La Corsica è terra di antiche tradizioni, e una delle maniere più interessanti per scoprirle è quella di assistere ad alcune delle più importanti manifestazioni popolari che si tengono nell’isola nel corso dell’anno. Con loro si sprigiona in tutta la sua forza la cultura identitaria dell’isola, ed emergono ancora oggi le caratteristiche tipiche di quella società agro-pastorale che è sempre stata alla base della cultura di un popolo rimasto strettamente legato alla terra, alla famiglia e agli antenati, così come alla comunità (clan e villaggio).
Non per nulla si dice sempre che l’identità corsa passa dal sottile legame che intercorre da tre entità: la famiglia, una famiglia allargata sostanzialmente in modalità patrilineare; il “villaggio”, sia esso un paese o un quartiere cittadino; il territorio, inteso come la Corsica nel suo complesso e nella sua unicità, quasi come il ventre materno da cui tutto ha avuto inizio. Riuscire a fare emergere tale identità significa analizzare e scoprire i ruoli che la famiglia, il villaggio e il territorio hanno ciascuno nella vita di ogni individuo che si definisce corso.

le confraternite della corsicaLa religione, unanimemente e ovunque cattolica in tutta l’isola (anche se a Cargese è espressa soprattutto attraverso il rito bizantino), da tempo immemorabile fornisce il ritmo alla vita delle varie comunità locali attraverso l’opera e il prestigio delle confraternite, presenti ovunque, anche nei più piccoli borghi di montagna, sempre protagoniste di processioni, pellegrinaggi e feste. Pur considerando che queste manifestazioni, con il loro mix di sacro e talvolta di profano, in tanti casi evidenziano contaminazioni o lontane origini dai culti pagani mediterranei che il cristianesimo, all’atto dell’evangelizzazione dell’isola, ha piegato alle sue logiche appropriandosi di alcune caratteristiche rituali che comunque riescono a emergere dalla sovrastruttura religiosa cristiana successiva.

Le confraternite

Come è noto, le confraternite nella Chiesa cattolica sono associazioni laicali nate fin dall’epoca medievale, a prevalenza maschile, dedicate al culto, spesso patronale, ma anche ad attività caritatevoli e assistenziali. Benché siano riconosciute e definite dal diritto canonico, hanno sempre avuto una struttura organizzativa e gerarchica che potremmo definire “autocefala”, ossia fondata sull’autogoverno degli stessi confratelli. Ogni confraternita è quindi a suo modo autonoma, nonostante la vigilanza delle autorità ecclesiastiche locali e i possibili motivi di attrito che possono sorgere rispetto al culto sul piano pubblico, soprattutto se parliamo di confraternite ricche di beni propri che forniscono al sodalizio una certa autonomia economica e ovviamente un prestigio sociale non indifferente.
In Corsica una simile autonomia, oltre alla funzione sociale che le confraternite hanno avuto ovunque nei secoli, appare ancor più evidente a causa del ruolo che la struttura comunitaria della società tradizionale corsa ha attribuito, per via del clanismo, anche ai più piccoli centri abitati, in ciascuno dei quali opera almeno una se non più confraternite.
Per tale ragione ancora oggi esse finiscono con il colmare quel “terzo spazio”, quel “corpo intermedio” tra la sfera istituzionale pubblica e quella privata; ma anche tra la Chiesa come istituzione e la società civile nel senso dell’insieme dei cittadini, dove la comunità trasversale dei confratelli si incontra con la comunità paesana o di quartiere (nelle città più grandi), intesa come dimensione di appartenenza “intermedia” (quella del “villaggio”). 1)
A sua volta, l’appartenenza a una confraternita è motivo di orgoglio per tutti coloro i quali ne fanno parte e che in genere trasmettono di padre in figlio questo “privilegio”, trattandosi di un’istituzione antica originariamente appannaggio esclusivo degli uomini di Chiesa, e solo successivamente – in parte nel tardo medioevo e in parte all’epoca della controriforma – diffusa anche ai laici proprio per evidenziare la popolarità del cattolicesimo e la partecipazione di ogni strato sociale ai riti religiosi.

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Ora, se tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900 in molti paesi questo tessuto sociale confraternale si era andato a volte disgregando anche a causa del mancato ricambio generazionale degli aderenti, causato soprattutto dallo spopolamento delle aree interne e all’indebolimento della dimensione comunitaria della società locale, a partire dagli anni ‘60-70, in concomitanza con la stagione di ripresa della cultura localistica e nazionalistica, si è aperta una nuova stagione di rinascita del movimento confraternale corso che ovviamente si è riverberato nel rinnovato interesse per le feste locali e in particolare per le manifestazioni religiose e rituali.
Per tale ragione sono proprio le manifestazioni di carattere sacro a essere predominanti in tutta la Corsica contemporanea, fungendo anche da canale di trasmissione tra i più importanti della cultura tradizionale isolana. E se parliamo di manifestazioni sacre, l’attenzione massima va rivolta alle iniziative che si svolgono durante la Settimana Santa.

Gli incappucciati e la Granitula

Tra il Giovedì e il Sabato Santo, molte città e piccoli borghi diventano teatro di processioni legate alla Passione di Cristo, con penitenti incappucciati che, sotto pesanti fardelli, percorrono le viuzze dei centri storici portando fercoli e statue: si può dire che davvero in ogni luogo, da Bonifacio ai più piccoli villaggi di Capo Corso, ad animare la Settimana Santa siano le onnipresenti confraternite religiose, alcune delle quali esistono da oltre sette secoli per perpetuare antiche e sentite tradizioni anche nelle generazioni più giovani.
Chiaramente, quella degli incappucciati non è una tradizione limitata alla sola Corsica; processioni con uno stuolo di confratelli con saio e cappuccio sono normali in tutto il mondo cattolico mediterraneo, dalla Spagna al sud Italia. Vi partecipano membri delle confraternite, ma anche singoli penitenti che si aggregano restando nell’anonimato per espiare peccati e colpe, seguendo feretri e statue rituali con il loro passo lento e cadenzato, spesso anche scalzi.
A unire dappertutto queste folle, sovente di centinaia di persone, sono proprio i lunghi cappucci a punta con una coppia di buchi in corrispondenza degli occhi. In molti casi nessuno sa chi siano, perché nessuno deve saperlo. E così anche qui, in tutta l’isola, tanti sono i penitenti incappucciati che tra il Giovedì e il Venerdì Santo sfilano con il loro carico di solennità e mistero, epigoni di figure che sembrano improvvisamente spuntare da epoche remote in cui, magari, il cristianesimo muoveva i primi passi e l’anonimato era necessario per sottrarsi alle persecuzioni.

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Processione del Venerdì Santo a Bonifacio.

Erbalunga è uno dei borghi dove hanno luogo spettacolari processioni che colorano di magia l’abitato, sia nella serata del Giovedì Santo sia in quella del Venerdì Santo. È proprio questo il giorno dedicato alla celebre Cerca, una processione probabilmente evolutasi anche da preesistenti riti pagani la quale, a partire dalle prime ore della mattina, vede vari penitenti, avvolti nei loro sai, partire dal Monastero delle Benedettine e spostarsi da una chiesa all’altra della città issando alcuni crocifissi. Nell’occasione alcuni penitenti arrivano a percorrere anche a piedi nudi i sentieri della montagna vicina, talvolta pure in ginocchio, fermandosi in tutte le cappelle sparse nei dintorni dell’abitato.
Un’altra processione ha luogo nel pomeriggio dello stesso giorno e si tratta della rituale Granitula.
È una tipica processione, o meglio un rito, che in realtà si svolge un po’ in tutta la Corsica il Venerdì Santo, ripercorrendo il lungo calvario di Cristo. Rappresentando attraverso il movimento circolare delle persone che concorrono a formarlo un tratto di involuzione e poi uno di evoluzione nel contempo, la granitula raffigura il moto perpetuo della vita e si riconnette agli antichi riti cosmogonici.
Si tratta in effetti di un rituale che ritroviamo con significato identico nelle civiltà antiche – soprattutto a Creta, nel famoso labirinto di Cnosso, studiato persino da Robert Graves nell’opera I miti greci 2) – dai quali emerge il legame metafisico tra la terra e il cosmo, la cui proiezione magica è espressa proprio da questo antichissimo rituale che torna ancora nella contemporaneità della Corsica. Anche qui lo strano atavico movimento circolare rappresenterebbe l’alternanza della vita e della morte, la proiezione simbolica dei ritmi biologici e cosmici; e la sua reiterazione, pur calata nella sfera del sacro, verrebbe percepita dalla popolazione come un ancestrale esorcismo collettivo volto a tutelare, ben oltre la sacralità del rito cristiano, la prosperità individuale e collettiva. 3)
A riprova che ci troviamo davanti a una cerimonia dalle antichissime origini pre-cristiane, è anche l’anatema lanciato a metà del ‘600 dall’allora vescovo di Bastia contro “questi frati [i membri della confraternite] che eseguono in piazza dei giri superstiziosi che vengono dai mori e dagli infedeli”. Segno che in quel momento la Chiesa era perfettamente consapevole della pre-cristianità dello strano rito, evidentemente sopravvissuto nei secoli alla religiosità di una Corsica ben più antica rispetto al periodo della sua evangelizzazione.

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La Granitula.

A Calvi si svolge invece la processione chiamata anche dei canistrelli a causa della benedizione di questi tipici dolcetti distribuiti ai fedeli. Due penitenti incappucciati a turno portano la croce per tutto il percorso della processione, che al tramonto inizia la sua discesa dalla parte più alta della città, dove è sita la Cattedrale di Saint-Jean-Baptiste, fino a raggiungere la chiesa di Sainte-Marie-Majeure, nella parte bassa, alla sola luce delle candele accese sui davanzali delle finestre. È accompagnata dai membri delle confraternite di Sant’Erasmo e Sant’Antonio, i quali portano a spalla i simulacri del Cristo e dalla Vergine Addolorata vestita di nero. Durante tutto il tragitto essi intonano alcuni canti tradizionali: l’Atto di Contrizione, A Notre-Dame des Douleurs, le Complainte à la Vierge, la Passione, l’Implorations à la Vierge des Douleurs, la Psaume de la Pénitence, A la Gloire de Marie.
Sul sagrato della chiesa del Battista, alla fine del percorso, si forma anche qui la spirale a chiocciola della granitula. Ma a Calvi questa spirale si ripete altre due volte: davanti al porto e al monumento ai caduti e infine alla cittadella, dove i confratelli faranno ritorno risalendo la strada che avevano percorso la prima volta in discesa.

U Catenacciu di Sartène

Ma la più nota e coinvolgente tra le manifestazioni della Settimana Santa in Corsica è U Catenacciu di Sartène, non solo perché è la più spettacolare ma anche perché risulta la più straziante tra quelle celebrate nell’isola come cerimonia penitenziale. Dalla chiesa di Sainte-Marie prende il via la processione del Venerdì Santo, snodandosi lungo i vicoli della città vecchia e sostando alla cappella di Saint-Sebastien; qui l’ascesa di Cristo al Calvario è rievocata dal Catenacciu, cioè l’incatenato.

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Sartene, U Catenacciu.

Questa figura è impersonata da un anonimo penitente, il volto coperto da un saio e un cappuccio rossi, con un piede appesantito da una catena di quindici chili, il quale per espiare le sue colpe (note soltanto al prete) compie il percorso della processione portando il peso di una grande croce di cinquanta chili. È seguito da un altro penitente vestito di bianco e da un gruppetto di altri otto in nero, quattro dei quali sostengono un baldacchino nero in cui riposa Cristo deposto, tra due ali di fedeli che ripetono incessantemente: “Perdono, mio Dio; mio Dio, perdono”.
Seguito – ma mai aiutato – dai fratelli della morte, l’incatenato cadrà tre volte e tre volte si rialzerà proprio come Cristo diretto al patibolo.
La processione, di origini antichissime e di probabile tradizione spagnola, risale all’inizio del ‘400 ed è sempre stata caratterizzata dall’assoluto anonimato di colui che impersona u catenacciu, personaggio clou del percorso penitenziale che in passato a volte nascondeva sotto il suo saio e il suo cappuccio anche qualche celebre bandito.

Le cinque confraternite di Bonifacio

Tra le altre manifestazioni del periodo, di particolare interesse è anche quella che si svolge a Bonifacio sempre il Venerdì Santo: le cinque confraternite cittadine (di Saint-Barthélémy, Sainte-Marie-Madeleine, Saint-Erasme, Sainte-Croix e Saint-Jean-Baptiste) percorrono tutte le vie del centro, anche le secondarie, tra canti mistici e preghiere di devozione, portando ciascuna a spalla un grande baldacchino in legno contenente reliquie e sovrastato dalla scultura di un santo, che la sera del Giovedì erano state tutte radunate dentro la Cattedrale di Sainte-Marie-Majeure in un magico momento di spiritualità e di preghiera comune. La processione viene preceduta da un penitente il quale, scalzo e incappucciato, porta il peso di una croce, coperta da una stola bianca che rappresenta il sudario della tomba vuota di Cristo e sormontata da una piccola palma intrecciata a simboleggiare Cristo sulla croce.

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Processione del Venerdì Santo a Bonifacio.

La Pasqua bizantina di Cargese

Se nel giorno di Pasqua l’incontro del Cristo risorto e della Madonna sono al centro delle processioni di ogni borgo, le celebrazioni pasquali hanno in Corsica un esito del tutto particolare a Cargèse, la cittadina che conserva le tradizioni dei coloni greci che la fondarono. Il culmine qui si raggiunge tuttavia il lunedì di Pasqua, con la liturgia greca celebrata nella chiesa bizantina di san Spiridione, caratterizzata dalla tradizionale cerimonia delle candele.

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La chiesa bizantina di San Spiridione, con l’icona della Vergine.

Alla fine della messa, sotto le note dei canti religiosi e delle preghiere sacre in lingua greca, otto confraternite provenienti da tutta quanta la Corsica si uniscono a quella locale di san Spiridione in una processione guidata dall’archimandrita locale (l’arciprete nel rito cattolico bizantino) durante la quale l’icona sacra della Vergine viene scortata da tutti i confratelli vestiti di bianco per le vie del borgo, fino all’altipiano di Saint-Jean dove l’immagine sacra viene esposta ai quattro punti cardinali.
La manifestazione si conclude infine al suono degli spari dei fucili caricati a salve dai paesani, i quali poi riaccompagneranno tutti insieme in corteo l’icona della Vergine nuovamente nella chiesa che la ospiterà per tutto il resto dell’anno, fino alla successiva Pasqua.

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Pasqua a Cargese.

U Cristu Negru di Bastia

Seppur non legata direttamente alle manifestazioni della Settimana Santa, vi è un altro rito di cui vogliamo parlare: si tratta della Festa du Cristu Nigru (Fête du Christ Noir), dedicata a un simulacro di legno raffigurante il Cristo in croce che fu ritrovato in mare da alcuni pescatori di Bastia in prossimità della città, considerato ben presto miracoloso.

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Il simulacro del Cristo Nero.

La storia è vecchia di sei secoli: fu nel 1428, come attestano documenti storici, che comparvero le prime testimonianze del simulacro. Si racconta che nella notte tra il 2 e il 3 maggio di quell’anno due pescatori di acciughe locali videro un Cristo crocifisso, circondato da un’aureola, galleggiare sull’acqua. Recuperarono subito l’oggetto con le loro reti e, per proteggerlo, con altri pescatori lo collocarono in una grotta naturale situata in prossimità della banchina sud del porto, sotto il Giardino Romieu, dove ancora oggi un’iscrizione lo ricorda.
Ben presto il simulacro iniziò a essere venerato come “Crocifisso dei Miracoli”, poiché chi si recava sul posto spesso chiedeva grazie o guarigioni che poi otteneva. Oggi quel Cristo è custodito nell’Oratorio della Santa Croce, appositamente costruito all’interno della Cittadella a cura dell’omonima confraternita, formata proprio da pescatori e fondata nel 1543.
In coincidenza con la data del suo ritrovamento, è questa confraternita a farsi cura della più importante manifestazione sacra della città, portando in processione nella notte tra il 2 e il 3 maggio il veneratissimo simulacro dal luogo in cui è custodito tutto l’anno – come dicevamo, nella parte più alta della città – fino al Porto Vecchio di Bastia, accompagnata dalle altre confraternite cittadine e da una grande massa di fedeli lungo il quartiere di Terra Nova.
Dobbiamo aggiungere che il Cristo Nero di Bastia è diventato il patrono di tutti i pescatori corsi. Ecco perché ogni anno, in questa occasione, tanti pescatori da tutti i porti dell’isola si recano a Bastia per offrire al sacro simulacro il loro primo pescato del giorno; e così, alla fine della cerimonia, davanti al Cristu Negru, ha luogo anche la tradizionale benedizione del mare proprio di fronte alla Cittadella, mentre dalle loro barche i pescatori e i diportisti presenti depongono fiori e corone sulla superficie dell’acqua.
Infine, un’altra processione a cui partecipano, stavolta a piedi, tutti i pescatori giunti a Bastia, riporta il Cristu Negru alla chiesa della confraternita nella Cittadella che sovrasta il porto.

N O T E

1) Alessandra Broccolini, Ripensare l’umanità dalla Corsica. Confraternite, patrimoni immateriali, piccoli paesi, “Dialoghi mediterranei”, settembre 2021.
2) Milano 1992.
3) Claude Robertson Forcioli, La Granitula corsa. Spirale di vita e di morte, “Sardegna Mediterranea”, n.1, 2000.
Chi volesse approfondire l’argomento dell’articolo può consultare il libro di Maurizio Karra, I corsi, un popolo da sempre in lotta per la sua indipendenza, Palermo 2023.