Fin dall’indipendenza della Siria nel 1946, uno degli elementi che più agitano e alimentano la “questione curda” è la situazione della lingua, esclusa dall’educazione e dalla vita pubblica per diversi anni, in quanto il nazionalismo arabo tendeva a emarginare altri idiomi, culture, identità. Situazione destinata ad aggravarsi negli anni sessanta quando – caso limite – in seguito a un censimento nella provincia di Hesekê nel 1962, oltre 120mila curdi vennero privati della cittadinanza (ma secondo fonti curde quelli classificati come “stranieri” furono molti di più).
Dopo l’avvento al potere nel 1963 del Partito Baʿth Arabo Socialista, nel 1965 venne elaborato un progetto in 12 punti denominato “Cintura Araba”, poi avviato a metà degli anni settanta dal governo di Hafez al-Assad. Vennero evacuati 330 villaggi curdi e circa 200mila abitanti furono espulsi e trasferiti con la forza nelle periferie delle città (Damasco, Aleppo, Hama…), sostituiti da coloni arabi che si appropriavano delle terre e delle case degli autoctoni.
Vennero pesantemente censurate le attività culturali e le pubblicazioni curde, anche se formalmente la loro lingua non era proibita. Ma fu comunque esclusa dall’educazione e dall’amministrazione pubblica.
Questa situazione era destinata a rimanere sostanzialmente inalterata fino al nuovo millennio (il curdo veniva insegnato ai bambini praticamente in clandestinità), allorché le lotte dei curdi consentirono anche alla loro parlata di risollevarsi.
Con la Rivoluzione del Rojava (2011-2012) vennero ricostituite anche le strutture educative, e l’insegnamento uscì pubblicamente alla luce del sole. Una realtà che vide l’apertura già nel 2011 di nuove scuole: Şehit Osman Silêman a Kobanê il 9 settembre; la scuola Şehit Fewzî nel villaggio di Duraqliya (distretto di Şera-Afrin) il 6 ottobre; la scuola Şehit Dîcle nel paese di Bestasusê (Dêrîk) il 12 ottobre; le scuole Şehit Reşo e Şehit Mustafa Gulo nel quartiere Enteriye di Qamishlo il 15 ottobre; la scuola curda Reşîdê a Amûdê il 9 novembre.
In seguito altre scuole in curdo aprirono i battenti soprattutto nei cantoni di Afrin, Cizîrê e Kobanê. Si calcola in 890.680 il numero degli studenti educati nella loro lingua materna, nell’anno scolastico 2024-2025.
Contemporaneamente venivano ammessi all’università di Rojava 827 studenti, 435 all’università di Kobanê e 326 all’università diAl-Sharq.
Un autentico risorgimento per l’idioma, che dopo anni di emarginazione diventava elemento portante dell’intero sistema educativo nelle aree sotto il controllo curdo.

Alla caduta di Assad nel dicembre 2024, e con la nuova amministrazione, sembrava dovesse aprirsi una fase di ulteriore riconoscimento per la lingua e la cultura curde. Con il Decreto n° 13 del 16 gennaio 2026, il curdo venne riconosciuto come “lingua nazionale” insieme all’arabo. Seguito in agosto da un’ulteriore direttiva la quale – almeno apparentemente – avrebbe dovuto consentire il libero insegnamento del curdo nelle scuole pubbliche e private in cui è presente una significativa componente di questa etnia. Ma, per farla breve, ora sembra cha la montagna abbia partorito il classico topolino riducendo l’insegnamento della lingua curda a soltanto tre ore settimanali.
Come da manuale, la stampa nostrana in genere ha ignorato la questione. Con qualche modesta, minima eccezione. Vedi l’articolo apparso su “Avvenire” il 29 agosto. Interpretando – forse in buona fede – la direttiva governativa come una forma di tutela per la lingua curda. In realtà ne veniva fuori un messaggio leggermente fuorviante – già dal titolo Siria, il curdo obbligatorio nelle scuole pubbliche – come se si trattasse di una conquista, soprattutto quendo scriveva: “…mentre verrà progressivamente superato [superato? diciamo abolito] il sistema che prevedeva l’insegnamento in curdo della maggior parte delle materie”. Quasi che il sistema finora vigente in Rojava fosse qualcosa di vecchio, arretrato… comunque da “superare”.
E infatti già il 30 agosto… non in risposta all’“Avvenire” ovviamente, di cui presumibilmente ignora anche l’esistenza… l’Università del Rojava (Qamishlo) pubblicava una protesta in merito alla decisione del ministero dell’Educazione di ridurre a sole tre ore settimanali l’insegnamento del curdo. Trattato alla stregua di una lingua straniera. Ed è probabile che come tale venga classificato dai nuovi governanti (tra cui qualche ex jihadista) insediati a Damasco.
Per l’Università del Rojava tale misura “rappresenta una autentica regressione rispetto al modello educativo finora vigente. Un arretramento che rischia di compromettere i progressi realizzati in questi anni nella regione”, cioè la Siria del nord-est. Rivendicando che, negli ultimi dodici anni di amministrazione autonoma, “un’ampia esperienza accademica e pratica si è sviluppata nel Rojava. Attraverso un sistema educativo olistico il curdo ha rappresentato la principale lingua di insegnamento e di ricerca a ogni livello”.
Ovviamente l’uso della lingua madre non poteva limitarsi alla letteratura e alle scienze umane, ma si era esteso alle scienze esatte (matematica, fisica, chimica, ingegneria) e alla medicina, raggiungendo livelli accademici di prim’ordine. Ridurre la lingua curda a tre ore settimanali, continua il comunicato dell’Università, “significa relegarla a materia linguistica secondaria”. Andrebbe invece mantenuta come “principale mezzo d’insegnamento delle discipline scientifiche”, onde evitare che si indebolisca la capacità di comprensione e di analisi degli studenti, “strappandoli al contesto linguistico in cui hanno investito il loro impegno scolastico per dodici anni”.
Del resto è quanto raccomandano gli esperti mondiali in materia di educazione e apprendimento: l’insegnamento nella lingua madre, oltre che un diritto umano fondamentale, costituisce un fattore decisivo per garantirne la qualità e stabilità e per favorire il pensiero critico.
Non si tratta quindi di privilegiare una lingua a scapito di un’altra, ma di adottare, con un approccio scientifico, un modello di insegnamento bilingue e inclusivo. Consentendo il simultaneo insegnamento delle materie fondamentali, scientifiche comprese, sia in curdo sia in arabo. Al fine di preservare i diritti linguistici e culturali di ogni studente e contribuire all’integrazione, sia accademica sia nazionale, delle diverse comunità.
Il progetto del ministero invece si presenta piuttosto come “uno strumento politico di esclusione e marginalizzazione”.
Del resto – spiace dirlo – forse bisognava aspettarselo.












