C’è un filo comune che lega gli arbëreshë d’Italia e gli arvaniti (detti anche greqisë arvanitë): entrambi i gruppi sono di origine albanese, dato che in origine erano stanziati nell’attuale Albania (ricordiamo che Ἄρβανα era il nome usato in epoca medievale per riferirsi al territorio che oggi chiamiamo abitualmente Albania) e nell’Epiro (la regione montuosa di confine tra Albania e Grecia). In più li accomuna la loro storia, o meglio la loro diaspora dalla terra patria, iniziata nel XIII secolo allorquando alcuni feudatari bizantini, dopo le ondate di peste che avevano decimato la popolazione locale, li invitarono o imposero loro di spostarsi nelle zone rimaste demograficamente depresse del Peloponneso, dell’Attica e della Beozia al fine di ripopolarle, similmente a quanto accadde agli arbëreshë nel sud d’Italia.
L’insediamento di una comunità arvanita in Attica, per esempio, è documentato alla fine del 1382 quando il governatore del ducato di Atene, Filippo Dalmau, ricevette il permesso scritto dal suo sovrano, Pietro IV d’Aragona, di invitare guerrieri arvaniti e le loro famiglie in Attica, anche per contribuire alla difesa del territorio contro il regno slavo che in quel momento occupava la Tessaglia e, successivamente, contro i signori della guerra latini rivali. La stessa strategia fu seguita dal fiorentino Nerio Acciaioli allorché conquistò Atene strappandola ai catalani, nel 1388: fu Acciaioli a offrire terre al clan arvanita di Markopoulos. Questi fatti, pienamente documentati, testimoniano a loro volta che gli arvaniti non erano solamente contadini e pastori, ma anche abili guerrieri.

La diaspora albanese raggiunse drammaticamente il suo picco nel secolo successivo allorquando, di fronte all’avanzata dell’esercito ottomano nei Balcani e alla capitolazione di Bisanzio, molte comunità cristiane dell’Albania, non essendo in grado di fronteggiare con le armi i turchi, preferirono scappare pur di non abiurare la fede cristiana. Si rifugiarono anch’esse nei territori dove già si trovavano i precedenti albanesi, finendo spesso con l’essere assimilati più o meno lentamente e più o meno consapevolmente alla popolazione ellenica ben più di quanto accadde agli arbëreshë (soprattutto a quelli della Sicilia).
Il risultato di tale assimilazione, alla quale fu data un’ulteriore accelerazione soprattutto dopo la formazione dello Stato greco a partire dall’inizio del secolo scorso (e che in gran parte fu subita o alla fine accettata, più che liberamente voluta), è che molti degli attuali arvaniti, che rappresentano la minoranza etnica e linguistica più numerosa della Grecia e che si trovano storicamente insediati quasi in un migliaio di piccoli centri greci, pur parlando spesso nell’ambiente domestico la loro antica lingua albanese, soprattutto gli anziani (per la scrittura della lingua arvanita, peraltro, si usano da sempre i segni grafici dell’alfabeto greco), si identificano ormai da tempo come semplici cittadini greci e non si considerano appartenenti alla “nazione albanese” o alla “grande Albania”, come invece spesso avviene all’interno di vari gruppi bosniaci e kosovari anche dopo aver ottenuto l’indipendenza statale a seguito della frammentazione della ex Iugoslavia alla fine del secolo scorso.
Tra le ragioni di questa situazione, che non accenna a cambiare, vi è ovviamente quella di non essere formalmente riconosciuti dallo Stato greco nemmeno come minoranza linguistica sul territorio (così come accade anche alle altre minoranze linguistiche e agli altri popoli minoritari dell’attuale contesto greco), 1) al contrario di quanto avviene in Italia, dove lo Stato da tempo tutela le minoranze linguistiche come gli arbëreshë con apposite leggi e specifiche norme riguardanti anche gli atti della burocrazia e le attività scolastiche.
La situazione odierna
Eppure c’è stato un periodo, soprattutto nel corso dell’800, nel quale gli arvaniti erano riconosciuti come “albanesi di Grecia”; ma ben presto, dopo la nascita dello Stato greco, la sua debolezza di fronte ai grandi imperi che continuavano a circondarlo e le mire politiche di vari Paesi europei che facevano leva sulla sua fragilità e piccolezza territoriale per esercitare su di esso la loro influenza, fecero sì che i greci si concentrassero sulla necessità di rafforzare le loro giovani strutture statali anche con politiche di assimilazione culturale degli immigrati antichi e moderni al fine di creare una “nazione” greca senza minoranze, o dove le minoranze fossero di fatto nascoste all’interno dell’unica compagine sociale, quella del “popolo greco”.
Tali spinte nazionalistiche, peraltro mai sopite, hanno costretto le etnie minoritarie presenti sul suolo greco anche da secoli, come nel caso degli arvaniti (che di queste minoranze sono poi la più numerosa), dopo secoli di tentativi abortiti di rivendicare la propria identità, ad accettare piuttosto l’idea di nasconderla esprimendosi come greci piuttosto che come albanesi, quanto meno nel parlare in pubblico, dato che comunque la loro lingua di fatto “non esisteva”. Quella linguistica, quindi, si è posta come questione identitaria principale nell’assimilazione degli “albanesi di Grecia”, al punto che oggi le nuove generazioni arvanite hanno sviluppato in certi casi persino un atteggiamento di rifiuto per le loro origini albanesi, non solo in àmbito linguistico ma anche culturale in senso lato, un po’ come accaduto ai giovani del popolo sami in Norvegia e in Svezia.

La negazione dell’identità, negli arvaniti più giovani, è quindi andata di pari passo con la perdita della capacità non solo di parlare la lingua della tradizione, ma spesso persino di comprenderla anche quando ascoltata in famiglia, magari dai membri più anziani, provando anzi per loro una certa vergogna. Come se mantenerla in vita fosse segno di un’arretratezza culturale e sociale da cui prendere le distanze, pur di non finire essi stessi nella considerazione abituale di disprezzo rivolta alla loro comunità quando si trovavano all’esterno con altre persone, innescando in tal modo quel processo che viene definito “suicidio linguistico”.
D’altronde, non stiamo nemmeno parlando della lingua albanese “moderna”, parlata al di là del confine, ma di un antico dialetto altrove perduto e persino differente da quello parlato all’interno delle comunità arbëreshë d’Italia, che non consente quindi agli arvaniti nemmeno di interloquire facilmente con gli stessi odierni albanesi d’Albania (come capita d’altronde agli arbëreshë nei loro eventuali contatti con gli albanesi dell’altra sponda adriatica). Si tratta di una forma linguistica probabilmente rimasta simile al proto-albanese del passato, per l’isolamento delle varie comunità, seppur con gli inevitabili influssi nel frattempo giunti dalla lingua greca, proprio come alla lingua degli arbëreshë gli influssi sono nel frattempo giunti dal siciliano, dal calabrese o dal pugliese, oltre che dalla lingua italiana post-unitaria.
I rapporti tra comunità arvanite e autorità greche sono stati resi ulteriormente problematici dalle diatribe sorte sul finire del secolo scorso nell’àmbito dei rapporti tra Grecia e Albania, causate dalla seconda grande diaspora albanese, quella post-comunista, con la ripresa di una massiccia immigrazione, oltre che in Italia e in vari altri Paesi, anche nella vicina Grecia, in particolare in quella settentrionale. Una nuova ondata di immigrati che ha portato con sé anche forti sentimenti nazionalistici legati all’idea della “grande Albania”, analoghi a quelli alla base delle rivendicazioni autonomistiche del Kosovo. Rivendicazioni mai accettate dal governo serbo, ma sfociate nella proclamazione unilaterale di indipendenza dello stato kosovaro, riconosciuto da quasi tutti i governi dell’Unione Europea ma non dalla Grecia, dati gli stretti rapporti tra Grecia e Serbia anche per la contiguità del culto ortodosso.
Queste tensioni e la scarsa considerazione con cui la comunità arvanita è tenuta dalle autorità greche, vengono descritte in una drammatica lettera aperta di un intellettuale arvanita, che volle conservare l’anonimato, pubblicata nel mese di marzo 2013 dalla rivista italiana on-line “La voce dell’Arberia”. Nel documento egli scrive:
Viviamo in uno stato di totale paura, dobbiamo evitare di dichiarare che siamo di origine albanese, eppure viviamo qui da oltre settecento anni. Dichiarare di essere arvaniti e poter parlare la lingua che i nostri padri ci hanno tramandato può risultare come uno dei più efferati delitti. Il governo greco adotta vecchi sistemi di stampo dittatoriale e con la collaborazione degli “iron fist”, le forze speciali, tra le quali non militano arvaniti, incute terrore tra le nostre popolazioni. Siamo oltre due milioni e mezzo di “arbërisht” (così amano definirsi gli albanesi di Grecia), ma purtroppo solo quattrocentomila hanno il coraggio di parlarlo nelle case […]. Chi osa parlare la nostra lingua, che i greci definiscono “di merda”, viene pubblicamente castigato. Veniamo identificati dal governo greco come arvaniti παλιοαρβανιτες κολοβλαχοι [vecchi rincoglioniti di albanesi], appellativi che non dovrebbero essere dati nemmeno ai cani. È difficile spiegare cosa succede nel nostro Paese, ma certo non è bello e non capisco perché l’Europa stia ferma con le mani in mano.. La polizia e i servizi segreti (bourikiri) bloccano sempre ogni nostra iniziativa culturale, teatrale, musicale, con l’intento di far sparire con questi metodi la nostra etnia […]. Con disumanità cercano di “ellenizzare” ogni albanesità accennando alla “purezza greca”. Come mai la Comunità Europea non interviene? Eppure noi crediamo che gli Europarlamentari sappiano come veniamo trattati. Perché dovremmo credere in una Europa civile quando veniamo derisi e derubati della nostra identità culturale, della nostra lingua e di tutto ciò che abbiamo ereditato dai nostri padri? Perché essere trattati in questo modo essendo anche noi cittadini della cosiddetta Europa civile?
Da parte delle autorità greche si è giunti persino alla presunta divisione dei cittadini greci di origine albanese in due gruppi per distinguere sul piano formale gli arvaniti (quelli di antica immigrazione sul suolo greco) da quelli chiamati “allvanos” (i nuovi immigrati). Una divisione fittizia per tanti versi, soprattutto per chi ritiene che alla base non vi siano ragioni storiche, culturali o linguistiche sufficienti a suffragarla, trattandosi in ambedue i casi di albanesi; solo il tentativo, per alcuni, di dimostrare che tra i due gruppi non vi sono collegamenti etnici, anche se in verità gli ultimi arrivati sono quasi tutti di religione islamica e non cristiano-ortodossa come quelli del passato e per i loro stanziamenti hanno adesso prediletto l’area di confine (spesso contesa proprio tra greci e albanesi) della Ciamuria, corrispondente al territorio costiero dell’Epiro, con le città di Ioannina, Igoumenitsa, Narta, Preveza, Konica, Bilisht-Florina, Vodena, oltre all’isola di Corfù.
Le regioni con una forte presenza di arvaniti si trovano invece in una zona ben più ampia della Grecia sud-orientale, e in particolare nell’Attica orientale, nella Beozia meridionale, nel nord-est del Peloponneso, nella parte meridionale dell’isola di Eubea, nell’isola di Andro e in alcune altre isole del golfo Saronico, tra cui Salamina.
Come già dicevamo, sono almeno novecento i centri – tra piccoli villaggi, paesi e cittadine – dove oggi vivono comunità arvanite. Gli insediamenti più grandi nella Grecia centrale sono a Livanates (Llivanati in lingua arvanita), Malesina (Male), Martino, Koroneia e Tanagra (Brac); nell’Attica ad Afidnes (Kiourka), Ano Liosia, Ekali (Kilosi), Elefsina (Lëfter), Erythres (Kriekouki), Kapandriti, Malakasa, Maratona, Markopoulo Mesogaias, Metamorfosi (Koukouvaounes), Paiania (Liopesi), Spata (Shpat), Vari (Varri) e Varympompi; nel Peloponneso a Kranidi e Methana; nelle isole sono presenti comunità arvanite anche ad Andro (Ëndërr), Idra (Nidhër), Creta (Kandiët), Spetses (Peca), Salamina (Kulluri), Samos (Thamë) e Poros (Pak).
Ma dobbiamo aggiungere che negli ultimi anni, come peraltro accaduto al resto della popolazione greca, anche le nuove generazioni degli arvaniti sono spesso emigrate dai loro villaggi verso le città, in particolare verso la capitale Atene, disperdendosi tra i residenti come cittadini comuni. Questo ha ovviamente contribuito all’ulteriore perdita dell’uso della lingua tra le giovani generazioni e, insieme alla lingua, alla perdita – seppur in maniera meno radicale – di molte delle antiche tradizioni che erano rimaste in vita tra gli arvaniti.
Nel tentativo di unire gli individui e le comunità, al fine di preservarne il patrimonio culturale e linguistico, sono sorte a cavallo tra il secolo scorso e il nostro alcune organizzazioni, la più grande delle quali è la Αρβανίτικος σύλλογος Ελλάδος (Lega degli Arvaniti della Grecia – Lidhja Arbëresh i Greqisë). Ma non sempre la loro vita è stata facile e le loro attività pacificamente consentite dalle autorità greche…
La società e la famiglia
Accennavamo all’inizio che gli arvaniti erano in origine un popolo di pastori-guerrieri: così li descriveva lo storico bizantino Chalkokondylis nel ‘400, dato che conducevano una vita seminomade dominata dall’organizzazione sociale in clan, legata da un lato alle attività pastorali e dall’altro a una difesa militare del proprio gruppo e del proprio territorio. I membri di ogni clan erano parenti di sangue, resi tali anche grazie a vincoli matrimoniali, ma legati tra loro anche dalla logica della fraternizzazione (vlamides), che potremmo considerare simile a quella del “comparato” (l’essere “compari”) presente in altri popoli. Ma alla base del clan c’era prima di tutto un antenato comune, che dava il nome allo stesso clan.
La produzione pastorale determinava il loro stile di vita; in più, essendo guerrieri esperti, difendevano il gruppo in caso di pericolo, lo conducevano in zone più sicure, trattavano con le genti insediate vicino e con i popoli dominanti di una regione o provavano ad assoggettarli per non finire essi stessi assoggettati.
Questo sicuramente rappresenta il passato, ma non tutto ciò che accadeva un tempo è ora del tutto cambiato: la società arvanita, quanto meno nelle famiglie tradizionali, appare infatti regolata ancora da princìpi e norme abitudinarie non scritte che si sono conservate spesso dal periodo medievale e che, per quanto “modernizzate”, tendono a emergere nei rapporti tra individui e all’interno dei contesti familiari, soprattutto laddove le comunità arvanite continuino a vivere in ambienti isolati come quelli di alcuni piccoli villaggi di montagna dell’Epiro o della Grecia centrale.
Alla base di queste tradizioni sociali vi è la φάρα (fara), termine derivante dalla parola albanese farë (prole), a cui sarebbe legato anche il concetto di fis (tribù). Si tratta di un legame atavico e insieme di un modello di discendenza simile a quello di altri popoli divisi in clan o tribù familiari, presente anche nell’Albania settentrionale e in Montenegro. Si pensa che gli arvaniti furono organizzati in farë durante il dominio ottomano per motivi di organizzazione militare: si faceva riferimento a un antenato apicale in quanto capo militare del clan da cui discendevano tutte le generazioni successive, inquadrate nell’esercito ottomano proprio come avveniva per esempio con i clan scozzesi. In realtà lo scopo era duplice: trovare organizzati e pronti i gruppi clanici in caso di necessità e conoscere per ogni famiglia (quindi di fatto per ogni villaggio) chi era il responsabile del farë locale (nei villaggi più piccoli era uno solo, di solito in quelli più grandi ce n’era più di uno).
La prova dell’importanza dell’organizzazione clanica è il ritrovamento di documenti genealogici conservati come importanti testimonianze storiche nelle biblioteche locali. Ma questo modello di organizzazione non durò a lungo a causa di faide familiari e inter-familiari, nelle quali i discendenti di una famiglia non riconoscevano più l’autorità di un capo non scelto ma considerato tale solo per discendenza “dinastica”. Per questo il concetto di fara entrò in crisi già alla fine del ‘700, ben prima della disgregazione dell’impero ottomano.
Un altro modello assai importante nella storia sociale degli arvaniti è stato per secoli il Kanun, un corpo di antiche leggi e di norme sul diritto consuetudinario che hanno regolato la vita delle comunità albanesi di Grecia, come quello degli albanesi della madrepatria, fino a tempi più recenti. La differenza fondamentale con analoghi codici di diritto consuetudinario è che il Kanun ha trovato una codificazione e un riconoscimento ufficiali all’inizio del ‘400 per mano del principe Lekë Dukagjini, il quale al tempo governava il territorio settentrionale dell’Albania (che si estendeva fino all’attuale Kosovo). Le norme divennero note tra tutte le comunità albanesi come Kanuni i Lekë Dukagjinit, conferendo loro un prestigio giuridico esteso ben al di là del territorio governato dal principe; un prestigio così grande che ancora oggi parte di quelle norme rimangono sostanzialmente in vigore presso alcune comunità albanesi, anche se hanno subìto varie modifiche nel tempo che ne hanno significativamente ammorbidito il carattere originario, dato che alla base del Kanun vi erano le “regole di sangue”.
Il termine ghiak (sangue), infatti, è strettamente legato a quel corpo giuridico e ha sempre svolto nella cultura albanese un ruolo fondamentale assumendo un significato fondamentale per la vita sociale dei vari clan. Si parla ancora nella cultura albanese di “vendetta di sangue”, cioè dell’obbligo di risolvere una questione grave attraverso il “sangue” o “una faida di sangue”, intendendo quindi come prerequisito fondamentale la gestione delle questioni e dei conflitti legali attraverso misure collegate all’appartenenza giuridica dei vari individui a una determinata famiglia e quindi a un determinato clan. Per esempio, nel caso di un omicidio anche involontario, la famiglia della vittima ha il diritto, o meglio è obbligata, a chiedere giustizia per il sangue perduto versando il sangue dell’assassino o anche di qualche altro membro di sesso maschile della famiglia di quest’ultimo, laddove non sia sufficiente l’accettazione di un risarcimento per la famiglia della vittima da parte della famiglia dell’omicida.

Questi dettami sono rimasti validi fino a pochi decenni fa anche nelle comunità degli arvaniti di Grecia, che hanno sempre risolto le questioni d’onore all’interno dei loro clan familiari, regolandole secondo le norme rituali della loro tradizione, in tutto simili a quelle presenti nel Kanun originario. Ma ovviamente tutto ciò è entrato spesso in contrasto con le norme dello Stato greco, che le ha combattute come qualsiasi altro Stato moderno con il suo corpo di leggi che tutti i cittadini residenti all’interno del proprio territorio devono rispettare.
Un’ultima annotazione va fatta a favore del ruolo svolto dalle donne nella società arvanita. A differenza di tanti altri popoli, anche dell’area balcanica, legati a una società fortemente patriarcale, le donne hanno sempre avuto una posizione importante nella società tradizionale delle comunità albanesi di Grecia, con ruoli persino negli affari pubblici delegati dalle rispettive famiglie e clan, a tal punto da essere autorizzate in questi casi anche a portare armi come gli uomini, sia per difesa personale sia come segno distintivo del ruolo svolto. Addirittura, le vedove potevano ereditare i titoli e i beni dei loro mariti e quindi ottenere ruoli di comando all’interno della fara, come accadde emblematicamente a Laskarina Bouboulina, vedova di un armatore greco che, alla sue morte, ne ereditò la flotta, ingrandendola e armandola con la bandiera greca per prendere parte alla rivolta antiturca d’inizio ‘800, arrivando a ricoprire il grado (e il ruolo) di ammiraglio.
L’abbigliamento tradizionale
I viaggiatori che nel corso dell’800, seguendo la moda del “grand tour”, si recavano in Grecia per scoprire le meraviglie dell’antichità, rimanevano spesso affascinati da alcune comunità di “greci-albanesi”, facilmente riconoscibili, secondo le testimonianze presenti nei loro diari, dal loro abbigliamento. Persone e abiti etichettati come albanesi erano spesso descritti nei resoconti scritti dell’epoca e talvolta persino raffigurati in disegni, acquerelli o incisioni. È chiaro che gli “albanesi” protagonisti di queste testimonianze sono gli arvaniti di cui ci stiamo occupando, il che semmai ci supporta nell’affermare, sia che al tempo non si trattava di comunità tanto piccole e isolate, sia che sulle paure di una strisciante discriminazione etnica prevaleva il desiderio di distinguersi come popolo diverso dai greci, con una precisa identità chiaramente visibile fin dall’abbigliamento quotidiano.
Per le donne, i principali elementi di vestiario erano una gonna lunga ricamata ai bordi che veniva indossata su un corpetto e una camicetta bianca e, in inverno, una tunica ricamata detta foundi o un soprabito di lana senza maniche chiamato sigouni. Ma anche gli uomini indossavano abitualmente un gonnellino, più corto di quello delle loro donne, noto come fustanella: si trattava di un indumento simile a una gonna plissettata o un kilt, quasi sempre di colore chiaro, elemento che si diffuse pian piano anche nell’uso di altri popoli dei Balcani, mentre coloro che vivevano in alcune isole dell’Egeo indossavano pantaloni larghi simili a quelli dei marinai greci.
La fustanella era indossata con il poukamiso (un camicione) e uno yileki o un mendani (gilè o giacca). Nella stagione fredda, su tutto si metteva un fermeli (cappotto senza maniche o con le maniche corte), mentre in vita si trovava l’elemento più prezioso dell’abbigliamento maschile, il selachi, un foulard o cintura di cuoio con ricami in oro o argento, che chiudeva la fustanella permettendo di nascondere al suo interno un’arma di difesa (immancabile), come un pugnale, una spada, una pistola, eccetera.

Una testimonianza d’eccezione sull’abbigliamento degli arvaniti a inizio ‘800 è quella di lord Byron, il quale celebrò la fustanella descrivendola nel suo diario di viaggio come “il più magnifico costume del mondo, composto da un lungo kilt bianco, un mantello lavorato in oro, una giacca e un panciotto di velluto cremisi con lacci dorati, pistole e pugnali montati in argento”. E, se ciò non bastasse, nel corso del suo viaggio amò vestire egli stesso come un arvanita, a tal punto da farsi ritrarre dal pittore Thomas Philips in abito “albanese” (il famoso dipinto è oggi conservato presso l’ambasciata britannica di Atene).
Sulla storia della fustanella dobbiamo necessariamente spendere qualche parola in più. Nei villaggi di tutta l’Attica, gli abitanti “greco-albanesi” consideravano la propria fustanella come un indumento caratteristico e identitario della loro etnia, dato che in passato proprio questo indumento aveva identificato le truppe speciali costituite all’interno dell’impero ottomano dagli arvaniti, la cui abilità militare era rinomata anche tra i sultani e i pascià ottomani (vari documenti attestano persino che tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo i guerrieri arbëreshë assoldati dal re di Napoli nel sud d’Italia la indossavano come proprio segno distintivo). All’inizio dell’800 questo gonnellino fu ufficialmente adottato anche da un reggimento britannico di stanza nelle isole Ionie che era composto principalmente da albanesi e greci. E ben presto divenne anche un simbolo del movimento filellenico, tanto da essere indossato durante la guerra d’indipendenza contro gli ottomani da tutti i combattenti rivoluzionari, greci e non greci, data la sua notorietà come simbolo di coraggio ed eroismo maschile dei guerrieri arvaniti.

L’entusiasmo dei filelleni per la fustanella sopravvisse alla conoscenza delle sue origini “albanesi”. Fu così che dopo l’avvenuta indipendenza, la fustanella e i capi che l’accompagnavano (gilet e giacche ricamati) furono adottati dal nascente esercito greco divenendo costume ufficiale di corte e abito nazionale, trasformandosi nell’elemento identitario della tradizione greca, come si evidenzia ancora oggi dal fatto che la fustanella è indossata dalle unità militari cerimoniali dell’esercito greco (gli evzones). Costoro, per di più, hanno anche adottato nella loro divisa la opinga, la scarpa di cuoio morbido con punte risvoltate sormontata da un pompon di lana nera o rossa, che era la calzatura delle occasioni speciali degli arvaniti (mentre nel quotidiano calzavano le kundra, scarpe nere con una fibbia di metallo).
Allo stesso modo, la fustanella fu adottata anche in Albania dalla guardia reale nel periodo interbellico, tanto che oggi sia la Grecia sia l’Albania la rivendicano come proprio costume nazionale, pur sapendo da documenti storici che si tratta di un abito della tradizione arvanita.
Per la cronaca, molti degli abitanti dei villaggi greci di origine arvanita hanno continuato a indossare la fustanella quotidianamente fino alla metà del secolo scorso. Solo nel secondo dopoguerra la sua popolarità ha iniziato a svanire anche nei villaggi più isolati della Grecia interna, andando di pari passo con l’introduzione del normale abbigliamento occidentale.
La musica e i canti della tradizione popolare
L’antica musica polifonica della tradizione albanese, inserita nel “patrimonio immateriale dell’umanità” dall’unesco, è ampiamente presente da secoli anche tra le tradizioni musicali delle comunità arvanite della Grecia. Alcuni etnologi greci hanno curato raccolte di canti raccogliendole soprattutto nella seconda metà del ‘900 tra la popolazione più anziana dei vari villaggi arvaniti: si tratta per lo più di canti d’amore, di corteggiamento e di matrimonio; ma vi sono anche antiche canzone di lavoro, legate soprattutto al lavoro nei campi delle donne, oltre che canti di scherno, canti carnevaleschi, ninne nanne e nenie.
Ben diversi appaiono questi canti rispetto al repertorio rebetiko, elemento simbolo della tradizione musicale greca, che consuetudine vuole sia nato nei bassifondi della società greca del primo ‘900 per l’estro degli emarginati che volevano raccontare i loro disagi o le loro peripezie tramite una musica (come accaduto con il fado portoghese, il tango argentino o il blues degli afroamericani), con testi legati prevalentemente a storie di povertà, violenza, problemi sociali, amori perduti o impossibili, messe in musica in modo passionale, a volte triste, altre ironico o scherzoso.

Una delle caratteristiche più interessanti di questa polifonia arvanita è la metrica dei testi, strutturalmente e palesemente diversa da quella della tradizione del canto greco: a differenza delle canzoni demotiche in lingua greca, dove prevale il verso decapentasillabico, nei canti arvanitici tale forma è scarsamente presente; in questi ultimi, infatti, prevale il verso trocaico ottosillabico, sia completo sia troncato, cioè con sette sillabe.
Si tratta di canzoni tramandate oralmente di generazione in generazione che, per quanto riguarda la loro esecuzione, possono avere due, tre, quattro o ancor più diversi cantori. I canti in due “parti” sono in genere cantati solo da donne; quelli in tre parti possono essere cantati da uomini e donne, quelli in quattro parti sono una specialità della Labëria, diffusasi quindi dopo la lunga diaspora dal XV al XVIII secolo per l’invasione turco-ottomana anche tra i villaggi della Grecia meridionale. Questi canti a quattro parti sono stati quindi utilizzati anche in àmbito sacro, oltre che popolare, sia tra gli arvaniti della Grecia sia tra gli arbëreshë d’Italia, entrando quindi a far parte del loro patrimonio tradizionale, in modo particolare tra le comunità della Beozia, in Grecia, e della Calabria, in Italia.
Il repertorio dei canti tradizionali e delle canzoni popolari degli arvaniti manca quasi completamente, invece, del repertorio storico tipico della cultura arbëreshë, nella quale il triste ricordo dell’Albania perduta fa spesso da filo conduttore a molti canti di contenuto epico che rispecchiano miti, leggende e personaggi eroici al centro della società e della cultura del periodo albanese post-medievale, ormai irrimediabilmente perduti. La vicinanza territoriale degli arvaniti alla terra madre albanese, evidentemente, ha fatto sì che la nostalgia non diventasse un tema conduttore fondamentale dei testi, il cui repertorio e le cui tematiche sono quindi assai più diversificati, tanto da fornirci molteplici informazioni sui valori sociali della comunità albanese storicamente stanziata in questi luoghi, anche se il tono, pur rimanendo austero e a volte triste, non ha evidenti inclinazioni fatalistiche, come accade anche qui in modo costante nei canti delle comunità albanesi d’Italia.
Comune ad entrambe le comunità albanesi d’Italia e di Grecia, seppur con varianti, è invece la vallja, la danza tradizionale della cultura degli albanesi che usano ballarla in gruppo, con le persone che si tengono per mano e danzano in cerchio, soprattutto in occasione di feste e di celebrazioni familiari (come matrimoni e battesimi).
Per quanto riguarda gli strumenti musicali che accompagnavano questi canti e queste danze, laddove ovviamente non si trattasse di improvvisazioni estemporanee, nei tempi più antichi si usavano la pipiza (un antico strumento a fiato simile nel suono all’attuale oboe), il flauto a canne piatte e il davul (un grande tamburo) per il ritmo. Poi, pian piano, da metà ‘800 prese corpo un accompagnamento musicale più complesso con suonatori di clarinetto, violino, liuto e santouri, sorta di violino allungato da suonare pizzicando con un plettro le sue quattro corde o usando un archetto.
Nel corso del secolo scorso alcuni di questi strumenti sono via via scomparsi anche per la contaminazione nella tradizione arvanita della musica popolare greca (e, in parte, anche di quella di altri popoli balcanici vicini), tanto che persino su quest’aspetto della cultura degli arvaniti c’è chi teme che, come per l’espressione linguistica, stia pian piano calando il sipario.

N O T E
1) Sull’argomento: Katia Laffusa, La tutela delle minoranze linguistiche in Grecia. Il caso degli arbërore/arvaniti: the sound of silence, in “Diritto pubblico comparato ed europeo”, aprile 2021.












