Secondo quanto prescrive la Costituzione della Repubblica Italiana, nel nostro Paese esiste una particolare tutela per le minoranze linguistiche. Giusto e accettato. Si tratta però di capire bene quali siano queste minoranze e con quali criteri si individuino i cittadini di parlata diversa da quella ufficiale della lingua italiana.
È stato alla fine degli anni Settanta, specie dopo la pubblicazione del libro di successo di Sergio Salvi Le lingue tagliate, che si sono cominciati a mettere paletti e a circoscrivere chiaramente i confini linguistici che debbono caratterizzare una minoranza, distinguendola da quelle considerate soltanto varianti locali dei dialetti italiani.
Ricordo bene quei tempi. Sergio Salvi era il segretario comunale di una città toscana e, toscanissimo, non conosceva direttamente la materia. Pubblicava però la rivista “Il bimestre” su cui aveva ospitato alcuni saggi di Elio Franzin promotore del Comitato Italia Euzkadi e di altri esperti sulle nazionalità europee senza Stato; e vista l’ottima accoglienza, aveva cominciato a interessarsi anche della questione italiana.
In particolare – intenzionato a scriverne egli stesso – si rivolse per aiuto, documentazione e pareri all’Associazione internazionale per la difesa delle lingue e culture minacciate (aidlcm), rappresentata in Italia da Gustavo Buratti, esperto delle minoranze oltre che apprezzato poeta piemontese con il nome di “Tavo Burat”.

Il pallottoliere linguistico

Ricordo bene le discussioni appassionate tra i due, soprattutto quelle avvenute sul lungomare di Alghero dove ci eravamo recati per un convegno sulla lingua catalana. Salvi chiedeva a Buratti l’elenco delle parlate minoritarie, e il segretario dell’aidlcm le nominava una dopo l’altra: sloveni, tedeschi, albanesi, ladini e così via. Andavano bene anche gli “harpitani”, come venivano definiti i parlanti franco-provenzali della val d’Aosta e dell’Alto Canavese.
Al piemontese Buratti, Salvi chiese se sarebbe stato opportuno inserire tra le minoranze anche quella piemontese. Buratti si mostrò dubbioso. Io assistevo al dialogo e non capivo perché fosse perplesso nel riconoscerla come lingua a sé stante, proprio lui che ne era il vessillifero principale, con Censin Pich, Mottura, Gastaldi, Nicola, Don Fusé e Galucio…
Quando rimanemmo soli, Buratti mi spiegò che esisteva un forte pregiudizio nel riconoscere una effettiva dignità a questa parlata poiché in mezza Italia, quella del Sud, “piemontese” era sinonimo di oppressione coloniale, violenze nella lotta al cosiddetto brigantaggio e Stato accentratore. Inserire i piemontesi in un contesto di protezione avrebbe creato a tutti grosse difficoltà.
C’era anche da parte sua un forte imbarazzo personale, giacché la non dimenticata adesione giovanile di Buratti al Partito Monarchico, prima di approdare alla militanza socialista, poteva essere un pretesto per nuovi attacchi dei nemici delle “lingue tagliate”, molto agguerriti a sinistra (davano loro una mano anche i fascisti!) e a caccia di un pretesto per far fallire ogni iniziativa a favore del multilinguismo stabilito costituzionalmente.
Era meglio aspettare, e al contempo intensificare i nostri sforzi per difendere sul campo la nostra identità linguistica piemontese, fosse o no compresa tra le minoranze degne di tutela e protezione.
E così facemmo, iniziando a pubblicare l’“Alp”, “vos dl’arvira piemontèisa”, responsabile legale lo stesso Gustavo Buratti e politico Anna Sartoris: un foglio scritto tutto in piemontese.

Quando nel 1975 il libro di Salvi uscì, in merito al piemontese l’autore se la cavò con una striminzita noticina dove presentava senza pietà i sostenitori della lingua regionale subalpina come degli sparuti nostalgici senza grandi speranze di diventare una minoranza linguistica. Frettolosamente, Salvi citò la lingua piemontese riducendola a un dialetto un poco più radicato degli altri con una bistrattata “micro-koinè” talmente poco originale da non permettere il suo accesso alla categoria di minoranza riconosciuta. Dignità, va sottolineato, attribuita da Salvi alle parlate provenzali del Piemonte, sbrigativamente diventate tutte “occitane” e stimate dall’autore in 200.000 parlanti. Senza che fosse mai stato avviato nelle Valli un serio censimento linguistico.
Il libro di Salvi ebbe grande successo e, per le minoranze che avevano avuto la fortuna di venire citate, per gli studiosi, soprattutto per i politici che dovevano stabilire le modalità per la loro difesa (che il libro caldeggiava criticando il grave ritardo fino ad allora tenuto nell’applicare il dettame costituzionale), divenne una sorta di bibbia.

Sergio Salvi (1932-2023). Dopo le prime pubblicazioni che sottilizzavano tra lingue e dialetti, dagli anni ’90 ha nettamente cambiato opinione al punto da considerare la Padania una nazione non “italiana” dotata di una propria lingua.

Se il radicale è centralista

L’anno dopo, noi piemontesisti tornammo alla carica. Invitati a Torino al congresso fondativo del Partito Radicale del Piemonte, io che ero appena stato eletto al congresso di Milano membro del “consiglio federale” nazionale e Buratti, sempre più pentito per non aver colto il momento buono dando a Salvi la “dritta” giusta, fondammo la “Lega articolo 6 per la tutela delle minoranze linguistiche”. Pubblicammo subito su “Alp” la notizia, indicando i nomi delle minoranze stesse, quella piemontese in testa.
Accadde l’incredibile, peraltro temuto dal povero Buratti.
Neanche una settimana dopo il nostro annuncio torinese, per iniziativa di un settario e astioso radicale sardo e con l’avallo dei dirigenti radicali romani, le agenzie di stampa batterono la notizia che a Roma per decisione del partito era stata fondata la “Lega articolo 6” diciamo così “ufficiale”, con relativo elenco delle suddette minoranze senza, va da sé, che vi fosse compresa la lingua piemontese. La leghetta radical-romana fece qualche soporifero convegno, ebbe ancora poche righe sui giornali e poi morì per inerzia.
Intanto la difesa delle minoranze procedeva a lunghi passi finchè il Parlamento riuscì a partorire le norme oggi in vigore, nei cui confronti, per ora, preferisco tacere, trattandosi di misure di carattere clientelare che hanno ingrassato gruppi di potere senza tutelare in alcun modo le lingue minoritarie.
Il nostro impegno per la minoranza piemontese è storia di una battaglia (perduta) per tutti questi anni.
La legge nazionale invece andò in porto. Unica, imprescindibile qualità per accedere ai benefici previsti, era l’appartenenza all’elitario elenco della “bibbia talmudica delle minoranze” di Sergio Salvi. Questa posizione privilegiata è stata caparbiamente difesa, anche nei confronti di veneti e piemontesi, che pure negli ultimi anni si sono mostrati parecchio interessati a veder riconosciuta alle loro parlate la medesima dignità delle minoranze diciamo così “salviane”. Per demagogiche pruderie inclusiviste, nel cenacolo minoritario riconosciuto costituzionalmente sono stati poi inclusi solo gli zingari.
Ora però il numero chiuso di salviana origine viene finalmente messo in discussione dal grande esperto di minoranze Matteo Salvini.

Le minoranze o sono “storiche” o non sono

È infatti notizia di questi giorni la conferenza stampa tenuta a Montecitorio da Salvini e dal deputato Francesco Bruzzone per annunciare una proposta di legge per il riconoscimento della comunità rumena, presente in Italia da qualche tempo e molto numerosa, proprio come minoranza nazionale.
Se venisse approvata la proposta, ci chiediamo, avremmo la creazione di scuole di minoranza separate, graduatorie particolari per i docenti di madrelingua, nientemeno che un posto di diritto per le minoranze linguistiche nel Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione?
Non sappiamo se il progetto andrà oltre il proclama. L’unica cosa certa è il riconoscimento della minoranza rumena in Italia malgrado non abbia uno storico radicamento nel Paese. Dopodiché, promossa alla tutela (e relativi privilegi) quella rumena, aprirebbe la strada al riconoscimento di altre etnie oggi presenti da noi, particolarmente attive e numericamente rilevanti. Prima tra tutte quella araba…
Passato dal bossiano “prima i lombardi” a “prima gli italiani”, il deputato Salvini approderà ora a “prima le minoranze” (ma solo quelle paracadutate da poco)?
Speriamo sia solo un colpo di calore.