Le Fate non appartengono al folklore mediterraneo, ma sono figlie del leggendario dell’Europa nordica, come tutti i personaggi del folklore alpino. Il celebre scrittore Gaetano Di Giovanni nel saggio sugli Usi e pregiudizi del Canavese le considerava parte di una “internazionale magica” che supera i confini, “essendo chiamate Favas nel Mezzogiorno della Francia, Korrigans in Bretagna, Filatrici e Buone Signore nella Piccardia, Banchèe in Irlanda ed in Iscozia, Nones in altri paesi nordici” e ovunque il loro ricordo riaffiora continuamente.
E non solo nelle leggende. Nel Biellese una Fonte delle Fate si può ancora scoprire ai lati della strada del Ri frëcc da Salussola a Cerrione, dove sgorga seminascosta nel cemento d’un muraglione; e anche se è lasciata nell’abbandono più completo, ridotta a una specie di fogna a cielo aperto, molti popolani la considerano una sorgente speciale, dotata di poteri terapeutici, e continuano ad attingervi l’acqua curatrice.
Un’altra sorgente guaritrice e regolatrice dell’equilibrio corporale si trova a Cerreto Castello ed è nota come Fonte Maggia, dal nome della famiglia da sempre proprietaria della collina dove sgorga, raggiungibile solo a piedi per una strada privata. In origine costituita da tre bocchette d’uscita dell’acqua, alla sinistra della sorgente vi è un secolare carpino monumentale che ombreggia coloro che si fermano a dissetarsi, e su tutta la collina che prosegue fino a Valdengo (dove inizia la salita per Piatto) vi sono fontanili.
La gente del posto, e non solo, ritiene che la Fonte Maggia abbia particolari qualità e vi accorre in gran numero. Per un certo periodo i cartelli mettevano in guardia sulla sua potabilità, non essendo l’acqua né analizzata né controllata; ma la coda di gente in fila coi bottiglioni non è calata, e i cartelli sono stati tolti.
Per fortuna, altre fonti magiche del Biellese continuano a zampillare benessere; alcune anche protette dai mitici “guardiani delle sorgenti” che, come ha spiegato Dario Spada nel suo fondamentale testo sul “piccolo popolo”, sono in realtà elfi femminili, e dunque discendenti dirette delle Ninfe e strette parenti delle Fate.
Sono le protettrici della Fontana Solforosa – nota un tempo come ”Acqua Cacastracci” dall’odore e sapore di uova fracide – che sgorga nella frazione Riviera, in passato chiamata Blatino. Era e resta tutt’oggi una fonte davvero miracolosa e sono ben note “le guarigioni di malattie ostinate e ribelli ad ogni altro rimedio ottenute mercè di quell’acqua”, che nel secolo scorso un medico del luogo considerava “un mezzo eccellente per promuovere le orine e la diaforesi”, prescrivendola “con molto successo nella dispepsia, nelle bronchiti lente, nei catarri di vescica, nella renella, negli infarcimenti ghiandolari, nel gozzo, ed in fine nelle varie malattie della pelle”.
Mentre si valorizzava la fonte rivierasca, a fine Ottocento veniva distrutta la Bonda del Diavolo, un’altra sorgente posta vicino alla strada boschiva da Mongrando a Cerrione, in piena Bessa; e anche la grande vasca detta “del Bochin” è stata lasciata in completo abbandono forse per colpa d’una nomea satanica (in piemontese il boch è il caprone che la tradizione identifica spesso col signore del male).
Talvolta però i racconti di Fate delle fonti, quando sono autentici, hanno esiti tragici e funesti, come quello che si ricorda nel paese valdostano di Fontainemore: qui è ancora viva la tradizione della fontana che sgorgava sotto il monte Préal, o cima di Pria, dove sarebbe vissuta una buona Fata che per sottrarsi alla violenza del marito si sarebbe tramutata in serpente, fuggendo a precipizio dopo aver prosciugato miracolosamente la sorgente, punendo così il coniuge che l’aveva perseguitata e i pavidi montanari che non l’avevano aiutata.
Acque pericolose
Anche in val dl’Elf (Elvo) si tramandano macabri racconti sul piccolo ma impetuoso torrente che prende il nome evocativo di Ara. Negli anni 30, il mio sfortunato nonno materno pubblicò sull’Illustrazione Biellese la tragica storia all’origine della fama sinistra di quel corso d’acqua, raccontando la vicenda di due fanciulle, “esemplari di bellezza alpina forte, opulenta, sana”, che vivevano in due casolari sulle opposte rive del torrente ma erano rivali nel contendersi un giovane montanaro che “possedeva un torso d’atlante, una voce tonante e una forza erculea nei muscoli d’acciaio”.
L’alpigiano amava la ragazza che possedeva una “sensibilità d’animo quasi religiosa”, ma nel contempo “non sapeva sfuggire alle lusinghe viziate” dell’altra.
Una notte la giovane virtuosa aveva deciso di seguire di nascosto l’innamorato “coperta solo dalla bianca camicia” per scoprire se aveva davvero una tresca con la nemica tentatrice. Purtroppo, il giovane era “superstizioso come tutti i contadini” e scorgendo quella figura misteriosa che lo seguiva furtivamente, terrorizzato, perse l’equilibrio cadendo nell’acqua mentre attraversava l’Ara. Salvato dai montanari accorsi alle sue invocazioni d’aiuto, non fu più “il giovane dalla voce maschia, dai muscoli d’acciaio e dal torso d’Atlante” poiché era impazzito dalla paura, e la giovane che involontariamente aveva provocato la sua regressione mentale dopo qualche tempo “morì di mal sottile”.
Anche il lago del Mucrone sarebbe la tomba d’un amore perduto tra un pastore e una bella alpigiana, che lo scapestrato giovane avrebbe abbandonato per seguire una misteriosa femme fatale in una tentacolare città tentatrice e corruttrice. Mentre scendeva a valle abbandonando i suoi monti, egli sarebbe caduto morendo nel torrente Oropa, e anche la sua innamorata, pazza di dolore, avrebbe fatto la stessa tragica fine, annegando nel laghetto alpino. Per miracolo, le acque dello specchio d’acqua si sarebbero aperte, lasciando scivolare il corpo senza vita della giovane accanto a quello del suo amore, unendoli per sempre.
Il lago scomparso
Molta simbologia misterica, difficilmente decifrabile, contiene invece il racconto d’un mancato amore di Fate raccolto dalla tradizione popolare più autentica e descritto dal celebre uomo politico Costantino Nigra in una Versions Piemontaises de la chanson populaire de Renault pubblicata a Parigi nel 1882, che presenta l’essere alato come una enigmatica figura ambivalente, un po’ buona e se del caso cattiva, spietata vendicatrice dei torti e degli inganni, forte dei suoi magici poteri.
Vi si narra l’avventura di “un cacciatore, il quale ogni mattina andava a cacciare nella montagna e vide sotto una rupe una donna riccamente abbigliata, e di una meravigliosa bellezza. La donna, ch’era una Fata, fece segno al cacciatore di avvicinarsi e gli chiese di sposarla. Il cacciatore rispose che non lo poteva, perché ammogliato, e non poteva abbandonare la sua giovane donna. Allora la Fata gli donò una scatola chiusa, dicendo che lì dentro c’era un bel dono per la sua sposa, e gli raccomandò di consegnare a quest’ultima la scatola senza affatto aprirla. Il cacciatore prese la scatola e si avviò, ma cammin facendo la curiosità lo spinse a vedere quello che era nella scatola; e difatti, apertola, vi trovò una magnifica cintura di mille colori, tessuta finemente di fili d’oro e d’argento, e per meglio esaminarla, la legò ad un tronco d’albero, allontanandosi di qualche passo. Ma ché! subito la cintura prese fuoco e l’albero fu fulminato. Il cacciatore, toccato dal fulmine, si trascinò sino a casa, dove messosi a letto, indi a poco morì”.
Il fervido immaginario popolare non ha davvero limiti e lo dimostra la leggenda del lago scomparso a Crevacuore dove la figura d’una misteriosa sovrana molto simile alla “Reina Jana” cuneese domina le acque ma poi muore tragicamente. Anche lei schiacciata, come le Fate delle fonti, da un forte e perduto sentimento.
Nella loro preziosa Guida illustrata pel villeggiante nel Biellese del 1900, Luigi Pertusi e Carlo Ratti spiegavano lo stemma di Crevacuore con un cuore trafitto da un dardo, evocando la leggenda popolare per cui “il bacino di Crevacuore fosse anticamente un lago nelle cui limpide acque si specchiava il turrito maniero d’una principessa bella come il sole e ricca come il mare. Costei, rimasta vedova giovanissima, s’era ritirata in quel suo castello, serbandosi tutta all’amore di un suo unico angioletto di figliuolo. Un giorno che questi trastullavasi sulla riva del lago, con quella gaia spensieratezza propria dei bimbi felici, pose un piede in fallo e sdrucciolò… S’udì un grido e un tonfo. Mute, esterrefatte, accorsero le poco vigilanti ancelle, ma il bimbo era sparito sotto le acque profonde, né per isforzi che facessero i numerosi servi volati al soccorso, lo si poté ripescare.

La desolatissima madre, volendo ad ogni costo avere l’amaro conforto di rendere gli estremi onori al suo diletto, vista tornar vana ogni altra fatica, concepì l’audace disegno di far asciugare il lago per rintracciare l’amata salma. Detto fatto, i suoi molti vassalli sono all’opera, per quei tempi gigantesca. I lavori sono spinti con febbrile attività sotto l’immediata assistenza di quella povera madre. Il lago viene asciugato e nella sua parte più bassa, tra la mota ed un subbisso di pesci boccheggianti, appare il misero corpicciuolo orribilmente disfatto dall’opera distruggitrice della morte. A questa vista l’infelice madre diè in un alto grido e cadde col cuore spezzato. Onde il nome di Crepacuore dato al luogo ed al villaggio, che tosto si venne edificando dagli abitanti dei dintorni”.
Secondo Pertusi e Gatti, “i segni che si annidano a prova dell’antica esistenza del lago” non sono “abbastanza persuadenti”. Tuttavia sia De Bartolomeis nelle sue Notizie topografiche degli Stati Sardi del 1843, sia Casalis nel dettagliato Dizionario geografico del 1859, prendono molto sul serio questa credenza che troverebbe una qualche conferma nel fatto che “nel 1802 nell’aprirsi di una strada sulla collina superiore a questo borgo, e tendente al comune di Caprile, fu rinvenuta l’estremità di una barca”.
Nella piccola toponomastica locale non mancano Cantarana, Moja e Mojetto che sembrano indicare località umide o melmose, mentre l’autorevole geologo francese Jean Baptiste Elie de Beaumont aveva ben notato la presenza di un particolare fossile detto “cabasia” con analoghe caratteristiche nelle rocce della zona. Era “un fait très-curieux” e dimostrava ampiamente l’ampiezza dei mutamenti sotterranei e delle “révolutions dont le sol des Alpes a été théatre”.
Secondo quanto affermava la compianta scrittrice Rosella Osta Sella nel suo prezioso libro sulla Valsesia Segreta (frutto di lunghe ed approfondite ricerche assieme ad Anna Lamperti), il mito del bacino acquatico perduto ha un fondamento reale poiché “ormai è certo che tra la collina di Sopramonte e quella di San Lorenzo e su, fino a Locarno (lo = lago, carn = roccia) e con un ramo a Crevacuore in Valsessera esisteva in epoche remote un grande specchio d’acqua che ha restituito inequivocabili reperti fossili”.
Crevacuore sorge proprio dove nel Sessera si getta l’alluvionare Rio Bodro, un nome che in lingua piemontese evoca confusione (bodrura) e disastri, e non si può escludere che al fondo della leggenda del bimbo caduto nell’acqua ci sia un fatto vero, la tragedia d’un annegato che poi la tradizione popolare ha circondato di fantasticherie, trasformandolo in un essere fatato. C’è molta verità nelle leggende del nostro popolo.












