Il gioco popolare della balaborët è un’antica ma ormai perduta competizione p target=”_blank”opolare biellese, unica nel suo genere, che si affiancava alla lunga serie di gare ludiche spontanee tradizionali d’impronta etnica come la pelota basca, i tzan, fiolèt e rebatta valdostani e il balon a pugn langarolo e monferrino.

lippa giochi etnici
Giovanissimo giocatore di fiolèt (© Etnie).

Il suo nome significa “palla nel buco”, e si giocava cercando appunto di far entrare (boré) una pallina (quasi sempre realizzata in casa con stracci) in una piccola cavità, ricavata nel terreno dai concorrenti e profonda 5 o 6 centimetri. Al gioco partecipavano diverse persone; ognuna di loro si scavava la propria buca, si metteva a una distanza di qualche metro e gettava la pallina cercando di farla entrare in quelle degli avversari.

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Giocatore di tsan (© Etnie).

Se ci riusciva, il possessore della buca la raccoglieva e cercava di rilanciarla contro uno degli altri concorrenti; se la mancava, pagava pegno e il suo sbaglio veniva segnalato mettendo nella buca stessa un sasso. Perdeva la competizione il concorrente che alla fine si trovava il più alto numero di pietre nella cavità scavata. Ma la gara non era terminata.
Il giocatore maggiormente penalizzato e sconfitto per non aver saputo intercettare la pallina, doveva “pagar pegno” e veniva costretto a trasformarsi in bersaglio vivente per gli altri concorrenti, restando fermo con il braccio teso e la mano aperta mentre tutti gli altri cercavano di colpirlo con le loro palline di pezza, lanciate nel numero di pietre presenti nelle rispettive buche.

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Il gioco della rebatta (© Etnie).

Patrimoni in estinzione

Questo gioco si è estinto da tempo. Ricordo che si fece ancora una gara “ufficiale” alla Festa dël Piemont organizzata nel 1987 a Tavigliano, assieme a una competizione molto sentita e partecipata della cirimèla, la famosa lippa che era in passato il gioco comune di noi ragazzi di paese. Poi più niente…
Nel Basso Piemonte, dove l’attaccamento alle tradizioni è ancora forte, gli sport dla bala a pugn raccolgono migliaia di appassionati i quali, nei numerosi sferisteri, accorrono a incitare i campioni d’una disciplina che fu anche oggetto di un famoso libro di Edmondo De Amicis, Gli Azzurri e i Rossi, pubblicato nel 1897 quando stavano per irrompere da noi le discipline, come il calcio, importate dall’Inghilterra e occorreva valorizzare le nostre consuetudini ludiche.
Grazie a un sano campanilismo, il nostro “pallone col bracciale” è ancor oggi vivo e vegeto. Invece la cirimèla – meglio nota come lippa – è stata travolta, benché per secoli sia stata uno dei passatempi agonistici popolari più praticati, come conferma la tavola del XIV secolo rappresentante les jeux d’enfants dove, sullo sfondo, si vedono un battitore e due concorrenti che cercano di raccattare il legnetto… con il cappello.

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Jeux d’enfants au XVI siècle. Incisione su legno di Leclerc che rappresenta, sullo sfondo, tre ragazzi intenti al gioco della lippa.

Il compianto amico Luciano Gibelli nel suo monumentale saggio sulla civiltà contadina Dnans ch’a fassa neuit ha giustamente ricordato come il gioco della cirimèla sia addirittura “degno dell’internazionalità e della popolarità del tennis o del baseball americano di cui, forse, è il progenitore europeo”.
Purtroppo oggi, mentre migliaia di persone si appassionano assistendo ai virtuosismi di Sinner, i tradizionali giochi popolari stanno scomparendo e non si fa nulla per salvarli. Nell’ormai lontano 1991 i rappresentanti di decine di associazioni dei giochi popolari di tutto il Continente chiesero al Parlamento Europeo d’intervenire in qualche modo nella salvaguardia di questo patrimonio culturale originale, poiché “i giochi popolari rappresentano un allenamento assai valido in favore dei valori sociali e comunitari; costituiscono, con le loro differenze non standardizzate, un terreno favorevole all’apprendimento. Come ‘scuola di vita’, essi possono diventare un modello per la scuola del futuro e per il rinnovamento delle pratiche educative e agiscono come laboratorio della ‘postmodernità’, ovvero come un campo di sperimentazione sociale per l’avvenire”.
Non gli risposero nemmeno.