per A Les Minorie Etniques I Les Nacions (in Pau Claris106 a Barcellona) e che avrei rivisto anche in seguito.
Sempre su “Etnie”, l’intervista più completa con il catalanista si trova in Ricordo di Aureli Argemí.

Josè Antonio Egido
A Josè Antonio Egido (“Takolo”) della Commissione Esteri di hb avevo chiesto lumi in merito alla composizione di Herri Batasuna:
“Possiamo dire che la composizione della Mesa Nacional [Assemblea Nazionale] di Herri Batasuna rifletta la composizione reale dell’Unità Popolare. Vi sono quattro rappresentanti per ogni provincia eletti dalla base. Quattro rappresentanti per ogni partito [anv scissione di sinistra del partito nazionalista basco e hasi partito marxista rivoluzionario]. hb non è una semplice coalizione, ma una forza politica con una consistente struttura di base, una direzione rappresentativa e una linea politica omogenea”.
Inoltre, “hb riunisce vari settori patriottici disposti a lottare per le libertà nazionali. Vi si trovano esponenti di tutti gli strati popolari: operai, impiegati, contadini, giovani, disoccupati, intellettuali e studenti; anche commercianti, piccoli imprenditori, professionisti eccetera. Persone di ogni età e con ideologie diverse (nazionalisti, socialisti, libertari…)”.
Ovviamente, poiché eravamo pur sempre negli anni ottanta, quelli del gal, si era parlato anche delle violazioni dei diritti umani, delle torture, delle esecuzioni extragiudiziali.
Citando un rapporto di Amnesty International, Josè denunciava che “durante il periodo preso in esame la tortura e i maltrattamenti ai detenuti furono continui. Le prove sono state fornite dalle dichiarazioni giurate di ex detenuti, da documenti e dichiarazioni di medici e di parenti delle vittime, da avvocati, da esponenti della Chiesa e dei gruppi per i diritti umani [in precedenza i vescovi baschi avevano denunciato circa 3500 casi accertati di tortura tra il 1981 e il 1984]”.
E portava qualche esempio documentato: “Nel febbraio del 1981 un militante basco morì a Madrid con addosso i segni evidenti della tortura dopo aver passato nove giorni completamente segregato nelle mani della polizia senza che nessuno potesse vederlo o comunicare con lui. Nel marzo 1983 due poliziotti furono riconosciuti colpevoli di aver torturato un arrestato a Bilbao”.
In pratica Amnesty riconosceva che le leggi speciali, “impedendo per dieci giorni ogni comunicazione tra gli arrestati e l’esterno (parenti, medico, avvocato), facilitano la possibilità che questi siano sottoposti a tortura. Infatti quasi tutti i casi si sono registrati in questo arco di tempo. Secondo cifre ufficiali dal dicembre 1980 al marzo 1983 erano state arrestate e avevano subito l’applicazione della legislazione speciale 3205 persone. E con il governo socialista sia gli arresti che le denunce di tortura sono aumentati”.

Egido citava a tal proposito alcuni episodi “minori” di cui si era occupata la cronaca locale: i sei giovani arrestati a Zestoa nell’agosto ‘86 e torturati per tre giorni in una caserma di S. Sebastian; il caso di José Miguel Igarataundi sottoposto a scariche elettriche alla testa e all’addome mentre suo fratello veniva picchiato duramente (minacciando anche di colpire la sua compagna per impedirle di avere dei figli); l’immigrato Boni Acedo picchiato e insultato per essersi integrato nelle lotte dei baschi; Miguel Uriarte torturato con scariche elettriche; e poi il fatto che praticamente tutti i rifugiati baschi estradati dalla Francia (a cominciare da Tema Varona) erano stati sottoposti a torture e maltrattamenti.
E non si poteva certo aggirare la questione del gal.
“Il gal”, spiegava Egido, “è un gruppo terrorista creato dai servizi speciali dell’esercito spagnolo per eliminare fisicamente i rifugiati politici baschi. La sua prima azione risale al 1983 e le sue attività criminali sono proseguite almeno fino al 1986.
Dopo gli accordi segreti tra Gonzalez e il governo francese, sembra che il gal sia stato neutralizzato. In base a questi accordi molti rifugiati sono stati consegnati alla polizia spagnola. In cambio Madrid si sarebbe impegnata a impedirne le azioni in territorio francese.
Qualche episodio a conferma della collaborazione tra istituzioni spagnole e gal: “Pedro Sanchez, un vecchio legionario e membro del gal, venne arrestato in Francia il 6 dicembre 1983. Aveva in tasca il numero di telefono di un alto funzionario delle forze di sicurezza spagnole. Il giornale ‘Le Monde’ ha riportato la notizia che nel 1984 la polizia francese scattò numerose foto di terroristi del gal insieme a un gruppo di poliziotti spagnoli. L’11 aprile del 1986 la gendarmeria francese ha arrestato sette membri del gal. Con le loro confessioni si è potuto ricostruire la struttura della banda. Il gal agiva in stretto contatto con l’Ufficio delle Operazioni Speciali della Polizia spagnola. Per il gal hanno lavorato Jean Pierre Cherid, caporale dei paracaduti francesi in Algeria ed ex esponete dell’oas; il terrorista argentino della Tripla A José Maria Boccardo, i francesi Perret e Debella oltre a numerosi e noti neofascisti italiani e vari residuati delle ‘guerre sporche’ colonialiste”.
All’epoca il gal aveva già ammazzato oltre una trentina di persone. Da aggiungere a quelle, una quarantina di vittime, assassinate dei predecessori, le squadre della morte bve, Tripla A (versione spagnola di quella argentina), Guerriglieri di Cristo Re, eccetera. Sia rifugiati baschi sia cittadini francesi e anche un parlamentare basco, Santi Brouard (il 20 novembre 1984, un riferimento alla data della morte di Francisco Franco nel 1975).
Altre prove sulle coperture di cui aveva goduto lo squadrone della morte parastatale vennero alla luce negli anni successivi. Quanto alle uccisioni mirate proseguirono anche in seguito (vedi il caso emblematico del parlamentare Josu Muguruza, assassinato a Madrid nel 1989, ma sempre il 20 novembre).
(Per illustrare questo tema nel 2015 ho pubblicato su “Etnie” una Storia a fumetti del Paese Basco: del gal si parla in particolare nella seconda e terza puntata).
Fermo restando che la repressione, in senso lato, in tutte le sue forme colpiva spesso anche gente comune, non solo militanti o ex militanti (veri o presunti) di eta. Sono centinaia i cittadini baschi militanti e non) uccisi nella manifestazioni, torturati nelle caserme e nei commissariati, lasciati senza cure mediche e deceduti in quelle che la sinistra abertzale definiva “carceri di sterminio”.

Qualche nome, tanto per la memoria storica: Romualdo Barroso, Pedro Maria Ocio, Francisco Aznar, José Castillo, Bienvenido Pereda ( le cinque vittime della strage di Gasteiz del 3 marzo 1976), Vicente Anton Ferrero, Juan Gabriel Rodrigo Knajo, Oier Gomez, il sindacalista Xabier Rey, Kepa del Hoyo, Xabier Kalparsoro (Anuk) arrestato, sottoposto a narcoanalisi, rimesso in circolazione e infine defenestrato, Miren Gurutze Yanci torturata a morte, Joseba Arregi, Esteban Muruetagoiena, Josefa Asensio (Kirruli), Mikel Zabalza…
“L’obiettivo ufficiale dichiarato dello Stato spagnolo è quello di riuscire a liquidare definitivamente l’eta. Ma questa organizzazione”, sosteneva il nostro interlocutore, “non è composta da una ‘esigua minoranza di giovani fanatici’ come dicono gli esponenti del governo. Al contrario essa dispone di una larga base sociale e per questo la repressione colpisce indiscriminatamente tutti i settori patriottici e popolari. Herri Batasuna in particolare ha subìto migliaia di arresti e alcuni suoi militanti sono stati assassinati. Le squadre della morte hanno ucciso due nostri consiglieri comunali, alcuni militanti e un parlamentare [si riferisce a Santi Brouard, presidente di hasi, ucciso nel 1984, il 20 novembre come avverrà per Josu Muguruza nel 1989]. L’organizzazione giovanile Jarrai è stata repressa con accanimento [in seguito verrà illegalizzata] e così ogni manifestazione della cultura basca. Ormai quasi in ogni famiglia basca vi sono delle vittime degli aspetti repressivi”.
Tragicamente emblematico il caso di José Antonio Lasa (Joxean) e José Ignacio Zabala (Joxi), sequestrati nel 1983, torturati per mesi e sepolti in una fossa riempita di calce viva.

Solidarietà ai popoli oppressi
Josè Antonio Egido, dichiarando che “Herri Batasuna è fraternamente solidale con le lotte di liberazione dei popoli oppressi di Asia, Africa e America Latina”, precisava che comunque “non bisogna credere che queste lotte contro il colonialismo si svolgano solo nel terzo mondo. Anche in Europa i popoli vogliono essere padroni della loro vita. I popoli europei hanno combattuto contro il nazifascismo e contro le colonie interne. Per esempio irlandesi e ciprioti hanno lottato contro l’imperialismo [britannico]. Noi speriamo che la guerra secolare d’Irlanda si concluda con la partenza delle truppe britanniche e con la riunificazione dell’Isola”.
Sempre in Europa, “vediamo inoltre con interesse l’attività di quei gruppi politici e di quei movimenti che rivendicano il riconoscimento e il rispetto della propria identità (sardi, bretoni, occitani, valdostani, corsi, catalani, e così via. Molti di loro si occupano anche dei problemi attuali di donne e uomini, per esempio dello sfruttamento, della disoccupazione, della repressione, delle questioni ambientali, e in questo caso condividono molti dei punti di vista di hb”.
Sottolineando comunque che il movimento basco “deve affrontare un grave isolamento a causa dell’attività propagandistica svolta all’estero dalla Stato spagnolo e da alcuni partiti spagnoli: nel tentativo di dimostrare che il franchismo è stato completamente smantellato, che è stata instaurata una vera democrazia e che i baschi godono di larga autonomia. Ma questa non è l’opinione della maggioranza del popolo basco che ha potuto constatare come il franchismo non sia stato liquidato”. Ricordo che si parla degli anni ottanta quando la presenza di ex esponenti e funzionari del franchismo era ancora maggioritaria nelle istituzioni, dall’esercito ai tribunali.
Invece, per l’esponente di hb “l’esercito ha conservato la sua enorme influenza politica, come durante la dittatura. I torturatori del franchismo sono rimasti al loro posto, spesso senza nemmeno cambiare i loro metodi. Euskal Herria è occupato da migliaia di poliziotti che praticano la repressione e la tortura. Lo Stato spagnolo ha inviato gruppi di mercenari (ultimo esempio il gal) in Iparralde Herria [il Paese Basco sotto amministrazione francese] per assassinare i rifugiati baschi. L’autonomia è una grossa menzogna che non rispetta né la sovranità nazionale, né l’integrità territoriale di Euskadi [in riferimento alla separazione, interna alla Spagna, tra Vascongadas e Navarra]. Di conseguenza noi dobbiamo compiere uno sforzo enorme per spiegare la situazione e chiedere solidarietà agli altri popoli”.
Altra questione sempre attuale, i rapporti con i lavoratori emigrati in Euskadi.
Egido ricorda che “l’industrializzazione del Paese Basco è stata realizzata grazie al lavoro di migliaia di spagnoli poveri emigrati in Euskadi. Noi non abbiamo mai fatto differenze tra i lavoratori emigrati e quelli baschi, ma abbiamo favorito l’integrazione in una lotta comune, a carattere sia sociale che nazionale. Non dimentichiamo che Juan Paredes “Txiki”, eroico militante di eta fucilato da Franco, era nato in Estremadura. Ma il psoe ha cercato di sviluppare sentimenti antibaschi negli immigrati per dividere la classe operaia”.

Langille Abertzale Batzordea
Quanto al sindacato lab (Langille Abertzale Batzordea, commissioni operaie patriottiche) “la sua è l’unica posizione politica in campo sindacale a essere contemporaneamente nazionale e di classe. lab organizza i lavoratori sia per le rivendicazioni immediate sia per la lotta verso l’indipendenza. Si definisce come sindacato socio-politico, caratterizzandosi anche per i metodi di lotta: favorisce le assemblee come metodo di direzione operaia delle vertenze, le mobilitazioni, gli scioperi e le occupazioni”.
Rileggendo l’intervista a ormai quasi 40 anni di distanza, se pur con il senno di poi, mi sembra evidente che anche nel caso basco si parlava di un’epoca ormai remota, superata dagli eventi. Quasi di un retaggio ottocentesco (“risorgimentale” vien da dire). Soprattutto considerando gli eventi successivi (illegalizzazione di Herri Batasuna e Batasuna, delle organizzazioni basche Gestoras pro amnistia, Jarrai, Segi, Lurra, dei giornali “Egunkaria”, “Egin”, il tardivo autoscioglimento di eta…) e nella prospettiva, per quanto incerta e difficoltosa, di una soluzione politica del conflitto.
Eva Klotz
Forse qualcuno l’avrà giudicata leggermente “anomala” (praticamente tutti i partecipanti appartenevano a organizzazioni, movimenti e partiti di area più o meno progresssista: dai socialdemocratici alla sinistra radicale), ma sicuramente qui Eva Klotz era a casa sua. Nonostante ciò si notava l’imbarazzo di più d’uno (significativo che mancasse il suo nome tra quelli dei relatori ufficiali). D’altra parte per molto tempo parlare di Tirolo nella penisola italiana è stato come parlare di Paesi Baschi a Madrid: inevitabile scontrarsi con indifferenza o peggio ostilità. Talvolta condite da ignoranza e malafede.
Da parte mia non potevo evitare di cogliere qualche analogia tra la situazione di Euskal Herria e qualche doloroso precedente in Sud Tirolo.

Sia i baschi sia i tirolesi, popoli legati alle montagne, orgogliosi della loro identità, sono divisi in due da un confine statale. Entrambi hanno poi subito tentativi di “pulizia etnica” da parte di regimi fascisti (la limpieza invocata da Franco all’epoca della guerra civile) e una dura repressione. Con scenari che evocavano sia la “guerra sporca” che l’italica “strategia della tensione”. Talvolta – coincidenza – con manovalanza fascista.
Altra analogia… questa un po’ forzata, lo riconosco: i rapporti storici tra “Vascongadas” e Navarra ricordano quello del Sud Tirolo con il Trentino (Welsch Tirol, il Tirolo gallico). Non per niente la sezione di Pergine e Caldonazzo degli Schutzen (il corpo dei “difensori della patria” di Andreas Hofer che si oppose alle truppe di occupazione napoleonico-bavaresi) è intitolata a Giovanni Sartori che guidò gli Schutzen di Trento nella medesima resistenza.
In quei lontani giorni del dicembre 1989 avevo chiesto lumi allastorica militante per l’autodeterminazione, figlia del famoso Georg Klotz.
Per quanto riguarda il suo personale percorso politico, racconta Eva, “nel 1977 sono entrata a far parte dell’esecutivo del Sudtiroler Heimatbund, un’associazione di sostegno agli ex prigionieri politici (rimasti senza diritti e senza tutela, così come le loro famiglie); poi abbiamo cominciato a lavorare, sempre come associazione, a favore del diritto all’autodeterminazione. Negli anni ottanta, dopo che alcuni miei articoli e interventi avevano suscitato un certo interesse, mi chiesero di candidarmi con la Sudtiroler Volkspartei guidata da Silvius Magnago. Ho risposto negativamente per due o tre volte e alla fine ho accettato, ma solo per essere lasciata in pace”.

Venne invece eletta, come indipendente, consigliera comunale a Bozen. In seguito consigliera provinciale. Poi, nel 1983 “visto che il principio all’autodeterminazione veniva solo enunciato dallo statuto della svp , ma senza che il partito si muovesse in quella direzione, come Sudtiroler Heimatbund abbiamo partecipato con un nostro simbolo alle elezioni parlamentari. Di seguito, nell’autunno ‘83, anche alle regionali”.
Nuovamente eletta e in seguito sempre rieletta nelle successive scadenze elettorali.
E proprio nell’autunno del 1989, con Alfons Benedikter, non più membro della Giunta provinciale, “noi dell’Heimatbund insieme al Freiheitliche Partei Sudtirols (quello di allora, ovviamente) abbiamo fondato la Union fur Sudtirol. Nel 1989 Benedikter accusò la svp di aver rinunciato alla richiesta di applicazione del diritto all’autodeterminazione.
Aggiungo qui qualche accenno alle vicende degli anni successivi
Una volta uscito dal partito, Benedikter era destinato a diventarne un duro oppositore. Nonostante fosse stato uno dei fondatori della svp nel 1945 e ne rappresentasse la memoria storica.
A suo attivo l’attività di consigliere provinciale per la Union für Sudtirol fino al 1998 e di osservatore internazionale in Russia e nel Kazachistan (1993 e 1994). Va anche ricordato che in anni successivi nella Union für Sudtirol spunteranno personaggi quanto meno “poco trasparenti” (infiltrati?) che sembravano voler portare il partito altrove rispetto alle aspirazioni dei fondatori. Emersero anche legami con gruppi neonazisti e quindi la metà circa dei militati (Eva Klotz in primis) ne uscì per fondare nel 2007 il Sued-Tiroler Freiheit. Nel 2008 alle provinciali ottenne due consiglieri.
In seguito la formazione politica comincerà a rapportarsi sia con l’Alleanza Libera Europea che con European Partnership for Independence (epi).
Pur non facendo parte del gruppo centrale, nel marzo 2023 poterono assistere agli incontri di Barcellona dove veniva presentato icec, un allargamento di epi per consentire la raccolta di un milione di firme. Tra i primi firmatari, il rettore dell’università di Barcellona e Aureli Argemì, storico esponente della difesa della lingua e della cultura catalane. Intensificando negli anni successivi i rapporti con altri rappresentanti delle nazioni senza Stato e acquistando maggior visibilità presso l’opinione pubblica, tanto che il Congresso annuale dell’Alleanza Libera Europea del 2013 si tenne a Merano (12 aprile).
Ma di questo, ovviamente, all’epoca (1989) non potevo certo parlare con Eva. Invece, ripensando alle vicende della sua famiglia, le chiesi di raccontarmi di suo padre Geog Klotz.
“Per quanto riguarda mio padre vorrei innanzi tutto precisare che ogni sua attività derivava dal suo amore disinteressato per la Patria: era un patriota, non un terrorista. Le sue azioni erano rivolte contro cose, non contro persone. Era nato a Walten Passeier l’11 settembre 1919, proprio il giorno del Trattato di Saint Germain. Dopo la seconda guerra mondiale si impegnò lungamente e in maniera pacifica per la libertà del Sud Tirolo.
Fu molto attivo anche nella riorganizzazione degli Schutzen [il corpo dei difensori della patria noti per essersi opposti con Andreas Hofer alle truppe di occupazione napoleoniche nda]. Negli anni sessanta mio padre prese parte alla lotta per la liberazione della nostra patria, insieme con Amplatz, Keschbaumer, Percher…
Il 7 settembre 1964 venne gravemente ferito in un’imboscata, ma riuscì a rifugiarsi in Austria. Per il resto della sua vita continuò a adoperarsi senza risparmio per aiutare i compagni incarcerati. Morì il 24 gennaio 1976, a soli 57 anni, senza aver più rivisto la sua terra. A ucciderlo fu un’embolia polmonare, conseguenza delle gravi ferite ripostate nell’imboscata del ‘64 [passata alla storia come “l’agguato di Unterberg nella Stubaital del 7 settembre”].
In quella stessa circostanza venne assassinato Luis Amplatz che si trovava nella baita con mio padre. L’esecuzione fu opera di un infiltrato che però non agì da solo. Mio padre raccontava di aver udito distintamente delle voci prima degli spari. Inoltre nel primo comunicato ufficiale si parlava di ‘due morti’, forse era stato già scritto in precedenza in previsione di una doppia esecuzione. Invece mio padre, se pur gravemente ferito, riuscì a sopravvivere camminando per molte ore. Ebbe le prime cure sommarie da un mio cugino, studente di medicina, e attraversò il confine da solo a piedi. Recentemente un nostro amico ha ripercorso il tragitto e lo ha descritto come durissimo; anche per un uomo in forze e non indebolito dalle ferite”.
Cos’ha comportato sul piano personale e su quello delle scelte, dell’impegno politico essere la figlia di Georg Klotz?
“Ha comportato l’interesse per la politica, ha creato sensibilità. Il senso di giustizia non nasce da solo, ma ha bisogno di modelli a cui ispirarsi e far riferimento. Io questi modelli li ho trovati sia in mio padre che in mia madre. Senza di lei mio padre non avrebbe potuto fare quel che ha fatto, quello che secondo la sua coscienza andava fatto in quel momento. Mia madre era insegnante; era in grado di mantenere la famiglia quando mio padre era in esilio. La mia attività politica è sicuramente dovuta alla mia vita, alle mie esperienze in famiglia, a tutto quello che abbiamo dovuto subire: una ventina di perquisizioni, controlli continui da parte della polizia…
Ci buttavano giù dal letto alle quattro del mattino (all’epoca avevo tredici-quattordici anni) dicendoci: ‘Abbiamo preso visto padre’, e ci puntavano contro le armi, contro una madre e i suoi bambini.
Quando papà ha dovuto andarsene la figlia più piccola aveva solo sei mesi; erano anni molto duri, ma abbiamo sopportato, resistito. Ritengo che la nostra forza, la capacità di reagire siano dovute anche a quella che io chiamo la nostra ‘lentezza’. È una caratteristica del mio popolo che a volte mi fa arrabbiare, ma poi sui tempi lunghi si rivela come un fattore positivo. Prima di reagire, di parlare, pensiamo (‘dal cuore alla testa e non alla bocca’)”.
Non potendo catturare Georg – nonostante le taglie e i tentativi di corruzione – alla fine, nel 1967, arrestarono la mamma di Eva, tenendola in carcere per oltre quattordici mesi.
Per Eva si era trattato “nient’altro che di un ricatto per costringerlo a rientrare, a consegnarsi. A casa c’erano sei bambini da mantenere. Minacciavano di rinchiuderci tutti in un istituto di rieducazione. Fu un periodo molto duro. La famiglia era dispersa tra vari parenti. Io allora avevo sedici anni, ero la più grande e capivo molto bene quanto accadeva. Dovevo organizzarmi per visitare mia madre in carcere e mio padre dove si era rifugiato. Naturalmente al processo mia madre venne assolta. In quella circostanza mio padre mi disse che lui sapeva quanto poteva resistere la mamma: sapeva di poter contare su di lei”.
Inevitabile, a questo punto del racconto di Eva, interrogarsi sulla “guerra non convenzionale a bassa intensità” condotta da alcuni settori dei servizi segreti contro l’insorgenza tirolese negli anni sessanta. Quando si era parlato anche di possibili sequestri dei rifugiati in Austria. Oltre naturalmente all’operazione da “guerra sporca” contro suo padre e Amplatz.
Eventi che in qualche modo, se pur su scala ridotta, potevano evocare le azioni del gal (uccisioni, sequestri di persona, eccetera) contro i baschi rifugiati in Iparralde, Paese basco francese. negli anni settanta e ottanta del secolo scorso.
Eva concordava che in qualche modo “l’analogia esiste anche se in Euskal Herria il numero delle persone coinvolte è stato sicuramente maggiore”. Per cui, aggiungeva, “dobbiamo forse ringraziare la minore capacità operativa dei servizi segreti italiani se la loro azione è stata meno efficace. Diciamo che c’erano tutte le intenzioni, i progetti, ma poi non sono riusciti a realizzarli. Naturalmente non tutto è stato chiarito, ma in alcuni episodi si intravede una vera e propria ‘strategia della tensione’. Penso agli attentati di Cima Vallona e di Malga Sasso per i quali sono statigiudicati dei cittadini austriaci. Sicuramente il gruppo di mio padre non ha avuto niente a che fare con questi avvenimenti. Oltre alla tortura (tra le vittime Franz Hofler, Anton Gostner, Sepp Kerschbaumer) vorrei ricordare che a Tesselberg un generale italiano avrebbe voluto fucilare 15 persone per rappresaglia. A impedirlo fu la ribellione di uno dei suoi sottoposti”.
Eva volle ricordare in particolare la tragica fine di Franz Hofer, “un semplice indiziato picchiato a morte in una caserma, il cui volto era talmente gonfio e tumefatto da non essere più riconoscibile nemmeno dalla sua stessa madre. E la stessa sorte era toccata al Freiheitskampfer Anton Gostner”.
Continuando con “Sepp Kerschbaumer, ufficialmente morto per ‘collasso’ il 7 dicembre 1964, ma con addosso i segni inequivocabili delle percosse…”.
Ricordo che a Franz Hofler era stata dedicata la strada principale di Lana, tra Bozen e Meran, per volontà della popolazione. Inoltre tutti questi caduti tirolesi sono ricordati, insieme a Luis Amplatz e Georg Koltz, sulla lapide del cimitero di St. Paulus (Eppan) dove l’8 dicembre vengono onorati con una cerimonia.
Quanto alle prospettive di una autentica Europa dei Popoli (oggetto del convegno), Eva esprimeva una certa delusione. Alla fine sembrava si andasse confermando “l’Europa degli Stati nazionali, degli egoismi economici e nazionali. Da parte mia ritengo indispensabile una reazione a catena: bisogna comportarsi come quei popoli che hanno saputo far parlare di sé. Estoni, corsi, lettoni, sloveni… Non si limitano a chiedere autonomia, ma vogliono l’indipendenza”. Preciso ancora: siamo nel 1989!.
Se questo accadesse dappertutto, proseguiva Eva Klotz, “dovunque ci sia una questione nazionale, se in tutta Europa i popoli oppressi e le comunità linguistiche minorizzate si mobilitassero (naturalmente dove questa loro condizione viene percepita e subita come oppressione), se questo accadesse gli Stati centralisti sarebbero costretti a reagire per sopravvivere. Ci potrebbe allora essere in tutta Europa una grande riflessione collettiva in proposito. Si potrebbe arrivare alla costituzione di ‘regioni naturali’, a forme di federalismo che garantiscano reali competenze specifiche a livello europeo, sia in àmbito legislativo che esecutivo. Ottenere per esempio che noi si possa eleggere un gaelico e viceversa. Solo cosi questi gruppi, queste ‘minoranze’, sarebbero rappresentate”.
Sappiamo che da allora molte cose sono cambiate, ma non tutte in senso positivo. Vedi la strumentalizzazione generalizzata, a livello planetario, di molte lotte per l’autodeterminazione (il solito ben sperimentato “indipendentismo a geometria variabile”). O la tradizionale repressione dura e pura di altre.
Il discorso rimane aperto per le generazioni future. La nostra (Eva Klotz è mia coetanea) ha fatto quel che poteva. Chi più chi meno naturalmente.
E lasciando comunque uno spiraglio di speranza,“biblica”. Come il Vento dell’Ecclesiaste, anche un popolo (ogni popolo) “va e poi ritorna”. A volte, almeno.
N O T E
1) Suo il merito, a tre anni di distanza dal convegno di Bolzano, della sentenza con cui la Corte Costituzionale italiana si pronunciò sui diritti delle minoranze nei rapporti con la pubblica amministrazione (in particolare sulla possibilità di usare la lingua madre). Nato a Trbovlje (dove i suoi genitori, insegnanti di Trieste, erano fuggiti dalle persecuzioni fasciste) è scomparso a 85 anni solo un mese dopo la morte dell’amatissima compagna e collaboratrice, Jadranca Grgic. A darne per primo la notizia il quotidiano della comunità slovena in Italia “Primorski Dneunik”.
2) Sul fronte di Gandesa, volontari del Canavese, del Ciriacese e delle Valli di Lanzo dall’emigrazione alla G.C. spagnola (1936-1939), ed. Baima & Ronchetti.
Volontarios de la Libertat, antifascisti valdostani nella Guerra Civile di Spagna, ed. Istituto Storico della Resistenza della Valle d’Aosta.













