Cade quest’anno il novantesimo anniversario dell’inizio della Guerra Civile spagnola. Uno scontro tra totalitarismo fascista-monarchico e forze repubblicane democratiche. Ma anche un conflitto sociale tra classi dominanti e subalterne. E – non certo secondaria – la rimessa in discussione del centralismo spagnolo, con la ripresa del secolare braccio di ferro fra l’autonomismo- indipendentismo delle “nazioni senza Stato” della penisola iberica e Madrid: in particolare per la nazione basca (Euskal Herria) e quella catalana (Paisos Catalans), intendendo per nazione una lingua, una cultura, una tradizione che definiscono un’identità.
Di tutto questo si dovrebbe tener conto nel considerare gli eventi di quella che per alcuni storici rimane la “prova generale” della seconda guerra mondiale.
Una decina di anni fa il riesplodere della questione catalana (il referendum “autogestito” con il conseguente pestaggio di centinaia di cittadini inermi operati da Policia Nacional e Guardia Civil) riportava a conflitti di vecchia data e di ben più ampio respiro. Il generale José Mena Aguado che nel 2017 minacciava di far intervenire l’esercito (in quanto garante dell’unità della nazione spagnola) rappresentava una versione aggiornata dei militari guidati da Sanjurjo, il capo della Guardia Civil. Colui che nell’agosto 1932, a poche settimane dal riconoscimento dell’autonomia della Catalogna (con l’approvazione dello Statuto da parte delle Cortes) minacciava le istituzioni repubblicane con un tentativo di colpo di stato. E naturalmente anche il golpe di quattro anni dopo (quello riuscito del luglio 1936) aveva tra i suoi scopi la conservazione di una Spagna “una” contro le richieste autonomiste.
In quei giorni del luglio 1936 i generali insorti compresero presto che la guerra appena iniziata si andava configurando come di lunga durata. Nelle dichiarate intenzioni dei golpisti, aiutati dalla Germania nazista e dall’Italia fascista: tagliare tutte le radici del “sovversivismo”, sia quello sociale (in particolare il movimento sindacale con una forte presenza anarchica) sia quello autonomista di baschi e catalani. In ogni villaggio e città conquistati dalle truppe nazionaliste venne sequestrato ogni documento prodotto dai “rossi”: liste di iscritti ai sindacati ugt e cnt, alle associazioni di laici, alle biblioteche popolari; si impadronirono anche dei verbali delle riunioni, comprese quelle delle collettività autogestite e dei consigli comunali. Per cancellare, annichilire ogni fermento sociale organizzato.
Tutto questo materiale venne portato a Salamanca e l’archivio assunse una precisa funzione repressiva. Alla fine della Guerra Civile venne utilizzato per la repressione, la sanguinaria limpieza politica (e almeno in Euskal Herria anche consapevolmente etnica) praticata dal regime dal 1939 in poi, almeno fino al 1945.
Inoltre già nel 1943, comprendendo (in anticipo su Mussolini e Hitler) che l’“Asse” comunque rischiava di perdere la guerra, la Spagna franchista cominciò ad avvicinarsi al fronte degli Alleati. Generosamente ricambiata nel dopoguerra con gli aiuti degli usa (garantendo la sopravvivenza del regime).
In passato si calcolava che i giustiziati, la maggior parte fucilati, tra il 1939 (termine della Guerra Civile) e il 1945 siano stati tra i novantamila e i centocinquantamila. Ma da ricerche più recenti e con l’individuazione di altre fosse comuni, si è giunti alla convinzione che il totale potrebbe superare di molto tali cifre (si parla di circa duecentomila).
Le difficoltà dello Stato repubblicano compensate dall’iniziativa popolare
Il golpe militare del 19 luglio 1936 (contro la legittima Repubblica, contro l’insorgenza delle classi subalterne e contro il separatismo di baschi e catalani) venne a stroncare un processo di apertura e modernizzazione della società (vedi la tesi di Gabriele Ranzato su La Repubblica come prima modernizzazione della società spagnola).
Inizialmente il governo legittimo e l’esercito lealista non furono sempre in grado di rispondere adeguatamente alla ribellione dei militari felloni e traditori. La prima immediata opposizione fu quella popolare che operò vittoriosamente da Barcellona a Donosti (San Sebastian). Nelle città catalane furono soprattutto le milizie libertarie (cnt, fai) che impedirono alle truppe golpiste di uscire dalle caserme e occupare i centri nevralgici (vedi la Telefonica a Barcellona).
Mentre toccava ai gudari (i combattenti antifascisti del pnv, Partito Nazionalista Basco) porsi alla testa del sollevamento popolare nelle regioni basche (a San Sebastian anticipati dagli anarchici, vedi Felix Likiniano).
Mentre lo Stato repubblicano faticava a riprendersi, la vita delle popolazioni si riorganizzava su altre basi, soprattutto a Barcellona, a Valencia, a Madrid e nelle campagne aragonesi. Dovunque era presente un forte sindacato, anarchico o socialista. Diverso il discorso di Bilbao e dei Paesi Baschi dove prevalse su tutto la questione dell’autonomia.
Invece a Saragozza e Siviglia trionfarono i militari fascisti e scattò una dura repressione.
Nel territorio rimasto fedele alla Repubblica i settori privilegiati della società (alleati di Franco) vennero messi in fuga o neutralizzati. In quel momento la “Rosa de foc” (Barcellona) aveva circa un milione di abitanti. Città colta e moderna, veniva considerata il centro dell’anarcosindacalismo europeo, forse mondiale, di matrice principalmente operaia, mentre in Andalusia era ben radicato negli ambienti rurali. La componente libertaria vince nelle battaglie di strada, sulle barricate contro i golpisti (con la perdita di militanti preziosi come Francisco Ascaso) per cui quella che nelle intenzioni dell’esercito si doveva risolvere con una sfilata per la Diagonal fallisce in pieno. Una volta tanto la classe operaia sconfigge i militari, come purtroppo non era avvenuto in Germania e in Italia, nonostante la presenza di un forte movimento sindacale. Ma in Spagna – e in Catalunya in particolare – era ben radicata l’abitudine al conflitto, all’azione diretta in sintonia con gli scioperi generali.
Dovrà riconoscerlo perfino il presidente della Generalitat Lluis Companys, dirigente dell’erc (Esquerra Republicana de Catalunya), un avvocato che talvolta aveva difeso anche militanti anarchici.
Diversi cronisti e protagonisti (Luis Romero, Garcìa Oliver, José Peirats… ) hanno raccontato con molta efficacia dell’incontro tra Companys e gli anarchici (episodio riportato anche da H.M. Enzensberger in La breve estate dell’anarchia). Per ragioni di opportunità politiche, cnt e fai decidono di non estromettere il governo catalano. Companys riconosce la loro egemonia, ma gli viene consentito di restare. Si crea un Comitato Centrale delle Milizie Antifasciste, una sorta di potere parallelo che organizza in modo orizzontale, volontario, le forze popolari. Sono le formazioni che partiranno subito per combattere a Saragozza, in Aragona.
Ma chi erano i generali golpisti? Potremmo definirli “nazionalcattolici”. L’ideologia di base del franchismo infatti sarà l’identificazione degli interessi nazionali con quelli della Chiesa. Sostanzialmente ricalcando l’ideologia della ceda (Confederación Española de Derechas Autonomas), destra cattolica reazionaria. Mentre l’aspetto ufficiale sarà quello della Falange filofascista e del corporativismo a imitazione del sistema italiano.
Sempre restando in Catalunya, nel Comitato Centrale delle Milizie Antifasciste il ruolo dirigente spetterà inizialmente agli anarchici, i quali collaborano sia con i socialisti che con il neonato psuc, a egemonia comunista. Ma oltre alle milizie ha inizio l’autogestione produttiva, con le collettivizzazioni soprattutto nelle medie e piccole industrie, oltre ai servizi pubblici. Assemblee e comitati degli operai decidono di farsi carico della produzione mentre nei conventi e nelle chiese si insediano gli “atenei libertari”.
In quel momento Barcellona è il cuore pulsante delle migliori tendenze rivoluzionarie. Rappresentate dalla cnt, dalla fai, dal poum (Partido Obrero de Unificación Marxista, piccolo partito comunista antistalinista dove militerà George Orwell) e da molte organizzazioni spontanee che ruotano attorno alla volontà di fondare una nuova società, alla sperimentazione sociale. Leggendo i resoconti di viaggiatori e inviati dei giornali di mezzo mondo, si coglie, palpabile, l’autentica sorpresa di fronte al fervore rivoluzionario della metropoli catalana.
I trasporti sono gratuiti, nei ristoranti in genere non si paga e vige un clima di rapporti umani egualitari e solidali nella prospettiva del “comunismo libertario” teorizzato da Bakunin e Kropotkin.
Invece il psuc (Partit Socialista Unificat de Catalunya, con un Comitato Centrale autonomo rispetto al pce) finirà per difendere la proprietà privata.
Nato dopo il 19 luglio 1936 dall’unificazione tra alcuni partitini comunisti (Partit Comunista de Catalunya e Partit Català Proletari) e la Federaciò Catalana del psoe, di fatto è controllato dagli stalinisti. Ottiene infatti il riconoscimento della Terza Internazionale, un caso più unico che raro dato che Mosca riconosceva un solo partito comunista per ogni Stato. In poche settimane il psuc cresce di proporzioni grazie al fatto di essere rappresentante dell’urss, che invia sia armi sia consiglieri militari (e agenti della polizia segreta).
Anche se può sembrare paradossale, l’altro fattore che favorisce la crescita del psuc è la difesa della proprietà privata contro le collettivizzazioni. Scopo dichiarato dagli stalinisti infatti è quello di mantenere i legami con la piccola e media borghesia per vincere la guerra. Arrivando al punto di chiedere al governo la repressione dei movimenti rivoluzionari, in quanto “portatori di confusione facendo oggettivamente il gioco dei fascisti”.
Con lo scioglimento delle milizie si riesuma il concetto di disciplina (e di gerarchia) considerando il conflitto come un puro e semplice scontro militare tra eserciti. Si creano reparti militari e i soldati vengono a trovarsi in condizione di inferiorità rispetto agli ufficiali. Parallelamente sulle masse popolari, controllate dai vertici, si impone una determinata visione della lotta contro il fascismo. Anche polizia e propaganda vengono controllate dal psuc. In perfetta sintonia con la politica del pce della ricostruzione dell’esercito e della difesa della proprietà privata. In questo il psuc ha anche l’appoggio di alcuni settori catalanisti che collaborano nella restaurazione termidoriana.
Probabilmente Stalin, sperando nell’intervento a fianco della Repubblica delle borghesie europee (Gran Bretagna e Francia in particolare), voleva evitare che queste si spaventassero di fronte al radicalismo rivoluzionario degli anarco sindacalisti. Come è noto, non comprendendo quale partita si stesse giocando in Spagna (dove Hitler e Mussolini avevano inviato truppe, navi, sommergibili e aerei a sostegno di Franco) Londra e Parigi rimasero sostanzialmente a guardare. Un pilatesco “non-intervento” passato alla storia come “strategia dell’appeasement”. Teorizzata dal governo britannico (con qualche malcelata simpatia per Franco) e adottata – per quanto obtorto collo – anche dal Front Populaire di Leon Blum.
Va anche sottolineato che – come confermerebbero recenti studi su trasporti, elettricità, edilizia e anche sulle fabbriche meccaniche – tutto sommato il grandioso esperimento autogestionario era riuscito. Almeno in parte. Operai e contadini avevano dimostrato di essere in grado di gestire l’economia. A conti fatti le collettivizzazioni risultarono più praticabili in àmbito rurale, da parte dei contadini (Aragona soprattutto), in quanto nelle fabbriche non erano molti i tecnici disponibili. Mentre la distruzione nell’agosto 1937 delle collettività rurali aragonesi (opera di Lister) metterà in crisi l’approvvigionamento anche dei combattenti.
D’altro canto bisogna riconoscere che la guerra andava troppo per le lunghe e la produzione doveva essere indirizzata verso armi e munizioni. Alterando fatalmente lo spirito rivoluzionario della prima ora, tanto che diversi esponenti anarchici finirono per giustificare scelte contrarie ai princìpi libertari.
Già nel settembre 1936 la cnt partecipa al governo catalano e dopo due mesi quattro militanti anarchici entrano come ministri nel governo centrale di Largo Caballero. Federica Montseny diventa ministro della Sanità, una delle prime donne in Europa. Qui si occupa di pratiche contraccettive, di aiuto all’autogestione della maternità. Il nuovo ministro della Giustizia sarà Juan Garcìa Oliver (niente male per uno che assaltava le banche per finanziare il movimento anarchico).
Un altro è Peirò, operaio del vetro, considerato un “moderato” all’interno della cnt, che diventa ministro dell’Industria. Con la sconfitta della repubblica si rifugiò in Francia, ma poi venne catturato dai nazisti e riconsegnato a Franco (come Companys). Venne torturato affinché entrasse a far parte del sindacato verticale, franchista. Rifiutò e venne fucilato nel 1942.
Le prime settimane erano state decisive e inizialmente circa tre quarti della popolazione spagnola non sottostava ai golpisti. A fine luglio Franco ottiene l’aiuto di Mussolini e poi anche dei nazisti. L’Italia invia nel complesso 80mila uomini, divisioni corazzate, aviazione (764 aerei mentre la Germania solo 277), navi e sommergibili (da cui verranno lanciati siluri contro le navi russe che portavano armi alla Repubblica).
L’intervento italiano del ctv (Corpo Truppe Volontarie, anche se di “volontario” c’era poco) peserà moltissimo. Tutti sanno dei tedeschi (la famigerata Die Legion Condor) che bombardarono a tappeto con bombe incendiarie Guernica (26 aprile 1937) facendo un migliaio di morti. Ma si preferisce ignorare che l’Aviazione Legionaria Italiana (con i Savoia-Marchetti) aveva preventivamente mitragliato la cittadina basca (oltre ad aver bombardato qualche giorno prima Durango). Inoltre l’aviazione e la flotta italiche si resero responsabili di alcune migliaia di morti tra Barcellona e dintorni.
Uno dei primi attacchi dal cielo dei franchisti aveva avuto come obiettivo proprio una città catalana. Ancora prima di quelli su Madrid del novembre ‘36. Come riportava il catalogo della mostra “Catalunya bombardejada” per l’80° anniversario della Guerra civile spagnola: “El primer bombardeig franquista sobre una poblaciò catalana es produit el 30 d’octubre de 1936 a Roses, efectuat des del mar per creuer de la marina de guerra espanyola Canarias”. E gli attacchi agli abitati costieri (San Feliu de Guixols, Palamos, Blanes, l’Escala e soprattutto ancora Roses) proseguirono incessantemente per tutta la durata della guerra per rendere effettivo il blocco navale e isolare la zona repubblicana. Causando centinaia di vittime in particolare nell’Alto Empordà, una delle comarche più colpite. Oltre alle infrastrutture portuali i franchisti si accanirono contro stazioni e linee ferroviarie di Girona, Portbou, Colera, Llancà, el Port de Selva, Vilajuiga, Figueres… con almeno 400 vittime tra i civili.

Analogamente vennero bombardate gran parte delle altre comarche catalane.
Particolarmente devastanti i bombardamenti su Granollers (non a caso chiamata la “piccola Gernika”) del 31 maggio 1938, opera di cinque aerei italiani Savoia S-79 provenienti da Maiorca. Isola delle Baleari tornata sotto il controllo franchista grazie agli squadristi di Arconovaldo Bonacorsi (già noto come uno dei massacratori del quindicenne Anteo Zamboni) che vi fucilarono circa tremila civili. La maggior parte presso il cimitero di Porreras e lasciando sconvolto anche un cattolico monarchico e conservatore come Georges Bernanos.
Un paio di anni fa suscitò una certa dose di indignazione (meglio, ribrezzo) la notizia che l’Italia finanziava un mausoleo a Palma di Maiorca per commemorare i soldati fascisti morti durante la Guerra Civile spagnola. Come denunciava un articolo di eldiario.es, “el panteón fue construido en 1942 para conservar ‘los restos mortales de los camaradas que dieron su vida en la lucha contra el marxismo’”. E per garantirne il mantenimento l’Italia versava ogni anno circa 500 euro all’Empresa Funeraria di Palma.
Su Granollers nel giro di un minuto gli aerei italiani scaricarono 60 bombe e 750 chili di granate colpendo il centro della cittadina (non ancora provvista di rifugi), causando 224 morti e 165 feriti, stando almeno ai primi accertamenti; ma nel registro del cimitero, sotto l’elenco delle vittime, si annotò “y aùn siguen” (“e ce ne sono ancora”). Seguirono altri attacchi aerei (gennaio 1939) effettuati sia dalla Legione Condor, sia dall’Aviazione Legionaria Italiana che provocarono altre decine di vittime. Risalgono al novembre 1937 els bombardeigs a Lleida. Micidiale quello condotto da nove trimotori italiani sul Liceo Escolar del 2 novembre 1937. Attacco presumibilmente intenzionale a quello che era diventato un simbolo di educazione libera (si ispirava all’insegnamento del pedagogista libertario Francisco Ferrer, fondatore della Escuela Moderna e fucilato a Barcellona nel 1909). In totale le vittime furono 250 tra cui una cinquantina di alunni del liceo.
In un altro bombardamento su Lleida (27 marzo 1939) gli aerei dei franchisti causarono oltre 400 vittime. Sarà poi ancora bombardata varie volte tra la fine di marzo e i primi di aprile 1939.
Ancora bombardamenti nel Tarragonese (ben 33 nel solo 15 gennaio 1939 su Tarragona) tra febbraio 1937 (colpito dalla Legione Condor l’ospedale di Flix il 23 febbraio 1937) e marzo 1938. Per un totale accertato di circa 250 vittime civili a Tarragona e di 215 a Reus. Con oltre 200 vittime anche nel Penedès (304 attacchi aerei tra il maggio 1937 e il gennaio 1939) dove si trovavano quattro aeroporti repubblicani (Els Monjos, Pacs, Santa Oliva e Sabanell).
E ovviamente anche Barcellona era posta regolarmente “en el punto de mira”: il primo bombardamento indiscriminato, a tappeto, colpì la capitale catalana il 13 febbraio 1937. Il primato poco onorevole spettava all’incrociatore italiano Eugenio di Savoia. Complessivamente le vittime civili dei bombardamenti sulla Rosa de Foc furono oltre tremila. Un migliaio soltanto in quelli del 16, 17 e 18 marzo 1938, ordinati direttamente da Mussolini senza informare Franco che ne avrebbe poi ordinato la sospensione.
Verso la fine della guerra (febbraio 1939, i franchisti erano entrati in Barcellona il 26 gennaio) gli attacchi aerei si concentrarono sui luoghi dove si erano rifugiate le principali autorità della Repubblica e del governo catalano (Manuel Azana, Juan Negrin, José Antonio Aguirre , Lluis Companys…). Fermo restando che i bombardamenti infierirono particolarmente su quartieri residenziali, mercati, infrastrutture civili compresi scuole e ospedali. Anticipando metodi in seguito ampiamente adottati dalla seconda guerra mondiale ai nostri giorni.
Complessivamente le vittime accertate delle incursioni aeree furono oltre dodicimila, più del 90% in territorio repubblicano. Oltre cinquemila in Catalogna (più della metà a Barcellona), almeno 2500 nel Pais Valencià e qualche altro migliaio tra Madrid, Paesi Baschi e Andalusia. Nelle aree sotto il controllo franchista un migliaio circa. Per la cronaca, risale al gennaio di quest’anno, dopo oltre dieci anni di iniziative legali, raccolta di testimonianze e iniziative pubbliche (convegni, mostre…) l’archiviazione definitiva della denuncia per crimini di guerra contro l’Aviazione Legionaria italiana.
Le Brigate Internazionali e la morte di Buenaventura Durruti
A metà ottobre 1936, a tre mesi di distanza dal golpe, venivano costituite le Brigate Internazionali. Vi parteciparono circa 35mila volontari provenienti da ogni angolo d’Europa e del mondo (tra loro George Orwell e Willy Brandt). Senza dimenticare chi aveva già raggiunto la Spagna autonomamente, come André Malraux che era a Madrid già il 21 luglio, a quattro giorni dal tentativo di golpe fascista.
I caduti furono oltre diecimila. Con un finale tragico. Se in molti riuscirono a valicare i Pirenei e rifugiarsi in Francia (dove comunque vennero internati) e successivamente integrarsi nella Resistenza francese, altri come i ventimila bloccati nel porto di Alicante attesero invano una nave per sfuggire alle grinfie del caudillo. All’arrivo delle truppe fasciste (italiane), vedendosi ormai senza scampo, tanti preferirono suicidarsi (la maggior parte con armi da taglio essendo rimasti senza munizioni). Gli scampati finirono nei campi di concentramento. Come è noto, ma forse non abbastanza, in Spagna nel dopoguerra si realizzò un autentico universo concentrazionario e punitivo (con la complicità della Chiesa).
Così Dolores Ibàrruri: “Sois la historia, sois la leyenda. Sois el Ejército heroico de la solidaridad y de la universalidad de la democracia”.
Sempre nel 1936, in novembre, Buenaventura Durruti, uno dei maggiori esponenti dell’anarchismo iberico, si dirige verso Madrid con la sua colonna di qualche migliaio di miliziani. Rimane gravemente ferito e spira nella notte fra il 20 e il 21 novembre 1936. Una morte per certi aspetti emblematica, uno spartiacque. Paragonabile a quella di Ernesto Che Guevara nell’ottobre 1967.

Con Durruti si spengono anche le speranze di milioni di oppressi, sfruttati e diseredati. All’epoca forse non ancora del tutto consapevoli della tragedia che si andava profilando per le classi subalterne. Non solo nella penisola iberica, ma su scala planetaria.
Durruti muore. Come a luglio era morto Francisco Ascaso, come nel maggio del ‘37 moriranno (in questo caso assassinati dagli stalinisti) Camillo Berneri e Andreu Nin. Per mano di boia differenti, ma il risultato sarà identico: soffocare l’ansia di emancipazione, la fame e sete di giustizia degli eterni subalterni loro malgrado, degli schiavi salariati e dei popoli forzatamente minorizzati.
Durruti muore e rimangono solo le macerie, senza più nemmeno sapere come e cosa ricostruire. “Noi non abbiamo paura delle rovine, sappiamo anche costruire”, aveva detto (cito a memoria).
Passa un mese o poco più e già nel gennaio 1937 si registrano gli attacchi – per ora a mezzo stampa – da parte degli stalinisti del psuc contro i libertari (cnt, fai, poum…). Preludio agli eventi del maggio ‘37 (a Barcellona, vedi la Telefonica) e dell’agosto (in Aragona, quando Lister elimina le collettività anarchiche).
La definitiva sconfitta della Repubblica nel 1939 non spalancherà soltanto la lunga notte franchista, ma consentirà alla peste bruna del nazi-fascismo di germogliare, radicarsi e proliferare nell’Europa intera. Alimentata, concimata e abbeverata col sangue di centinaia di migliaia – poi milioni – di vittime sacrificali fucilate o impiccate. Prima con le sacas iberiche e poi con i massacri, olocausti e genocidi della seconda guerra m,ondiale.
Muore Durruti. E la notte (negras tormentas, nubes oscuras…) scende cupa e inesorabile sul genere umano ormai alla deriva. Ancora una volta la realizzazione di quel “mondo nuovo che è già dentro di noi e che sta crescendo, anche ora che sto parlando con te” (cito sempre a memoria) veniva rimandata a chissà quando (soltanto fino a qualche mese fa avrei detto: fino all’insorgenza curda del Confederalismo democratico in Rojava e Bakur; ma ora anche questo esperimento pare in via di smobilitazione).
Un po’ di storia
Buenaventura Durruti (un cognome basco avuto in eredità dal nonno paterno, quello materno invece era catalano) rimane una delle figure più rappresentative dell’anarchismo iberico.
Era nato a Leon nel 1896. Operaio metallurgico, a Barcellona strinse fraterna amicizia con l’operaio panettiere e cameriere Francisco Ascaso. Insieme a Gregorio Jover si dedicarono a una sistematica attività rivoluzionaria anche in America latina (Argentina, Cuba), organizzando scioperi e manifestazioni, operando espropri ai danni di entità bancarie ed elargendo sistematicamente il ricavato alle associazioni e ai sindacati anarchici (in particolare per acquistare materiale tipografico per la pubblicazione di testi libertari).
Nel 1926 vennero arrestati a Parigi, nascosti in un taxi e armati, lungo il percorso che avrebbe dovuto compiere il re Alfonso XIII. Furono scarcerati dopo una campagna di solidarietà internazionale. Sempre a Parigi, con Ascaso, Durruti volle conoscere di persona l’esule Nestor Makhno. In tale circostanza il rivoluzionario ucraino disse di essere disponibile per la loro rivoluzione quando fosse scoppiata. Purtroppo Nestor morì prima, nel 1934, per le conseguenze delle gravi ferite e delle sofferenze subite.
Allo scoppio della guerra civile nel 1936 parteciparono attivamente alla sconfitta dei militari golpisti, ma Ascaso venne ucciso durante l’assalto alla caserma Atarazanas (20 luglio 1936). Durruti organizzò poi la sua “Colonna” di miliziani anarchici – fondata sul principio della “disciplina nell’indisciplina” – molto efficace nelle battaglie dell’Aragona (un fronte a egemonia libertaria). Qui, nei villaggi liberati, si costituirono le collettivizzazioni in base ai princìpi del comunismo libertario.
Dopo l’assedio di Saragozza venne invitato dal governo repubblicano a difendere Madrid che stava per capitolare. Durruti partì con alcune migliaia di miliziani volontari (molti cadranno proprio nella battaglia di Madrid) e qui, il 20 novembre 1936, venne ucciso in circostanze che all’epoca furono considerate non chiare. In realtà non dovrebbero esserci ancora ombre sulla reale dinamica del tragico evento.
Secondo quanto riferiva Abel Paz, Durruti arriva nella capitale dopo un viaggio massacrante, ma non si concede riposo. Va subito a combattere e muore quasi immediatamente, presumibilmente per un suo errore. Infatti sarebbe sceso dall’auto con il colpo in canna. Un movimento brusco e il contraccolpo avrebbe fatto esplodere l’arma.
Sicuramente la sua morte incise negativamente sulla spinta libertaria che inizialmente aveva caratterizzato la sollevazione antifranchista. Da allora la logica bellica – militarista – finì col prevalere.
Durruti del resto l’aveva intuito (predetto?) quando diceva “alla guerra si diventa sciacalli”. Proprio per questo bisognava non perdere tempo nell’organizzare la rivoluzione sociale.
Grandiosi i suoi funerali a Barcellona, raccontati da H.E. Kaminski in Ceux de Barcelone.
Una coincidenza: nello stesso giorno moriva – fucilato dai repubblicani in quel di Alicante – José Antonio Primo de Rivera. La data venne poi sacralizzata dal regime. Quando nel 1975 stava ormai per tirare le cuoia, il boia Franco venne tenuto artificialmente in vita per oltre un mese in modo da farlo morire nello stesso giorno del fondatore della Falange, il 20 novembre. Negli anni ottanta la data venne utilizzata simbolicamente dalle squadre della morte parastatali spagnole (in particolare dal gal) per assassinare alcuni esponenti baschi abertzale (Santi Brouard, José Muguruza…).

La morte di Durruti segnalava che ormai la spinta iniziale doveva fare i conti con la logica bellica.
E indirettamente preannunciava i contrasti – anche armati – tra anarchici e stalinisti (alleati dei catalanisti di erc). Le prime avvisaglie si registrano in alcuni villaggi della Catalogna nel gennaio del 1937. Quasi contemporaneamente, in febbraio, la “Pravda” scrive che “contro i trotzkisti [in realtà il poum aveva rotto con Trotzki] e gli anarchici verrà usato il pugno di ferro, come in Russia”.
Il Primo Maggio 1937 a Barcellona non ci sono manifestazioni. Dopo alcuni giorni un gruppo di poliziotti, guidati da un membro del psuc, va all’assalto della centrale telefonica occupata dagli anarchici. Era un esempio classico di “doppio potere”: chiunque intendeva parlare con la Generalitat doveva prima passare per gli anarchici, anche (come avvenne) il presidente Manuel Azaña. Un potere di fatto che interrompeva il controllo statale. L’intervento della pattuglia di poliziotti provoca una vera battaglia sui vari piani della centrale e una rivolta nei quartieri proletari contro lo strapotere degli stalinisti. Da un lato anarchici e poum, dall’altro psuc e alcuni catalanisti. Gli stalinisti infieriscono sul piccolo poum, accusandolo di trotzkismo e di essere una “quinta colonna” al soldo dei franchisti (quasi una nemesi: in Russia Trotzki aveva accusato gli anarchici di essere la “quinta ruota” della borghesia).
Invece contro la cnt–fai la tattica doveva essere più subdola. Togliatti, per esempio, elogiava la base operaia della cnt mentre attaccava i dirigenti per i loro “errori e ambizioni”. Non si poteva ovviamente dire che la cnt, con due milioni di iscritti e centinaia di migliaia di combattenti, era “al soldo dei franchisti”. Un inciso: in quel momento l’iscrizione al sindacato era obbligatoria, ma anche prima, nel 1933-34, gli iscritti alla cnt erano un milione e 400 mila.
Il maggio 1937 di Barcellona si può considerare una “guerra civile nella guerra civile”. Vi furono circa cinquecento morti, in maggioranza nel campo libertario (anche un fratello di Ascaso). E come è noto morirono anche anarchici italiani. Tra cui Camillo Berneri, un intellettuale amico di Carlo Rosselli, direttore di “Guerra di classe”. Sequestrato il 5 maggio venne eliminato dagli stalinisti e il suo corpo abbandonato per strada. Tra i miei ricordi personali, l’incontro nel 1972 a Carrara con Umberto Marzocchi. L’inossidabile militante ci raccontò dell’ingrato compito che gli era toccato a Barcellona in quelle tragiche giornate: il riconoscimento del cadavere dell’amico Camillo all’obitorio.
L’incertezza regnò per una settimana. Il Comitato di difesa dei quartieri che aveva eretto le barricate, viene fermato dai vertici della cnt. Alla caserma Spartaco, dove gli anarchici avevano già puntato i cannoni contro la caserma Karl Marx in mano agli stalinisti, dovettero intervenire di persona Oliver e Montseny. Poi da Valencia (dove si era trasferito il governo repubblicano nel novembre 1936) arrivarono 5000 guardie d’assalto che ripresero il controllo. Venne arrestato anche il dirigente del poum Andrés Nin (poi torturato e assassinato) e numerosi anarchici.
Questa resa dei conti mise il movimento anarchico di fronte a una scelta molto delicata; militarmente avrebbero potuto sconfiggere gli stalinisti, almeno a Barcellona, ma non vollero farlo. Contro di loro ci sarebbe stata una repressione diretta dallo stesso governo repubblicano, quando accettarono lo scioglimento dei Comitati di Difesa dei quartieri operai, anche se non mancarono i dissidenti.
In aperta polemica con il decreto della militarizzazione delle milizie (e con quelli che venivano considerati i “cedimenti” di fai e cnt) un paio di mesi prima, nel marzo 1937, alcuni membri della Colonna Durruti (Jaime Balius, Pablo Ruiz, Félix Martinez…) avevano fondato un gruppo comunista-libertario denominato Los amigos de Durruti. Da ricordare l’amicizia e la sintonia tra Jaime Balius e gli esponenti del poum Andreu Nin e Wilebaldo Solano. Una curiosità: Andreu Nin aveva litigato con Trotski ancora nel 1934 e per le stesse ragioni di Victor Serge. Ossia sul giudizio da dare in merito alla rivolta e successiva repressione di Kronstadt nel 1921 con la condanna espressa dai due comunisti libertari sull’operato dell’Armata Rossa all’epoca comandata da Trotzki.
Non fu quindi per caso che il comunista Solano – antistalinista e libertario, divenuto membro della Resistenza in Francia – quando venne liberato da un campo di prigionia preferì andarsene con un gruppo di partigiani anarchici piuttosto che con quelli del pcf. Un accorgimento che – diversamente da quanto accadde al nostro compaesano “Blasco” – gli consentì di salvarsi la pelle. Negli anni settanta inoltre Solano si oppose alla dissoluzione del poum e all’entrismo nel psoe.
Tornando al maggio ‘37, Largo Caballero si dimise, non volendo portare a termine la repressione contro quelli del poum accusati senza prove di essere “agenti di Franco”. Probabilmente coloro che avevano sequestrato Nin pensavano di estorcere una “confessione” con la tortura, ma non riuscendoci lo assassinarono. Il corpo del comunista libertario desaparecido veniva occultato nei pressi di Alcalà de Henares. Qui una quindicina di anni fa sono stati recuperati i resti di un cadavere che potrebbe essere il suo.
Tuttavia – per quanto queste lotte intestine, fratricide, abbiano contribuito a indebolire la resistenza repubblicana – nella vittoria del franchismo sui repubblicani il ruolo preponderante è stato quello svolto dall’appoggio nazifascista. Con la successiva durissima repressione la resistenza popolare di tutta la Spagna si ritrovò in ginocchio per decenni.
E torniamo quindi alla questione delle innumerevoli esecuzioni del dopoguerra.
Con gli anni ottanta si aveva conferma di una certa continuità ideale. Persino tra Franco e Gonzalez, perlomeno sul piano della restaurazione capitalista. Così come nella sostanziale negazione del diritto all’autodeterminazione, nello strapotere dell’apparato militare e nel mantenimento dei metodi repressivi (anche con la tortura e la guerra sporca del gal).
A completare l’opera di modernizzazione restauratrice ci penserà poi Aznar (al governo dal 1996 al 2004). Mentre andrebbe a mio avviso riconosciuto a Zapatero (al governo dal 2004 al 2011), nipote di un combattente repubblicano giustiziato dai franchisti, di aver comunque tentato di invertire la tendenza (anche cercando una “soluzione politica” per il conflitto basco).
N O T E
Una considerazione sul film Terra e Libertà. Nel suo genere, uno spartiacque. Prima (anni sessanta, settanta, ottanta… lo ricordo bene) sui fatti del maggio ‘37 a Barcellona c’era una totale rimozione, o peggio una sorta di travisamento (vedi l’infamante diceria sul poum “quinta colonna” di Franco). Dopo il film (1995) la situazione, in parte, appariva rovesciata. Quasi che la colpa della sconfitta repubblicana dovesse ricadere sui “comunisti” (psuc e pce). In parte vi aveva contribuito la scena del miliziano che – quando si rende conto della reale politica di Stalin in Spagna – strappa la tessera del partito. Un episodio storicamente documentato che Ken Loach potrebbe aver preso in prestito da Blocco H. La ballata di Colm Brady (di Roger Faligot), ma che non andrebbe enfatizzato, tantomeno generalizzato.
Segnalo anche la cifra assolutamente errata per eccesso sul numero delle vittime della controrivoluzione staliniana del ‘37 (appare, anzi appariva, in didascalia alla fine del film). In realtà furono alcune centinaia (poco più di 500, pare), non certo migliaia. Tra l’altro viene citata come fonte la storica rivista “Maquis”. Avendone conosciuto il direttore Filippo Gaia (persona seria e meticolosa), penso si sia trattato di un errore di trascrizione. Quindi – senza per questo giustificare gli stalinisti… ci mancherebbe! personalmente non giustifico nemmeno Lenin per Kronstadt e per la repressione contro gli anarchici ucraini di Nestor Ivanovic Makhno… sarebbe il caso di riportare le cause della sconfitta alle vere responsabilità. Innanzi tutto quelle di Franco, il boia che dopo la fine della guerra – dal ‘39 fino alla fine degli anni quaranta – firmava quotidianamente decine di condanne a morte; prima del tutto indiscriminate, poi con processi farsa in cui gruppi di decine di persone venivano condannati a morte collettivamente. E ricordare anche il ruolo fondamentale di Italia e Germania. Mussolini e Hitler fornirono migliaia di soldati, navi e centinaia di aerei (vedi i bombardamenti di Durango, Gernika, Granollers, Barcellona).
Il sostegno nazifascista risultò determinante per la vittoria franchista e fornì ai due dittatori la possibilità di testare i rispettivi eserciti in vista della fase successiva, la seconda guerra mondiale.
BIBLIOGRAFIA
Hans Magnus Enzensberger, La breve estate dell’Anarchia – vita e morte di Buenaventura Durruti, Feltrinelli, 1973.
Joan Llarch , La muerte de Durruti, ediciones Aura, 1973.
Abel Paz, Buenaventura Durruti, edizioni La salamandra, 1980.
H.E. Kaminski, Quelli di Barcellona, Il Saggiatore, 1966.
Eulàlia Vega, Pioniere e rivoluzionarie – Donne anarchiche in Spagna (1931-1975), edizioni Zero in condotta, 2017.
Claudio Venza, Anarchia e potere nella guerra civile spagnola 1936-1939, Elèuthera, 2009.
Carlos Semprun Maura, Rivoluzione e controrivoluzione in Catalogna, edizioni Antistato, 1976.
Protesta davanti ai libertari del presente e del futuro sulle capitolazioni del 1937 di un incontrolado della colonna di ferro, Nautilus, 1981.
George Orwell, Omaggio alla Catalogna, Il Saggiatore, 1964.
Eulalia Vega (a cura di), Pensando alla Catalogna – Cultura, storia e società, edizioni dell’Orso, Istituto di studi storici Gaetano Salvemini, 2008
AAVV, Afers – fulls de recerca i pensament n. 3 – Especial Guerra Civil, Catarroja, 1986.
Andrès Nin, Guerra e rivoluzione in Spagna 1931-1937, Feltrinelli, 1974.
Spagna 1936-1939 fotografia e informazione di guerra (mostra organizzata dalla Biennale di Venezia), Marsilio, 1976.
Catalunya Bombardejada, 80° anniversario della Guerra Civile Spagnola 1936-1939, catalogo della mostra, 2016.
Ignazio Delogu – Cesare Colombo (a cura di), 30 anni di Spagna, anpi, 1969.
Immagini nemiche, la Guerra Civile Spagnola e le sue rappresentazioni, immagini e documenti, ibc Regione Emilia Romagna, Assessorato alla cultura, Editrice Compositori, 2000.
André Malraux, L’espoir, Gallimard, 1937.
Paco Cerdà, Presenti, Mondadori, 2025.
David Uclés, La penisola delle case vuote, Neri Pozza, 2026
Javier Cercas, Soldados de Salamina, Tusquets, 2001.
Giovanni Dozzini, Maiorca, Fandango, 2026.
Gabriele Ranzato, L’eclissi della democrazia. La guerra civile spagnola e le sue origini, Bollati Boringhieri, 2004.
“Umanità Nova”, speciale 16 pagine Spagna ‘36, n. 25, anno 66, 6 luglio 1986.
Gianni Sartori, Fumetti e Guerra Civil Española, “Etnie”, 2021.
Gianni Sartori, Pena di morte e franchismo, “Etnie”, 2022.
Gianni Sartori, Ritrovati dopo mezzo secolo i resti di Cipriano Martos, “Etnie”, 2023.













