Lasciandosi alle spalle la leggendaria Chinguetti, una delle sette città sante dell’islam, e percorrendo la via che porta ad Atar, capitale della regione dell’Adrar nel deserto mauritano, si attraversa un paesaggio mozzafiato e surreale, geologicamente molto antico, che raggiunge l’apice dello stupore al passo di Amojiar. La sosta qui è d’obbligo, sia per far riposare i motori provati dalla difficoltà del percorso, sia per ammirare la bellezza delle rocce in arenaria rosa lavorate armoniosamente dal vento che incombono su ripidissime gole.
In preda alla fantasia dell’immaginazione, la macchina del tempo ci riporta a figure che in passato hanno calpestato questi sassi: le carovane trans-sahariane con il loro prezioso carico di oro, sale e datteri; nomadi mauri con le loro famiglie in viaggio verso nuove oasi; esploratori, pochi e impavidi, la cui fame incessante di conoscenza superava le fatiche del caldo e della sete, e le incognite di un orizzonte infinito e lunare.
Oggi come allora, ovunque si posi lo sguardo, la natura manifesta la sua grandiosità: in alto un anfiteatro roccioso di rara bellezza, in basso profondi e inquietanti precipizi, e davanti ancora roccia, di ogni forma, scura, nera sui crinali, a volte un po’ più dorata; e la pista sinuosa, che si inerpica sulla pietraia tentando di raggiungere una meta invisibile all’occhio umano.
Ma proprio quando l’anima, sopraffatta, si arrende allo smarrimento, una nuova emozione prende forma: dopo l’ultima curva in salita si apre una valle immensa, scura, desertica e spiazzante. E lontano, molto lontano, si intravede una costruzione, solitaria e rassicurante. Non è un miraggio, è Fort Saganne.
La città salvata
Conoscevo la sua storia, o almeno così credevo: il forte era stato utilizzato come set cinematografico per l’omonimo film, appunto Fort Saganne girato nel 1984 con i famosi attori Gérard Depardieu e Catherine Deneuve. Non si trattava dunque di un vero edificio militare, ma di una costruzione realizzata appositamente a questo fine.

Avvicinandomi al forte mi accorgo con sorpresa che non è disabitato: ci sono operai che trasportano materiale edilizio e altri che stanno lavorando alle fondamenta. Mi viene incontro un signore molto distinto, gentilissimo, dal sorriso accogliente: è Abdoullah Ebnou, il proprietario. Parla un francese perfetto, ha studiato alla Sorbonne di Parigi e vive a Nouakchott.
“Lo sa che questa strada porta il nome della mia famiglia? È la strada Ould Ebnou, l’hanno costruita mio padre e mio zio, molti anni fa”.
Intuisco che è una di quelle storie che andrebbe raccontata attorno al fuoco, sorseggiando un tè alla menta, dolcissimo quanto la poesia del vento che raccoglie frammenti di vite passate e li deposita nei cuori di chi sa ascoltare.
Negli anni ’70 la città di Chinguetti viveva il suo periodo più difficile, in balìa della sabbia che ne stava provocando la lenta e inesorabile morte. La siccità rendeva il quadro ancor più desolante, aggravato dalla guerra del fronte Polisario che dal 1975 al 1979 coinvolse la Mauritania nel conflitto armato con la popolazione indigena dei sahrawi del Sahara Occidentale. In questo contesto desolato e senza futuro, il governo centrale di Nouakchott prese una decisione drastica: inviò dei delegati a Chinguetti per comunicare al prefetto l’evacuazione della città.
Chinguetti era destinata a scomparire. Ma due fratelli, Mohamedou Ould Ebnou e Mohammed Mahmoud, ebbero un’intuizione illuminata: per salvare Chinguetti era necessario e urgente renderla accessibile e abitabile, con una strada che la collegasse alla pianura verso la capitale, e con servizi e scuole che permettessero alle famiglie di restare e allevare i figli verso un futuro dignitoso. Serviva un piano d’amore per salvare una città e la sua comunità. E così fu.
I fratelli Ebnou avevano fatto fortuna in capitale fondando una compagnia di costruzioni. La loro famiglia appartiene alla casta dei beidhane (i mauri “bianchi” in arabo hassania), popolazione di pelle chiara che storicamente costituisce l’élite dominante della struttura sociale mauritana, e che occupa ruoli importanti sia economicamente che politicamente. Con il solo ausilio delle proprie risorse, e armati di determinazione e lungimiranza, a colpi di tonnellate di nitrato aprirono la via della salvezza superando il fatidico passo dell’Amojiar, riuscendo in un’impresa che sembrava impossibile.
I fratelli Ebnou ricevettero l’aiuto del cugino Mohamed Lemine, di professione geometra, supervisore dei progetti, il quale installò un cantiere nel mezzo della pietraia da dove coordinò i lavori e una ventina di operai della sua impresa. Si dice che siano state necessarie 99 opere di ingegneria… e si narra che in Chinguetti vi siano sepolti altrettanti marabutti…

Si divisero i compiti, e il padre di Abdoullah, Mohammed Mahmoud, si preoccupò di trovare i fondi. Di certo si sa che un contributo finanziario allo studio del progetto fu dato dal colonnello libico Gheddafi al governo mauritano, ma l’impresa era titanica.
In un’intervista del giugno 1986 al giornale francese “Liberation”, Mohamedou racconta: “Di tanto in tanto vendevo qualche proprietà per continuare le opere, poiché bisognava fare presto e fare bene. Ma nel dicembre del 1984 facendo un bilancio mi resi conto che molto ancora restava da fare, e decisi di rivolgermi al nuovo capo di Stato, Ould Sidi Ahmed Ould Taya. Gli ho parlato e lui mi ha ascoltato”.
Luogo di pace
Fu proprio durante la costruzione della strada che la produzione cinematografica di Fort Saganne individuò in quella piana desolata ai piedi dell’Amojiar il luogo ideale per la realizzazione del film. E chi meglio dei fratelli Ebnou avrebbe potuto costruire il forte? Il cantiere era già aperto.
La casa di produzione versò un contributo per la costruzione, ma il risultato fu di gran lunga superiore alle aspettative: anche in questo i fratelli Ebnou non si erano risparmiati. La loro generosità fu premiata. Quando la troupe abbandonò il set, la produzione lasciò l’intera proprietà di Fort Saganne e la sua fama leggendaria ai fratelli Ebnou.
“E ora?”, chiedo ad Abdoullah Ebnou.
Ora Chinguetti è salva, la parte antica è sopraffatta dalla sabbia e dall’oblio dei ricordi, ma la parte nuova è più viva che mai, e nelle sue biblioteche i guardiani dell’antico sapere custodiscono con amorevole cura antichissimi documenti da tramandare alle generazioni future. E con lei è salva Ouadane, antica città carovaniera, testimone dei passaggi delle carovane verso Timbouctou, nel Mali, ora irraggiungibile a causa della precaria situazione politica e dell’infiltrazione jiadista.
“E Fort Saganne?”
“Sta rinascendo”, spiega Abdoullah.
Ha comprato l’intera proprietà dal cugino e ha iniziato la ristrutturazione.
“Qui ci sarà una sala per piantare le tende mauri, di là le camere da letto e poi le cucine. Non sarà un hotel, e nemmeno una residenza turistica. Desidero che diventi un luogo di cultura, dove ricercatori, scrittori, geologi, antropologi, possano trovare il tempo e lo spazio per osservare il nostro deserto e la sua profondità. Vedi quella terrazza? Sarà un luogo di pace da dove poter osservare il firmamento di stelle che ci separa dall’universo”.
Forse la lungimiranza e la filantropìa sono ereditarie. Abdoullah ha raccolto il messaggio del padre e dello zio, e lo ha reinterpretato adeguandolo alle necessità dei tempi moderni, senza però compromessi e banalità. Come disse T.E. Lawrence, gli arabi sanno attaccarsi a un’idea come a una corda, e la corda della famiglia Ebnou è quella della condivisione, del rispetto, della salvaguardia delle tradizioni, con orgoglio e dignità.
Credo che tornerò sulla terrazza di Fort Saganne: c’è ancora tanto da scoprire al di là della sabbia dell’Adrar.












