Sulle montagne che sovrastano la valle dello Strona di Postua è stato scoperto un antico dolmen che testimonia l’importanza dei culti solari nelle antiche civiltà megalitiche piemontesi.
Se ne è parlato nei giorni scorsi a Postua, in un’affollata conferenza di Gianfranco Bono della Società Italiana di Archeoastronomia e Astronomia Culturale, tenuta a villa Scalvino, ma l’interesse per questo prezioso reperto si sta pian piano estendendo e si parla ormai d’una Stonehenge piemontese.
L’anno scorso, in un suo articolo sulla rivista “Vita Postuense”, Claudio Martignon ha ipotizzato che questo complesso roccioso dalla forma insolita di cui pubblica la foto in copertina sia stato probabilmente un “calendario solare” che in un lontano passato avrebbe permesso lo studio del cielo da parte dei primi abitanti della vallata dello Strona di Postua, dove peraltro non mancano tracce di antiche, particolari e singolari devozioni.

Nel libro sui Segreti dei Paesi biellesi abbiamo dato conto della pietra salvifica conservata nel piccolo oratorio romanico di San Sebastiano su un promotorio di roccia a precipizio sul torrente Strona poco prima del canton Roncole. La cappella è stata costruita in epoca romanica e presenta evidenti tracce che la fanno ritenere un luogo di culto precristiano risalente addirittura all’età del ferro.
L’edificio presenta almeno un aspetto singolare in quanto, spiega chi se ne intende, “non rispetta l’orientamento liturgico tra abside e ingresso, fra est e ovest”, ma soprattutto perché è stato costruito per inglobare la parte più importante di un grande masso che nella porzione all’interno della cappella è piatto come un sedile e mostra un vistoso incavo praticato dall’uomo.
Un cartello della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte spiega che si tratta di “una profonda incisione artificiale a sella, perfettamente levigata e con una grande coppella cilindrica”.
Lo stesso cartello chiarisce che “lo scavo archeologico condotto nel 1990, in concomitanza con il restauro degli importanti cicli di affreschi, ha portato in luce un più antico oratorio probabilmente del VI secolo d.C. a pianta trapezoidale e abside indistinta dai perimetrali, privo di chiusura di facciata e originariamente in connessione spaziale con il ‘masso altare’, probabilmente per cristianizzare i culti animistici di età preromana conservando la sacralità delle aree venerate e le tradizioni a esse connesse. La costruzione dell’oratorio romanico di maggiori dimensioni ha comportato la completa spoliazione del precedente impianto, ma ha rispettato e conservato il masso oggetto di più antica venerazione”.

Quasi fosse un percorso per prove di coraggio o d’ardimento, un ripido e oggi sconnesso sentiero circonda il chiesino mentre il sedile interno ha tutte le caratteristiche di masso progenitore che caratterizzano molte pietre guaritrici sparse per l’arco alpino.
La cappella eretta alla frazione Roncole è posta all’inizio d’un antico percorso devozionale vero e proprio, poiché quando si sale per lo sterrato che affianca lo Strona s’incontra un’altra cappella dedicata a San Martino, eretta come la precedente a picco sul torrente.
Sul retro troneggia un vero e propro menhir su cui la cappella sembra addossata, e di fronte si vede una piccola pietra con una coppella naturale che raccoglie l’acqua piovana.
Quando poi la strada s’impenna, si trova la cappella detta della “Marculëggia” definita “Madonna degli alpeggi” e collocata sotto un grande sperone roccioso naturale a forma di torre.
Prima che l’ampiamento della strada lo spazzasse via, a poca distanza dalla chiesetta sotto la fanghiglia si trovava un incavo pietroso, chiamato il “Pè dla Madòna” che richiamerebbe le forme degli arti inferiori, e viene interpretato come l’impronta lasciata dalla madre di Cristo spiccando il volo nel cielo dopo aver distrutto un pentolone diabolico utilizzato dal signore del male per realizzare i suoi intrugli.
Una diversa leggenda racconta che il segno inciso nella pietra sarebbe stato lasciato dal demonio in persona quando si sarebbe gettato nel torrente, sconfitto dalla nuova fede cristiana.
Superando lo Strona con una passerella pensile si sale con la mulattiera verso l’Alpe Albarei Sotto.
Giunti all’incirca a metà dell’impervio sentiero, ci si imbatte in un grande affioramento roccioso dalla cui cima si può ammirare in tutta la sua imponenza il monte Cornabecco. Proprio sotto quest’imponente monumento litico, accanto al sentiero c’è una pietra scavata in forma di culla, chiamata “scarpa du lavèl”, l’incavo del lavello. È una specie di vaschetta litica lunga un metro e larga la metà che sarebbe utilizzata per purificare (“batzé”) i neonati con l’acqua piovana che vi era depositata: raccolta e versata sul loro piccolo capo.

La singolare cerimonia paganeggiante che si svolgerebbe nell’atmosfera fatata del grande bosco ombroso e sotto il masso imponente è ancora viva, pur se circondata da un riserbo difensivo. Gli ultimi alpigiani ci hanno confermato, sia pure con riluttanza e un certo imbarazzo, che la tradizione del “battesimo” nel bosco con l’acqua piovana non è mai venuta meno.
Difficile capire se il rito fosse legato alla sacralità del masso adiacente e se avesse poteri protettivi o tutelari per il neonato. Forse non a caso l’alpeggio dove termina il sentiero ha il nome evocatore di Albarei, quasi a segnare un territorio dove ha inizio la giornata della vita della nuova creatura, purificata nel sacro lavacro della “pietra magica”.
Non si sa di preciso se il rito paganeggiante fosse officiato da un parente stretto del neonato, se praticato solo sui maschi, se avvenisse in presenza della comunità, a quanti giorni dalla nascita, in quale ora e perché. Vive ancora, e tanto basta a rendere esclusiva e – per quanto ne so – unica questa singolare tradizione della gente degli alpeggi.
L’esistenza di questo rito speciale e le vestigia megalitiche sparse dappertutto confermano che la valle di Postua è davvero magica e misteriosa. Lo è ancor più dopo il ritrovamento del dolmen che la fa diventare un vero e proprio “santuario dei culti solari”. Sul torrente Strona c’è una Stonehenge nostrana?













