Negli ultimi due decenni del secolo scorso, tra “Etnie” e Nanni Svampa ci fu un’intensa e affettuosa collaborazione, tra spettacoli organizzati assieme, articoli e trasmissioni radiofoniche, ed è comprensibile che la sua scomparsa, nove anni fa, abbia lasciato un vuoto in un ambiente che lo aveva conosciuto e apprezzato. In particolare, sembrava che dopo di lui le prospettive di sopravvivenza della chanson meneghina fossero parecchio ridotte.
Ma la tradizione di una città così nobile non è disposta a morire. Uno dei pochi artisti capaci di conservarla e riproporla è Walter Di Gemma, classe 1968, cantautore e cabarattista come Nanni, e come lui capace di tradurre grandi autori francofoni nella forma più nobile della lingua insubre (Jacques Brel, Di Gemma; George Brassens, Svampa).
Ci fa molto piacere anche che Di Gemma abbia avuto il coraggio – e oggigiorno ce ne vuole – di schierarsi contro la polarizzazione ideologica della proposta culturale milanese. Lo spunto delle sue dichiarazioni è la chiusura di un locale molto famoso in città:
Negli ultimi giorni, in merito alla vicenda dello Spirit de Milàn, si sono susseguiti interventi, appelli e prese di posizione che hanno progressivamente spostato il dibattito dal piano concreto dei fatti a quello, ben più suggestivo, dei simboli. Tra le espressioni utilizzate, colpisce in particolare il riferimento a un presunto “tradimento dell’identità popolare lasciata da Gaber e Jannacci”.
Si tratta di un’affermazione forte, che merita una riflessione. Perché una cosa è riconoscere il valore culturale, sociale e aggregativo che lo Spirit de Milàn ha rappresentato per molti cittadini; altra cosa è attribuire a una vicenda legata al mancato rinnovo di un contratto di affitto il significato di un danno all’eredità culturale di due grandi artisti milanesi.
Continuo a trovare eccessivo parlare di “tradimento dell’identità popolare lasciata da Gaber e Jannacci”.
Gaber e Jannacci non hanno lasciato in eredità un immobile o un contratto d’affitto, ma un patrimonio artistico, culturale e umano che vive nelle loro opere e nelle persone che continuano a farle conoscere. Lo Spirit de Milàn può aver rappresentato uno spazio importante per quella tradizione, ma identificare un’intera eredità culturale con un singolo locale mi sembra una semplificazione.
C’è poi un equivoco che accompagna da sempre il mondo dello spettacolo e della cultura. Si tende a pensare che il prestigio appartenga ai luoghi, quando in realtà nasce dalle persone che li abitano. Non è il teatro a rendere grande l’artista; è l’artista a rendere grande il teatro. Non è il locale a creare il talento; è il talento a dare valore al locale.
I grandi teatri, i cabaret storici, i circoli culturali e i locali che oggi ricordiamo con nostalgia sono diventati importanti perché vi sono passati artisti capaci di lasciare un segno. Gaber, Jannacci, Dario Fo, Nanni Svampa, i Gufi e tanti altri non sono diventati grandi grazie a un’insegna sopra una porta. Sono stati loro a conferire prestigio ai luoghi che li hanno ospitati.
Quando però quel prestigio si consolida, nasce spesso l’illusione opposta: che il luogo, da solo, possa trasferire valore a chiunque vi salga sopra. Ma la storia dello spettacolo insegna che non funziona così. Un palcoscenico importante può offrire visibilità, non talento. Può dare un’opportunità, non un’identità artistica.
Per questo motivo ritengo sbagliato identificare un’eredità culturale con un edificio o con un’attività commerciale, per quanto meritoria. I luoghi sono importanti, talvolta preziosi, ma restano contenitori. La cultura vive nelle idee, nelle opere e nelle persone. Se un luogo chiude, è una perdita che può dispiacere; se scompaiono gli artisti, le idee e la libertà di esprimerle, allora sì che si impoverisce davvero una città.
Osservo inoltre che negli ultimi anni si tende sempre più spesso a trasformare alcuni luoghi in simboli intoccabili. È comprensibile sul piano affettivo: tutti abbiamo posti ai quali siamo legati per ricordi, amicizie, spettacoli ed emozioni vissute. Tuttavia l’affetto non dovrebbe sostituire la razionalità.
Uno spazio culturale può essere importante, persino prezioso, senza per questo diventare automaticamente un bene pubblico, una causa civica o un simbolo dell’identità di un’intera città. Quando ciò accade, si corre il rischio di attribuire a un luogo un valore quasi sacrale, dimenticando che la sua importanza deriva soprattutto dalle persone, dagli artisti e dalle attività che vi si svolgono.
Milano è piena di luoghi che hanno avuto un ruolo significativo nella sua storia culturale e che oggi non esistono più. Eppure la città ha continuato a produrre cultura, spettacolo, musica e pensiero. Per questo credo che sia necessario distinguere tra il legittimo dispiacere per la possibile chiusura di uno spazio amato e la pretesa di trasformare ogni sua vicenda in una questione di interesse pubblico o addirittura in una battaglia identitaria.
Se poi si vuole chiamare in causa Giorgio Gaber, forse vale la pena ricordare chi fosse davvero. Gaber è stato uno dei più grandi interpreti dell’anticonformismo italiano. Non amava le appartenenze rigide, diffidava delle tifoserie ideologiche e invitava continuamente il suo pubblico a esercitare il pensiero critico.
Più che offrire certezze, Gaber seminava dubbi. E considerava proprio il dubbio uno degli strumenti più preziosi per comprendere la realtà. Oggi, invece, sembra che molti preferiscano le appartenenze alle domande, le etichette alla complessità, le tifoserie al confronto.
Per questo motivo trovo curioso che il suo nome venga spesso evocato per sostenere posizioni già definite e schieramenti precostituiti. Se c’è un’eredità che Gaber ci ha lasciato, non è quella di aderire a una tesi per appartenenza, ma quella di continuare a porci domande, anche scomode, e di mettere continuamente in discussione le nostre convinzioni.
Forse il modo più autentico di onorare la sua lezione non è stabilire da che parte stare, ma avere il coraggio di coltivare il dubbio. Sempre. Anche quando è scomodo. Anche quando ci porta a dissentire da chi ci è più vicino.
C’è poi un altro aspetto del quale si parla poco quando si invoca la difesa della cultura popolare: la libertà di accesso agli spazi culturali.
La questione, infatti, non riguarda soltanto i luoghi, ma anche chi decide cosa debba accadere al loro interno. Nella mia esperienza ho visto troppo spesso direttori artistici assumersi il ruolo di arbitri assoluti del valore degli artisti, selezionando chi può esibirsi e chi no sulla base di criteri che non sempre hanno a che fare con la qualità artistica.
A questo proposito, mi torna spesso in mente un episodio che ho vissuto personalmente. Anni fa collaboravo alla programmazione di un locale insieme a un direttore artistico, attore e cabarettista molto più anziano e conosciuto di me. Con grande entusiasmo proposi il nome di Gianni Magni, artista che ha lasciato un segno importante nella storia del cabaret e della canzone milanese. Lui mi guardò per qualche secondo e rispose semplicemente: “Non lo conosco”.
Al di là dell’episodio in sé, ciò che mi colpì fu l’atteggiamento. Non la mancanza di conoscenza, che può capitare a chiunque, ma la rapidità con cui un nome veniva liquidato senza curiosità, senza approfondimento, senza la volontà di scoprire qualcosa che magari sfuggiva al proprio orizzonte culturale.
Ecco, temo che questo atteggiamento sia più diffuso di quanto si pensi. Quando chi dirige uno spazio culturale si considera l’unico arbitro del valore artistico, il rischio è quello di confondere i propri limiti di conoscenza con i limiti dell’arte stessa. E allora non vengono esclusi soltanto gli artisti mediocri; possono essere ignorati anche artisti importanti, semplicemente perché estranei a un determinato ambiente, a una determinata sensibilità o a una determinata rete di relazioni.
Talvolta entrano in gioco simpatie personali, appartenenze ideologiche, relazioni consolidate o semplicemente la tendenza a privilegiare chi appartiene a un determinato ambiente culturale. Ho visto artisti validi e con una lunga storia professionale essere esclusi o ignorati non per mancanza di qualità, ma perché considerati estranei a certi circuiti o colpevoli di esprimere idee diverse da quelle dominanti.
Un luogo che si definisce popolare e democratico dovrebbe favorire il confronto tra sensibilità differenti, offrire opportunità sia agli artisti affermati sia a quelli emergenti, senza trasformarsi in una cerchia riservata a pochi. Naturalmente qualcuno dovrà sempre compiere delle scelte artistiche, ma tali scelte dovrebbero essere guidate dalla qualità, dalla curiosità e dall’apertura, non dall’appartenenza.
In ultima analisi, il giudizio più importante dovrebbe spettare al pubblico. Saranno gli spettatori, con la loro presenza o la loro assenza, a decretare se un artista ha qualcosa da dire oppure no.
Infine, resta una domanda che considero legittima. Milano ha perso negli anni decine di teatri, cinema, cabaret, librerie, locali e luoghi di aggregazione senza che si verificassero manifestazioni, appelli pubblici o interventi istituzionali di pari intensità. Perché questa volta sì? Perché addirittura l’intervento del Sindaco?
Porsi questa domanda non significa essere contro lo Spirit de Milàn. Significa interrogarsi sulla coerenza del dibattito pubblico e sul modo in cui scegliamo di attribuire valore alle cose.
Se davvero vogliamo difendere la cultura popolare milanese, forse dovremmo preoccuparci non solo della sorte di un singolo locale, ma dell’intero ecosistema culturale della città: teatri di periferia, circoli, piccoli spazi musicali, librerie indipendenti, sale cinematografiche, associazioni e tutti quei luoghi che ogni giorno producono cultura lontano dai riflettori e dalle polemiche.
Perché il vero Spirito di Milano, almeno quello che ho conosciuto e amato, non è mai stato quello delle appartenenze, delle etichette o delle porte chiuse. È stato quello dell’incontro, del confronto e della possibilità, per chiunque avesse qualcosa da dire, di salire su un palco e provarci.













