Le Fær Øer (o Føroyar, Faroer o ancora Færøerne) sono un arcipelago di diciotto isole d’origine vulcanica, con una superficie totale di circa 1400 chilometri quadrati, situate in mezzo al nulla nell’estrema punta settentrionale dell’Atlantico, a soli 4 gradi di latitudine più a sud del Circolo Polare Artico, tra l’Islanda (da cui distano circa 450 chilometri), la Scozia (circa 320 chilometri) e la Norvegia (670).
Separate l’una dall’altra da profondi e angusti canali, con una fascia costiera frastagliatissima, lambita da correnti impetuose che rendono spesso difficile la navigazione anche tra di loro, le isole (o quanto meno le più grandi e popolate) sono state via via collegate da tunnel sottomarini e ponti (come accaduto anche in altri arcipelaghi dell’area scandinava, come le Lofoten e le Vesterålen), mentre per raggiungere le più piccole vi sono brevi collegamenti marittimi con traghetti quotidiani.
L’arcipelago è poi raggiungibile dal continente europeo con voli diretti dalla Danimarca, dal Regno Unito, dall’Islanda e dalla Norvegia, con atterraggio in una delle isole più estese, quella di Vágar, oltre che con traghetti della compagnia marittima Smyril Line che collega i principali porti della Danimarca e dell’Islanda a Tórshavn, la piccola capitale dell’arcipelago, nella parte meridionale dell’isola di Streymoy. Tórshavn è forse l’unica vera città delle Fær Øer, con poco più di 20.000 abitanti, in pratica ben più di un terzo di tutta la popolazione residente nelle diciotto isole dell’arcipelago, che è composta da 53.000 abitanti.
Per quanto le condizioni climatiche delle Fær Øer non siano particolarmente attraenti in tutto l’arco dell’anno a causa del loro clima subpolare, l’influenza esercitata dall’Atlantico consente di avere inverni con temperature medie non eccessivamente rigide, attorno ai 3 gradi, ed estati con temperature medie attorno ai 10 gradi, anche se il continuo transito di perturbazioni provenienti da nord-ovest non aiuta a godere facilmente del grandioso paesaggio selvaggio delle varie isole. Tutte più o meno sono caratterizzate da montagne, vallate desolate ed erbose popolate da migliaia di pecore (circa ottantamila abituate al pascolo libero, ben più quindi delle persone) e da ripide scogliere dove nidificano varie specie di uccelli marini.
Le isole, definite uno dei posti più inospitali del pianeta, anche in estate sono spesso battute da venti artici e avvolte nella nebbia che si alterna a precipitazioni quasi continue che rendono ben poco soleggiate anche le giornate apparentemente migliori, soggette peraltro a continui e repentini mutamenti meteorologici. Questa è la ragione per cui parecchie delle costruzioni presenti in tutte le Fær Øer, e in special modo quelle vicine alla costa e ai porti, hanno le facciate dipinte con colori molto forti, con tinte di rosso, verde, bruno, un po’ come accade in altri arcipelaghi dell’area artica (per esempio nelle Lofoten norvegesi), così da poter essere meglio individuate da lontano quando i marinai sono in mare aperto e la visuale della terraferma è offuscata dalla bruma e dalle mareggiate.
Un po’ di storia
Il testo più antico che parla di queste isole è sicuramente il prezioso Liber de mensura orbis terrae del monaco irlandese Dicuil Hibernicus, scritto nell’anno 825, in cui si fa menzione dei viaggi compiuti da alcuni monaci irlandesi e scozzesi al largo della costa atlantica con lo scopo di evangelizzare la popolazione di alcune isole, tra cui quelle di quest’arcipelago, di cui tuttavia non viene mai citato il nome. Dicuil ne descrive però il paesaggio, popolato da pecore chiamate dai locali fær (che in lingua norrena significa appunto “pecore”), mentre Øer sarebbe una forma plurale di “ø”, che nell’antico norreno vuol dire “isola” (parola rimasta tale anche nel danese moderno). La denominazione Fær Øer significherebbe quindi testualmente “isole delle pecore”.
È probabile che la visita di Dicuil e degli altri monaci che lo accompagnarono in quel viaggio non sia stata la prima; c’è chi data alla prima metà del VI secolo le visite di monaci provenienti dalle isole britanniche con a capo San Brendano di Clonfert; a quella visita ne sarebbero seguite altre, in particolare tra il VII e l’VIII secolo, tanto da rendere quasi fissa la presenza su alcune delle isole Fær Øer di monaci provenienti dall’Irlanda o dalla Scozia che operavano per convertire la popolazione locale e che amavano vivere da queste parti, anche perché favoriti dalla pacifica solitudine del loro romitaggio a contatto con la natura.
Ma poco tempo dopo giunsero alle Fær Øer i primi coloni vichinghi dalla Norvegia, inizialmente pagani, i quali le utilizzarono come teste di ponte per la successiva conquista dell’Islanda, cacciando via i monaci. Il capo vichingo Sigmundur Brestirson ne prese possesso definitivo poco prima dell’anno Mille su mandato del re di Norvegia Olaf I, che nel frattempo si era convertito al cristianesimo.
A metà del ‘300 però quasi tutta la popolazione dell’arcipelago morì per un’epidemia di peste giunta anche da quelle parti, ma i norvegesi riuscirono a mantenere comunque il controllo dell’arcipelago fino alla fine del secolo, quando i regni di Norvegia e di Danimarca si unirono e la Danimarca divenne di fatto da quel momento la nazione dominante.
A metà del ‘500 gli insediamenti cattolici nelle Fær Øer furono distrutti per l’arrivo della riforma protestante, che costrinse la popolazione alla conversione religiosa. Ma le condizioni delle isole e dei suoi abitanti rimasero a lungo instabili a causa delle devastazioni portate anche dalle scorribande di pirati britannici.

Quando poi la Norvegia venne separata dalla Danimarca con il trattato di Kiel del 1814, fu la Danimarca a mantenere il possesso delle Fær Øer, non senza provocare nella popolazione locale, dedita già allora principalmente alla pesca, il risveglio di sentimenti nazionali, che alla fine del secolo portarono alla prima vera rinascita della lingua e della cultura feringia. 1)
Nel 1940, dopo l’invasione della Danimarca da parte delle truppe naziste, le Fær Øer furono occupate dall’esercito britannico per prevenire quella che consideravano una imminente invasione tedesca o norvegese, e fino al 1945 le isole divennero sede del Quartier Generale dell’Atlantico della Royal Navy; inoltre furono proprio gli inglesi in questo periodo, sempre per motivi militari, a costruire l’unico aeroporto ancora esistente nell’isola di Vágar.
Al termine del conflitto la Danimarca riebbe il controllo dell’arcipelago e, davanti alla forte spinta autonomistica che emerse, il 14 settembre 1946 concesse un referendum in cui la popolazione isolana venne chiamata a scegliere sull’eventuale secessione da Copenaghen. Era la prima volta in cui i faroesi avevano l’opportunità di esprimersi a favore della loro indipendenza; ma nonostante la maggioranza, seppur risicata, avesse votato per l’indipendenza completa, vari eventi impedirono di portare a termine la separazione dalla corona di Danimarca. Alla fine venne raggiunto un compromesso tra favorevoli e contrari: il parlamento danese approvò un regime di ampia autonomia che nel 1948 fu concretizzato con la cosiddetta “Hjemmestyre”, una legge costituzionale che fissava i termini di tale autonomia garantendo ai locali la piena gestione amministrativa e finanziaria delle loro risorse.

Da quel momento a Tórshavn, considerata da tutti i faroesi la loro “capitale”, si trova il governo autonomo delle Fær Øer, che al pari della lontana Groenlandia sono oggi una “nazione costitutiva” del Regno di Danimarca. La struttura si occupa di quasi tutte le questioni di politica interna da quando le isole hanno ottenuto una speciale autonomia da Copenaghen, nel 1948; mentre al governo centrale danese sono demandate le questioni relative alla politica estera e alla difesa. Anche grazie a questa particolare autonomia, che ha permesso persino la costituzione della Fólkakirkjan (Chiesa delle Fær Øer), resasi indipendente dalla Chiesa luterana danese, il governo autonomo delle Fær Øer scelse nel 1973 di non unirsi alla Danimarca al momento del suo ingresso nell’Unione Europea. E quindi non è un caso se da allora è ulteriormente cresciuto il sostegno popolare al partito indipendentista locale, che negli ultimi anni non ha mai smesso di richiedere la totale indipendenza delle isole Fær Øer dalla corona di Danimarca, con la proclamazione di uno Stato pienamente sovrano.
La società isolana
La popolazione è distribuita in diciassette delle diciotto isole dell’arcipelago, anche se sono due quelle davvero popolate in modo significativo: Streymoy, dove si trova anche la capitale, e la vicina Eysturoy; le altre, di superficie più modesta, sono abitate da qualche decina o al massimo da poche centinaia di persone. Infine una, Lítla Dímun, che è anche la più piccola, è invece del tutto disabitata; e un’altra, Koltur, è residenza del solo guardiano del faro. Da un punto di vista amministrativo le isole sono poi raggruppate in sei “sýslur” (distretti): oltre a quelli di Streymoy e di Eysturoy (coincidenti con le due isole maggiori), anche quelli di Norðoyar, Vágar, Sandoy e Suðuroy.
Negli ultimi anni vi sono stati significativi spostamenti di popolazione verso le due isole maggiori dalle più piccole, e in particolare da Fugloy, Svínoy, Mykines, Skúvoy e Stóra Dímun, in relazione al fatto che queste non dispongono di collegamenti stradali con ponti o tunnel con il resto dell’arcipelago e non possono sempre essere raggiunte dai piccoli traghetti, che costituiscono l’unico sistema di collegamento con il resto del mondo, quando c’è cattivo tempo.
Ma, per quanto piccole e poco popolate in generale, si può dire che persino le Fær Øer sono state toccate in questi ultimi anni dal fenomeno dell’urbanizzazione, che ha poi inciso sul piano sociale nel suo complesso, spostando molte persone non solo dalle isole più piccole a quelle più centrali e attrezzate, ma anche dai villaggi periferici alle cittadine, non soltanto nella capitale. Tutto ciò è legato al fatto che ai faroesi hanno il tasso di fertilità più alto di tutta l’Europa, con 2,6 figli per coppia contro la media europea di 1,3; non deve quindi meravigliare se molte famiglie sono state spinte a migrazioni interne (oltre a coloro i quali hanno deciso di lasciare le isole per la Danimarca, la Norvegia o la Gran Bretagna) in quanto interessate a infrastrutture sanitarie e culturali migliori sia per gli adulti sia per i figli, piccoli e meno piccoli.
Malgrado gli spostamenti, le isole hanno mantenuto la propria cultura sociale basata in modo palese sulle tradizionali attività della pastorizia e delle pesca; anche se la struttura sociale a misura di villaggio è stata sottoposta a notevoli stress organizzativi, con una crescita numerica di centri commerciali che hanno quasi estirpato le forme del piccolo artigianato e del piccolo commercio locale, contribuendo quindi a fungere da fenomeni di aggregazione sociale e di urbanizzazione tutt’attorno a essi. Semmai alcune delle isole si sono attrezzate via via per le esigenze turistiche, non solo con la costruzione di strutture alberghiere ma anche con la trasformazione di alcune fattorie e case private in b&b.
Ma le antiche tradizioni hanno imparato a convivere con il più moderno dinamismo, un po’ come è accaduto nel resto delle società scandinave, grazie anche alla generalizzata espansione di internet, entrata capillarmente nella vita dei faroesi, favorita dal collegamento delle isole al Regno Unito tramite il cavo in fibra shefa. Da ciò è derivata una vera rivoluzione sociale che ha portato ovunque, anche nei centri delle isole più piccole, la rete veloce in fibra ottica, e quindi anche la possibilità di lavoro da remoto, di didattica a distanza e finanche di servizi di telemedicina.

Nel contempo l’isolamento geografico dell’arcipelago ha dissuaso l’immigrazione dall’esterno (che invece ha interessato fortemente le grandi città dei Paesi scandinavi continentali e delle isole britanniche), favorendo la tranquillità e l’apertura dei residenti verso il mondo esterno, con un tasso di criminalità di fatto inesistente: gli unici reati registrati negli ultimi anni sono rappresentati da liti o incidenti legati all’abuso di alcol, tant’è che nelle isole non esistono carceri né detenuti (un paio di persone che in passato, ubriache, hanno procurato ferite ad altri nel corso delle loro liti, sono detenute in una prigione danese). Per questo la gente è abituata a lasciare aperte porte e finestre delle proprie abitazioni, che non hanno recinzioni o barriere protettive, ancor più di quanto già non accada nel nord della Norvegia o della Svezia. E, per quanto ogni sýslur (distretto) abbia il suo corpo di polizia locale, il personale è davvero ridotto al minimo poiché di fatto rimane per la maggior parte dell’anno senza una reale occupazione.
Quanto al rapporto tra cittadini e amministrazioni locali, persino l’ufficio del capo del governo (Løgmaður) a Tórshavn si dice che sia sempre aperto affinché chiunque abbia un problema o una lamentela possa parlargliene di persona!
L’economia locale e i globicefali
Come ha scritto Niccolò Lucarelli, “la cultura marinara e dell’allevamento hanno formato il carattere di un popolo […] che ha saputo domare un paesaggio di roccia, terra e acqua, esposto alla furia degli elementi”. 2) Ma se ancora l’allevamento delle migliaia di pecore che popolano le lande spesso desolate delle varie isole continua a dare un prezioso contributo all’economia delle Fær Øer, grazie sia all’esportazione della pregiata lana che se ne ricava dalla tosatura, sia al commercio delle carni e dei formaggi che dal loro latte viene ricavato seguendo tradizioni alimentari secolari, e mentre si attende il decollo dei proventi legati all’estrazione del petrolio dai vicini giacimenti scoperti da pochi anni tra le isole e la Norvegia, l’attività marinara che per secoli ha rappresentato la base dell’economia locale si è evoluta dalla semplice pesca a bordo di imbarcazioni familiari al largo delle isole a caccia di merluzzi e altri pesci atlantici in quella ben più redditizia e ormai di proporzioni industriali della caccia ai globicefali, nota col nome locale di Grindadráp (in feringio grindafiskur e grindahvalur sono i nomi di questi cetacei, e col termine dráp si indica l’uccisione o, meglio, il macello).

Quella del Grindadráp sembra in realtà una tradizione secolare per i faroesi, presente nella tradizione culturale vichinga, secondo la quale uccidere un globicefalo rappresentava per i maschi addirittura il rito di passaggio dalla pubertà all’età adulta. Inoltre, il sacrificio degli animali aveva un valore sacro, dato che il loro sangue veniva raccolto in ciotole e usato per spruzzarlo sugli altari e sulle pareti dei templi pagani, oltre che sui partecipanti al rito che alla fine della cerimonia banchettavano con la carne cotta su grandi falò (sulle interpretazioni mitopoietiche del Grindadráp torneremo più avanti).
In realtà la carne e il grasso di questi animali ha sempre costituito una buona percentuale della dieta alimentare dei faroesi, insieme alla carne di pecora e ai formaggi; in particolare il grasso divenne molto importante per la trasformazione in olio, che veniva usato per l’illuminazione e quindi esportato a tale scopo anche nel nord Europa. La pelle veniva infine utilizzata per la produzione di corde e funi marinare, anch’esse oggetto di esportazione soprattutto in Norvegia.
Ma oggi tutto è cambiato, come dicevamo, e soprattutto tra maggio e settembre hanno luogo le più importanti battute di pesca (o meglio di caccia) a questi piccoli cetacei (piccoli in confronto a balenottere e megattere) secondo procedure che sono lontanissime dalla sacralità pagana dei culti vichinghi. Grazie anche a una flotta di pescherecci sempre più moderna e attrezzata sia per la pesca di merluzzi sia per la caccia in mare aperto a questi cetacei, la tradizione del Grindadráp ha assunto dimensioni industriali e aspetti ben poco “nobili”, anche per le drammatiche modalità con cui ormai si svolge: essi vengono avvistati già in alto mare grazie a tecnologie moderne che sono in grado di intercettarne le migrazioni, soprattutto in questo periodo attraverso la corrente nord-atlantica, per rincorrere a loro volta i branchi di calamari che si radunano nei pressi dell’arcipelago.
Se infatti un tempo i cetacei venivano circondati in mare aperto da varie imbarcazioni che si disponevano in posizione circolare rispetto al branco al fine di arpionare con facilità i vari esemplari e tirarne a bordo i corpi una volta uccisi in mare, oggi le imbarcazioni adibite a questo scopo si dispongono al largo delle baie e dei fiordi, spingendo a riva gli animali destinati a una morte ancora più crudele che avviene per insabbiamento. Tanto che oggi alcune voci critiche si levano all’interno della stessa società faroese, che contesta sia la sostanza sia le modalità con cui ha luogo quella che ormai è una vera e propria periodica mattanza, alla quale ovviamente si oppongono da anni con veemenza varie associazioni ambientaliste e animaliste.

Ciò che accade in più riprese nel corso dei mesi estivi (e che è diventato anche un triste spettacolo per i turisti che vi assistono dalla costa) è appunto l’insabbiamento di oltre un migliaio di globicefali che vengono spinti, dai marinai con le loro urla e col lancio di pietre in acqua dalle imbarcazioni disposte a semicerchio dopo l’avvistamento del branco, verso la costa, in prossimità delle spiagge di alcune isole (e in particolare sulla spiaggia di Skalabotnur, sull’isola di Eysturoy). Qui i vari esemplari arenatisi senza via di scampo vengono imprigionati con funi e uccisi uno per volta con lame di ogni tipo.
Ma accade che alcuni cetacei, nonostante tutto, provino a fuggire nuovamente in mare aperto e per questo vengono arpionati e trascinati nuovamente a riva con un arpione affilato (chiamato in lingua feringia sóknarongul). Ovviamente in questa mattanza finiscono anche cuccioli di balena e delfini comuni, e alla fine ogni anno si contano anche un migliaio e passa di cetacei che finiscono drammaticamente trucidati.
In ogni caso, dopo aver arenato i globicefali sulla spiaggia, i cacciatori tagliano il dorso delle prede in prossimità della spina dorsale con uno speciale coltello chiamato grindaknívur, che consente una morte più veloce anche per gli esemplari ancora vivi. Quindi gli animali vengono trasportati singolarmente nei magazzini di stoccaggio e di lavorazione da carrelli elevatori, e qui si estraggono dai corpi il grasso e la carne, destinati a un consumo prevalentemente alimentare.
La tradizione vuole che la carne non sia però venduta o distribuita ai vari supermercati per la vendita, ma donata gratuitamente agli abitanti delle isole. La carne di questi cetacei, infatti, non viene più esportata di norma come un tempo al di fuori dell’arcipelago, a differenza dei merluzzi e degli altri pesci pescati dalla marineria locale, che invece costituiscono il grosso attuale dei proventi derivanti dalle esportazioni di carattere alimentare.
Le famiglie faroesi la cucinano quindi in vari modi, grigliata (grindabúffur, secondo la lingua locale) o in umido (grind og spik), stufata con le patate per almeno un’ora. Il grasso viene invece conservato in congelatori o sciolto sul fuoco e riassodato in piccole forme come fosse burro, per essere utilizzato al momento opportuno in sottili fette per accompagnare la carne essiccata o affumicata per l’inverno. I turisti che visitano l’arcipelago, e che vogliono assaggiare queste “specialità”, possono degustarle nelle varie feste, soprattutto estive, in cui carne e grasso di balena vengono venduti per le strade delle città e dei villaggi o costituiscono la base più nota dei menù nei ristoranti delle varie isole.
Tradizioni, arte e folclore
Una full immersion di carattere storico, naturalistico e antropologico sulle isole dell’arcipelago e sul popolo faroese non può prescindere da una visita al Museo Nazionale (Tjóðsavnið) della capitale Tórshavn, con sezioni che spaziano dalla geologia alla botanica, dall’archeologia al folklore, dalla storia all’arte. Tra i tesori esposti vi è una significativa collezione di sculture lignee sacre del ‘400 provenienti dalla chiesa di sant’Olav, nel villaggio di Kirkjubøur; non mancano poi vari abiti tradizionali e interessanti reperti dell’èra vichinga, frutto in particolare degli scavi condotti a metà del secolo scorso da Sverri Dahl. Tra i reperti più significativi una collezione di un centinaio di monete d’argento d’epoca vichinga ritrovate casualmente nel 1863 nel villaggio di Sandur, sull’isola di Sandoy, durante uno scavo.
La casa di William Heinesen, che non fu soltanto pittore ma anche il più importante scrittore delle isole, è un’altra meta culturale di Tórshavn. Purtroppo poco tradotto in Italia, Heinesen fu un acuto e ironico osservatore della società del suo tempo. Gestita oggi dal figlio Zacharias e dalla nipote Elisa, la storica abitazione conserva intatta la personalità dell’artista, tra mobili, quadri e libri d’epoca.

Un altro importante museo della capitale è la Listasavn Føroya (Galleria Nazionale delle isole Fær Øer), ospitata in un tradizionale complesso in legno progettato dall’architetto Jákup Pauli Gregoriussen; la sua collezione, forte di quasi tremila opere, racconta l’arte locale dagli anni ‘30 dell’800 ai nostri giorni attraverso una quantità di dipinti, sculture, opere di grafica e in tessuto, oltre che installazioni di vario genere. Visitare questa galleria significa compiere davvero un viaggio nella cultura locale, al di là delle opere realiste, astratte o espressioniste dei vari autori, dato che anche da queste è possibile riannodare i fili del rapporto della popolazione faroese con il mare e con la natura rocciosa delle sue isole. Tra gli artisti più interessanti vi sono Sámal Joensen-Mykines, le cui tele raccontano la caccia ai cetacei, la passione per il ballo dei faroesi e alcuni paesaggi primaverili e invernali; e William Heinesen, con i suoi paesaggi naturali a volte aspri e a volte dolci, dove la furia degli elementi incide significativamente sulla vita quotidiana.
Sempre all’arte è dedicato un altro museo a Sandur, in cui sono esposte opere provenienti da una delle collezioni private più importanti delle isole con opere di artisti faroesi come il citato Joensen-Mykines, Ruth Smith e Ingálvur av Reyni.
La storia più antica delle isole è invece raccontata da Tjørnuvík, il villaggio più settentrionale dell’isola di Streymoy, che conta appena una settantina di abitanti; qui nel 1956 furono rinvenute tre tombe vichinghe databili alla metà del X secolo; ma anche molte delle tipiche case in legno del piccolo centro abitato poggiano su fondamenta antiche. La presenza vichinga si percepisce anche a Kvívík, uno degli insediamenti arcaici delle isole, dove sono visibili i resti di due abitazioni dalla tipica forma ellittica e il focolare centrale, databili tra il X e il XII secolo.
Kirkjubøur è invece il sito con le più importanti testimonianze di carattere sacro, data la presenza delle rovine della chiesa più antica delle Fær Øer, la cattedrale di san Magnus risalente al ‘300, sorta per volere del vescovo Erlendur e abbandonata in seguito alla Riforma luterana. Oggi l’edificio appare in rovina, senza tetto, anche se le sue forme gotiche trapelano dai fianchi delle mura.

Quasi del tutto inesistente è l’antico villaggio adiacente che ebbe grande importanza nel medioevo; al suo posto si possono visitare alcuni edifici in legno col tetto coperto di torba e la chiesa di sant’Olav, del XII secolo, con le sue pareti bianche, la più vetusta delle isole ancora oggi in uso.
Ma al di là degli antichi edifici e delle istituzioni museali pubbliche, un po’ dappertutto nelle varie isole dell’arcipelago alcune vecchie fattorie sono state trasformate in piccoli musei locali, con arredi e oggetti di uso quotidiano in grado di raccontare come viveva un tempo il popolo faroese. Tra questi piccoli musei c’è quello di Dúvugarður, nel pittoresco villaggio di Saksun, il museo Roykstovan a Kirkjubour, e vi sono anche alcuni villaggi-museo all’aperto, come il vecchio villaggio di Blásastova a Gøta.
Tra le manifestazioni che si svolgono alle Fær Øer nel corso dell’anno, il 25 aprile è dal 1940 il Giorno della Bandiera, che da queste parti prende il nome di Merkið (marchio): già, perché anche le Fær Øer hanno la loro bandiera nazionale, formata dalla classica croce scandinava (come quelle norvegese, svedese o danese), in questo caso di colore rosso con il contorno blu su fondo bianco. Si narra che il rosso indichi il colore del sangue versato dalla popolazione faroese per l’indipendenza delle isole, il blu quello del cielo tanto amato anche come segno di libertà, e il bianco il colore delle acque ghiacciate del mare intorno alle isole.
Sempre parlando di manifestazioni, nei mesi estivi, oltre al Summer Festival tenuto ad agosto a Klaksvik, l’evento principale è indubbiamente l’Olavsoka, la festa nazionale faroese di fine luglio che commemora la morte di saint Olaf, re di Norvegia, il vichingo che si convertì al cristianesimo e volle che tutto il suo popolo lo seguisse nella conversione battezzandosi. Durante la festa hanno luogo anche tornei sportivi, in particolare gare di barche a remi, oltre a danze tradizionali faroesi e a esposizioni artistiche. All’uscita dalla funzione religiosa che si svolge nella settecentesca Dómkirkjan (la cattedrale di Tórshavn), la festa culmina in una grande sfilata lungo le strade della capitale, con la popolazione locale che indossa i costumi tradizionali.
Miti e leggende legati al mare
Alle saghe più note della mitologia norrena si aggiungono alle Fær Øer leggende popolari e miti locali davvero unici; e ai temi di questa mitologia locale possiamo ricorrere per testimoniare e dimostrare l’ulteriore importanza che le tradizioni hanno conservato ancora oggi nella cultura del popolo faroese.
Ovviamente non possiamo non partire dalle relazioni con l’antica mitologia norrena del “rito” del Grindadráp di cui abbiamo parlato prima. In quest’àmbito non si tratta più di una semplice caccia ai cetacei, ma di un rito il cui significato si perde nella notte dei tempi e di cui spesso gli stessi faroesi moderni non hanno più coscienza; un rituale che affonda le sue radici in un mondo di credenze dove la realtà appare popolata da troll, sirene, elfi e personaggi vari che sono i grandi protagonisti dell’Huldufólk, il “mondo nascosto” delle saghe norrene più intimamente legate a queste terre lontane e spesso inospitali.
Solo così si può comprendere perché nelle oscure profondità dell’Atlantico creature come balene, foche e delfini non sono solamente animali che possono interagire con l’uomo, ma esseri ambigui, appartenenti al mondo divino o a quello demoniaco, a seconda delle situazioni, in ogni caso simboli o allegorie di forze del bene e del male. Come spiegare, altrimenti, i pericoli di un mare così “selvaggio”, pronto a “ingoiare” tra i suoi flutti marinai e pescatori nelle loro navi e barche?
Per quanti partecipano al Grindadráp, quindi, questa drammatica forma di caccia è soprattutto una sopravvivenza dell’antico rituale che nascondeva una cerimonia sacra in cui ogni anno i giovani faroesi venivano chiamati a mostrare la loro forza per superare il rito di passaggio previsto per il loro ingresso nell’età adulta. Rito che si trasformava in un evento celebrativo della vittoria dell’uomo sulle insidiose forze oscure della natura con canti e danze liberatorie che alla fine coinvolgevano tutti. Non è un caso che anche oggi il popolo faroese festeggi estasiato la fine del Grindadráp intonando canzoni, agitando in danze sempre più movimentate i loro corpi e raccontando a chi non la conosce ancora l’antica storia della caccia.
Se poi passiamo alle leggende che hanno per protagonisti ancora una volta esseri marini, una delle più interessanti è quella della Kópakonan, la donna-foca. Nel folclore locale si credeva che le foche fossero donne che si erano suicidate gettandosi in mare, magari in seguito al naufragio dell’imbarcazione dei loro uomini, morti a loro volta in mare e anch’essi divenuti cetacei. Le donne-foche una volta all’anno potevano però tornare sulla terraferma, rimuovendo il loro manto da animale marino e assumendo nuovamente la precedente forma umana: questa possibilità era data loro durante la tredicesima notte dell’anno.
Ebbene, la leggenda narra che una volta un giovane del villaggio di Mikladalur, nell’isola di Kalsoy, non credendo a questa leggenda, la tredicesima sera dell’anno si appostò sulla spiaggia attendendo l’arrivo delle foche, che non tardarono a giungere a riva, nuotando dal mare e arrampicandosi sulle scogliere. Una volta approdate, si tolsero il loro manto da animali marini, lo posarono con cura e si mostrarono con la loro antica pelle umana, apparendo così uguali alle persone in vita. Il giovane rimase all’inizio incredulo fissando una giovane ragazza-foca che si stava “svestendo” vicino al posto dove si era nascosto, innamorandosene subito. Pensò quindi di rubarle il manto e nasconderlo, in attesa di capire come si sarebbero evolute le cose e avere il coraggio di dichiararle i suoi sentimenti.
Non appena iniziò ad albeggiare, tutte le donne che avevano trascorso la notte in giro per l’isola tornarono a riva per riprendere i loro manti da foche e tuffarsi nuovamente in mare, ma quella ragazza non trovò il suo. Il giovane contadino si presentò allora con in mano il manto dichiarando il suo amore e il desiderio di starle accanto per la vita, supplicandola di non coprirsi con esso per rituffarsi in mare. Ma la ragazza insisteva, pensando al suo uomo morto in mare a cui voleva comunque ricongiungersi al più presto. Alla fine ella cedette al desiderio di ritornare in vita, forte delle profferte del giovane, e lo seguì nella sua fattoria dove i due vissero alcuni anni insieme avendo anche dei figli.
Tuttavia la fanciulla continuava a pensare al suo primo uomo ogni qualvolta il marito la lasciava per andare a commerciare i prodotti della fattoria. Il manto da foca era ben nascosto in una panca chiusa con una chiave da cui l’uomo non si separava mai, per paura che la donna potesse trovarlo e realizzare il desiderio di tornare a ricongiungersi in mare col suo antico amore.

Accadde però che un giorno il giovane dimenticasse la chiave a casa, e quando vi fece ritorno trovò i suoi bambini ma non la moglie la quale, nel frattempo, aveva trovato la chiave ed era corsa in spiaggia con il manto da foca per gettarsi in mare.
Da quel momento rimase da solo. E quando un giorno gli uomini dell’isola decisero di recarsi in una delle grotte lungo la costa per cacciare le foche che la popolavano, egli fu pronto a unirsi a loro senza dare ascolto alla donna che gli era apparsa in sogno supplicandolo di salvarla dalla mattanza insieme al suo uomo, anch’egli trasformatosi in foca, e ai bambini avuti nel frattempo, anch’essi vivi nel mare sotto la forma forma di cuccioli di foca. Anzi fu proprio lui a uccidere la foca più grande e a portarsela via come fosse un trofeo insieme alle pinne delle foche più piccole.
La sera, mentre insieme ai compagni stava mangiando la zuppa di foca che era stata preparata, la ragazza apparve furiosa e gli scagliò contro la sua maledizione: “Qui giace la testa di mio marito con le sue ampie narici, la mano di Hárek e il piede di Fredrik! Ora ci sarà vendetta, vendetta su tutti gli uomini di Mikladalur. Alcuni moriranno in mare e altri cadranno dalle cime delle montagne, finché ci saranno abbastanza morti che possano unire le mani tutt’attorno alle rive dell’isola di Kalsoy!”. Subito dopo sparì.
Ancora oggi capita che gli uomini del villaggio muoiano in mare o vi cadano dalle cime delle scogliere dell’isola, e si pensa che siano ancora le vittime di quella maledizione, non essendosi esaurita la rabbia della Kópakonan.
Un’altra leggenda riguarda il vicino villaggio di Trøllanes, sempre sulla stessa isola, dove sembra che nel corso della dodicesima notte dell’anno giungano alcuni troll, assai dispettosi se non proprio cattivi. Ebbene, pare che ogni anno questa invasione abbia costretto la popolazione di Trøllanes a fuggire a Mikladalur per salvarsi dalla furia delle strane creature, presenti in tutta la mitologia nordica. Ma una volta un’anziana donna del villaggio non fu in grado di lasciare la sua casa e si trovò costretta quindi a rifugiarsi alla meglio sotto un tavolo per non essere scoperta. C’era quasi riuscita, dato che i troll erano concentrati a far festa in piena libertà, quando sul finire della notte non ce la fece più a trattenere la paura ed esclamò: “Cristo!”.
I troll, udendo invocare il nome di Dio, scapparono via maledicendo la donna e decidendo di non tornare mai più in quel villaggio, che da allora fu liberato dalla loro presenza. In questo caso appare chiaro il contributo della Chiesa e del culto cristiano nel “ripulire” la tradizione culturale dei faroesi dai sedimenti dell’antica mitologia pagana, pur conservandone di fatto il ricordo.
Vi è poi una leggenda che si collega al lago Sørvágsvatn, nell’isola di Vágar; qui vivrebbe un essere mutaforma, Nykur, una sorta di mostro acquatico in grado però di assumere anche la sembianza di un docile cavallo. Proprio con questo aspetto si racconta che Nykur attiri da sempre verso di sé le sue vittime per poi afferrarle e trascinarle sul fondo del lago quando qualcuno prova a cavalcarlo. La leggenda narra anche che un giorno, mentre giocava lungo la riva del lago, un bambino vide avvicinarsi Nykur e, pensando fosse un cavallo, chiamò il fratello più grande, di nome Niklas, per farglielo vedere. Non sapendo ancora parlare bene, il nome che gli uscì dalla bocca fu assai simile a quello del mostro; così non solo i due si salvarono, ma accadde che l’essere, udito il proprio nome fino a quel momento rimasto segreto, perse i suoi poteri e, tornato nel lago da solo, non poté più uscirne in cerca delle sue vittime.
In questo caso non è evidente l’intervento della sacralità cristiana nell’interrompere e far cessare la presenza del male (chiaramente pagano), ma un’altra simbologia che ha nel cavallo l’elemento portatore della salvazione umana. Tuttavia, non possiamo dimenticare come anche la figura del cavallo sia stata spesso sfruttata quale elemento sovrannaturale, non solo dalla mitologia pagana (si pensi al carro del sole trasportato da cavalli volanti, o alla figura mitica e positiva del centauro nella cultura greca), ma anche dal cristianesimo (basti pensare ai cavalieri dell’Apocalisse raffigurati a cavallo, tra i quali spicca il Christus triumphator che monta un cavallo bianco, o San Giorgio che uccide il drago montando anch’egli su un cavallo, senza dimenticare lo stretto abbinamento dell’animale con la figura dei cavalieri medievali).
Un’ultima curiosità riguarda un altro mito, stavolta assai più moderno, quello della spia più famosa al mondo, James Bond, il leggendario agente 007. Forse pochi sanno che la natura drammatica delle isole Fær Øer ha fatto da sfondo al finale del venticinquesimo e finora ultimo film della sua saga, No Time to Die. Qui, l’iconico personaggio ideato dalla penna di Jan Fleming e interpretato nelle pellicole più recenti da Daniel Craig, è chiamato ad affrontare il suo ultimo confronto con il cattivo di turno, Safin, in una base ormai abbandonata della seconda guerra mondiale su un’isola che la sceneggiatura prevedeva tra Giappone e Russia, ma che nella realtà delle riprese è stata quella di Kalsoy, nell’arcipelago faroese; ed è proprio qui che il mitico agente 007 trova la morte. Ebbene, in quello stesso posto, all’estremità settentrionale dell’isola e a pochi metri dal faro di Kallur, gli abitanti del vicino villaggio di Trollanes hanno eretto una lapide in sua memoria, dando concretezza al mito del personaggio. La lapide è subito diventata meta di visite quasi fosse un museo di somma importanza o l’ara sepolcrale dedicata alla figura di un eroe eterno.

N O T E
1) Per convenzione, utilizziamo il termine feringio per indicare la lingua dei faroesi.
2) Viaggio alle Isole Faroe, da “Artribune”, luglio 2024.













