Esiste un Biellese delle acque magiche, e resiste appartato e tenace, frequentato da gente che crede fortemente nelle cure naturali. Ne é un esempio, la fontana di Cerreto Castello, denominata “Fonte Maggia” dal nome della famiglia da sempre proprietaria dell’intera collina dove sgorga, e da sempre la gente del posto – e non solo – la raccoglie con fiaschi e bottiglioni ritenendo possa avere particolari qualità benefiche per l’organismo.
Per un certo periodo, degli avvisi mettevano in guardia perché l’acqua non è analizzata e controllata; ma la coda di gente in fila con i bottiglioni non è calata e i cartelli sono stati tolti.
Come se la forza misteriosa dei mitici “guardiani delle sorgenti” fosse riuscita a proteggere un’acqua magica che zampilla benessere.
Nel folklore biellese vengono spesso evocati come guardiani delle fonti degli Elfi femminili, e dunque discendenti dirette delle Ninfe e strette parenti delle Fate che sono riuscite a salvare da ogni pericolo le numerose sorgenti guaritrici delle nostre valli.
Si crede siano loro le protettrici della fontana solforosa, nota un tempo come ”Acqua Cacastracci”, dall’odore e sapore di uova fracide che sgorga nella frazione Riviera, in passato chiamata Blatino; a tutt’oggi miracolosa per “le guarigioni di malattie ostinate e ribelli”, che nel secolo scorso un medico del luogo considerava “un mezzo eccellente per promuovere le orine e la diaforesi” prescrivendola “con molto successo nella dispepsia, nelle bronchiti lente, nei catarri di vescica, nella renella, negli infarcimenti ghiandolari, nel gozzo, ed in fine nelle varie malattie della pelle”.

Nulla hanno potuto gli Elfi per salvare dall’ostruzione la “Bonda del Diavolo”, un’altra sorgente posta vicino alla strada boschiva da Mongrando a Cerrione, in piena Bessa, e anche la grande vasca detta “del Bochin” é stata lasciata in completo abbandono.
Forse é stata la loro presenza a proteggere la fonte guaritrice del santuario della “Madonna Annunziata” fra i boschi di Lozzolo, che conserva una ritualità arcana perché per abbeverarsi occorre infilarsi in un cunicolo stretto e oscuro che suscita forti emozioni.
Non hanno potuto far nulla al santuario mariano della Brughiera, dove la sorgente “Rada” che attirava le folle per il suo indiscusso potere terapeutico ed era utilissima per guarire le malattie renali, é stata spostata dal suo luogo naturale, ben visibile in una foto degli anni Venti che mostra l’acqua sgorgare sotto una lastra litica somigliante a un vero e proprio tempietto pagano.
Ignoriamo le ragioni profonde di questo intervento a gamba tesa per sovrapporre un simbolismo cristiano a luoghi particolari. Ma é ben noto che nella lotta per estirpare le pericolose “fontibus sacrificorum” della persistenza pagana, il cristianesimo trionfante ricorse talvolta all’abile espediente di rimpiazzare coi propri culti quelli più antichi.
Nel suo prezioso studio sulle tradizioni mariane in Catalogna, Mathias Delcor ha notato che in un lontano passato paganeggiante “le culte de sources était si puissant que seul la Mère de Dieu a pu le christianiser”.

Qualcosa di simile è avvenuto al santuario d’Azoglio: si trova fra i boschi, eretto in una valletta isolata nel 1334 dopo l’apparizione della Madonna e gode ancora d’una certa notorietà. È conosciuto come “Madonna della fontana” perché “l’acqua che viene dalla Cappella della Madonna e che oggi viene a zampillare nel bel mezzo della piazza ha avuto ed ha per opera di Maria SS. delle virtù curative. Se ne somministrava agli ammalati ed agli animali e ne riportavano grandi vantaggi”, come spiega l’opuscolo edito con nullaosta ecclesiastico nel 1932.
La pietra magica non si vede più, un grande muraglione separa la chiesa dalle rocce ramate che la circondano, la fonte miracolosa é intubata e sostituita dalla fontana del piazzale e il cemento impedisce devozioni litiche paganeggianti come quelle che resistono alla “cappella della vita” dell’Urupa (Oropa) e che erano molto praticate.
Solo con difficoltà gli Elfi hanno fino a ora impedito ogni danno alla “Fonte Maggia”, anche se a farle corona c’é solo un grosso carpino e non una quercia che ci si aspetterebbe di trovare a Cerreto, italianizzazione di Ciarèj, località con questo nome perché in passato era ricca di sron, il Quercus cerris. Oggi alla Fonte Maggia non ci sono querce, bensì un carpino, pianta che secondo i botanici esperti non può vivere più di 150 anni, e questo ci autorizza a pensare che abbia sostituito un albero piantato da secoli e poi morto. Ciarèj é orfano dell’albero identitario e forse gli Elfi se ne sono andati. Ma la fonte magica guarisce ancora.