Due secoli e mezzo: è tutta racchiusa in questo breve arco temporale la storia della più grande potenza economica, finanziaria, politica e militare del pianeta: gli usa. Una storia che ha avuto inizio a Filadelfia il 4 luglio 1776 con il “distacco” delle originarie tredici colonie britanniche dalla sovranità di Londra e la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America dopo anni di tensioni politiche fra i coloni americani e la corona inglese, a seguito delle sempre più pesanti imposizioni fiscali loro imposte e dopo vari episodi insurrezionali culminati in una vera e propria guerra di indipendenza, vinta anche grazie al significativo sostegno della Francia e agli aiuti giunti dalla Spagna e dai Paesi Bassi.
Sotto la guida di George Washington, aveva così inizio la storia di una confederazione di Stati le cui terre si estendevano dall’Atlantico al corso del fiume Mississippi e che in un primo momento comprendevano anche parte dell’attuale territorio canadese, ma non la Florida.
Pochi anni dopo, nel 1789, sempre a Filadelfia fu firmata la Costituzione degli Stati Uniti, a cui due anni dopo venne aggiunto il cosiddetto Bill of Rights (la Carta dei Diritti) per garantire i “diritti inalienabili della persona”. I suoi dieci emendamenti stabilivano una serie di tutele, da quelle che oggi potremmo definire più “liberali” (come la libertà di espressione, religione, stampa, riunione pacifica, eccetera, o come la garanzia di un giusto processo pubblico con l’assistenza di un legale di fronte a una giuria imparziale in caso di incriminazione per qualsiasi reato e il divieto di subire un secondo giudizio per lo stesso reato) a quelle che, rimaste intatte anche ai giorni nostri, appaiono sempre più opinabili sul piano giuridico ed etico, soprattutto per noi europei (come il diritto del singolo cittadino di possedere e usare armi per la propria difesa o per la difesa delle sue proprietà, o come la possibilità di essere condannato alla pena capitale per i delitti più gravi, sebbene la stessa Carta dei Diritti vieti altrettanto esplicitamente la possibilità di subire “punizioni crudeli”).
Una storia di conquiste (e di persone)
L’espansione dei territori statunitensi, iniziata con l’acquisto della Louisiana dalla Francia nel 1802, fu seguita dalla progressiva corsa dei coloni all’acquisizione di nuove terre verso occidente fino alle coste del Pacifico (il mitico “West”), sulla base della concezione del cosiddetto “destino manifesto”: è un’espressione coniata nel 1839 da John O’Sullivan che assecondava una convinzione diffusa a quel tempo, in base alla quale la nuova Confederazione aveva ricevuto dai Padri Pellegrini (un gruppo di puritani inglesi sbarcati nel 1620 sul suolo americano, propugnatori della dottrina della predestinazione) la missione divina di espandersi attraverso tutto il nord America, diffondendovi la propria civiltà e la propria religione.
L’espansionismo dei coloni fino alle coste del Pacifico fu favorita in molti casi dall’attrazione di migliaia di diseredati che giungevano in America da vari Paesi europei, lasciandosi alle spalle la propria povertà e le proprie miserie in cerca di una nuova vita, allettati spesso dalle leggende di mitici tesori che il nuovo continente nascondeva dappertutto. Erano leggende corroborate in realtà dalle grandi ricchezze auree portate in Europa a loro volta da spagnoli e portoghesi dai territori in cui si erano andati insediando fra centro e sud America. Da qui la “corsa all’oro” dei coloni inglesi e francesi, che portò agli insediamenti via via successivi in tutto il nord America e che ha infine prodotto la stabilizzazione del territorio statunitense e quello canadese come li conosciamo oggi.
Fra gli episodi più significativi di questa espansione basti qui citare, per quanto riguarda gli usa, l’Indian Removal Act approvato dal Congresso statunitense nel 1830, che autorizzava il presidente a negoziare trattati per lo scambio di terre con le tribù “indiane” insediate negli Stati dell’est convertendole con territori siti a ovest del Mississippi, atto che risultò determinante per l’abbandono delle loro terre natie e la migrazione più o meno forzata di migliaia di nativi verso i territori occidentali attraverso quel “sentiero delle lacrime” (come venne definito) che provocò in pochi anni migliaia di morti e che finì col relegare i sopravvissuti all’interno di “riserve” create dai nuovi arrivati appositamente per la loro… incolumità.
In quegli anni si aggiungeva anche l’acquisizione della Florida dalla Spagna, che generò una serie di ulteriori conflitti con i nativi locali, fino a quel momento non toccati dalla spesso violenta deportazione dei coloni inglesi. Successivamente si unirono alla Confederazione altri territori conquistati dai coloni che continuavano a giungere sempre più numerosi dall’Europa, come la California nel 1850, la Virginia nel 1863, il Colorado nel 1876, e così via.
L’espansione si protrasse fino alla fine dell’800 e ai primi anni del ‘900, con gli Stati di Washington, del Dakota e del Montana nel 1889, o con l’acquisizione dell’Arizona e del Nuovo Messico nel 1912; mentre gli ultimi due a entrare nella Federazione furono, entrambi nel 1959, le Isole Hawaii e l’Alaska, seppur dopo varie vicissitudini: particolare quella riguardante l’Alaska, che fu venduta dalla Russia che l’aveva appena conquistata giungendo fino alla fine del territorio siberiano, poiché lo zar Alessandro II, dopo la guerra di Crimea, la ritenne solo una terra brulla, disabitata e per giunta poco difendibile, temendo che a causa di essa potesse scoppiare un altro conflitto con il confinante Impero Britannico, presente nel vicino Canada.
I nuovi arrivati
Ma è sulla popolazione che ha via via occupato questi territori che dobbiamo subito fare una serie di approfondimenti. Partiamo da un dato: i coloni americani all’atto della proclamazione degli Stati Uniti erano complessivamente meno di quattro milioni, numero che raddoppiò all’inizio dell’800 per superare i 32 milioni di persone nel 1860 e i 76 milioni alla fine del secolo. Allo scoppio della seconda guerra mondiale i cittadini statunitensi erano nel frattempo diventati più di 130 milioni, mentre oggi la popolazione degli usa conta 350 milioni circa di individui.
Ma prima che i coloni provenienti dall’Europa si stanziassero oltre oceano, chi erano coloro che occupavano inizialmente il territorio statunitense? Dobbiamo a un antropologo italiano, Luigi Luca Cavalli-Sforza, per anni docente a Stanford in California, lo studio più approfondito sulla genetica e sulle migrazioni delle popolazioni insediate nel continente americano. Secondo le sue ricerche, la prima occupazione del suolo nordamericano si ebbe circa quarantamila anni fa da parte di popoli giunti dall’Asia attraverso lo stretto di Bering, a quell’epoca ghiacciato, nell’attuale Alaska e da lì pian piano scesi verso sud e dilagati verso est, cioè verso l’Atlantico.
A queste popolazioni si aggiunsero intorno all’anno Mille i marinai vichinghi, spintisi fin qui nel corso delle loro esplorazioni dei mari del nord, che dopo essere approdati nell’area di Terranova e del Labrador (oggi canadesi) successivamente scesero anche verso sud senza tuttavia lasciarvi insediamenti significativi.
Trascorsero cinque secoli prima che altri europei mettessero piede nel continente americano, anche se il primo di essi ad approdarvi – Cristoforo Colombo nel 1492 – non toccò mai le coste settentrionali del nuovo mondo, fermandosi dapprima in alcune delle isole caraibiche e poi, negli anni successivi, spingendosi ancora verso sud, mai comunque ipotizzando di essere approdato in un “nuovo” continente. Lo stesso Amerigo Vespucci, il primo a comprendere che quelle terre non erano affatto le “Indie occidentali” e che per questo da lui presero il nome, approdò solo nell’America meridionale, mai toccando la parte settentrionale del nuovo continente.
A raggiungere per primi le coste degli attuali usa furono alcuni anni dopo il veneziano Giovanni Caboto, al soldo degli inglesi, e il castigliano Juan Ponce de León.
Gli esploratori dell’epoca trovarono al loro sbarco diversi popoli di discendenza asiatica che subito chiamarono per le loro pitture facciali “pellirosse”; ma il nome più comune rimase quello attribuito loro inizialmente da Colombo, “indiani”, dato che il genovese pensava, come già detto, di aver raggiunto da ovest le Indie. Ma nulla c’entravano queste persone con gli “indiani”, dato che gli stanziamenti dei vari nativi erano a loro volta legati a cicli di migrazioni avvenute in vari periodi soprattutto da parte di popoli di discendenza siberiana e di altri territori dell’Asia nord-orientale.
Nel territorio del nord-ovest, al confine con l’odierno Canada, vivevano gli Yakima, mentre negli attuali stati della California, del Nevada e dell’Utah erano stanziate tribù di Paiute, Shoshoni, Pomo, Costanoan e Serrano; l’area delle “grandi pianure” (la sterminata regione che si estende dalla valle del Mississippi fino alle pendici delle Montagne Rocciose e all’Alberta canadese e che copre un’area di circa 1.300.000 kmq) era invece territorio di antico insediamento di Hidatsa, Sioux, Shoshoni e Comanche, mentre la fascia atlantica vedeva la presenza di Irochesi, Lenape, Shawnee e Illinois. Infine i territori più a sud, in particolare il Texas, erano abitati da Cherokee, Seminole, Chickasaw e Tunica; quelli a sud-ovest da Apache, Mohave, Navajo e Pueblo.
Se, come già detto, i coloni europei all’avvento degli Stati Uniti potevano raggiungere al massimo il numero di quattro milioni, si stima che complessivamente i popoli nativi, già da vari secoli stabiliti sul suolo nord-americano, contassero almeno dieci milioni di persone; un numero certamente più che doppio, sebbene a loro volta prima dell’insediamento in quelle terre dei conquistatori europei questi indigeni costituissero solo un decimo della popolazione complessiva dell’intero nuovo continente (fra nord e sud). Va detto che peraltro esiste anche una difficoltà oggettiva di stima di questi numeri derivante dalla carenza di censimenti diretti, dalla variabilità delle fonti scritte e archeologiche e dagli effetti demografici già in atto prima del 1500 in alcune regioni.
L’America pre-colombiana non era quindi né “vuota” né tanto meno “selvaggia” come il mito del far west ha trasmesso in tutto l’Occidente, essendo popolata da tante etnie con lingue, istituzioni e religioni a loro volta diverse fra loro, e con la presenza in molte aree anche di culture urbane altamente complesse e non solo di piccoli insediamenti “di campagna”. Ma gli europei, oltre a ignorare e poi anche a negare storicamente qualunque informazione sullo stato di quei territori prima del loro arrivo, portarono con sé, con la loro insaziabile voglia di conquista e di depredazione, insieme ai loro cavalli e alle loro micidiali armi da fuoco (entrambi sconosciuti ai nativi), anche malattie ignote fino a quel momento ai nativi, come quelle derivanti dai virus di raffreddore e influenza, vaiolo e morbillo. Morbi che ben presto decimarono intere comunità: in meno di un secolo, infatti, la popolazione indigena di molte regioni crollò anche a causa di tali malattie fino al 90%: si trattò di una tragedia silenziosa, dato che intere tribù morivano nei loro villaggi prima ancora che arrivassero gli eserciti a cavallo a decimarle con le loro armi per rubargli definitivamente le terre e le risorse.
A complicare le cose sul piano genetico e antropologico, come ben sappiamo, si aggiunse l’ampio ricorso dei nuovi coloni europei alla schiavitù, con la deportazione sul nuovo continente di altre popolazioni provenienti in questo caso soprattutto dall’Africa, “usate” per la coltivazione dei campi e i lavori più umili collegati all’allevamento del bestiame. E se all’inizio dell’800 la schiavitù era stata abolita in tutti gli Stati federati a nord della “Linea Mason-Dixon” (una linea di demarcazione che ancora segna i confini fra Pennsylvania, Maryland, Delaware e Virginia occidentale), negli Stati del sud essa rimase ampiamente e a lungo in uso, in particolare fra i coloni proprietari di vasti terreni adibiti alla coltivazione del cotone.
Anche dopo essere stata formalmente abolita dal presidente Abramo Lincoln, a esito della guerra civile che aveva opposto gli Stati del nord a quelli del sud, forme di schiavitù vera e propria o comunque forme di discriminazione razziale più o meno evidenti rimasero in vita o quanto meno latenti in varie aree, aggiungendosi a quelle linee di demarcazione che da sempre erano state costruite per separare gli “indiani” dai discendenti dei coloni bianchi e anglosassoni, in una sorta di tutela della supremazia dell’umanità anglosassone rispetto alla “popolazione di colore”.
Dovevano passare molti anni ancora, come sappiamo, per giungere al momento in cui si realizzassero i fondamentali obiettivi perseguiti dal Movimento per i Diritti Civili promosso dal pastore protestante Martin Luther King, che guidò la lotta contro la segregazione razziale attraverso la disobbedienza civile e la protesta non violenta negli anni fra il ‘50 e il ‘60. Una lotta non violenta culminata con la marcia su Washington del 28 agosto 1963 di oltre 250.000 persone, alla fine della quale Luther King pronunciò quel suo celebre discorso che iniziava con le parole “I have a dream”, nel quale concepiva un mondo in cui le persone non fossero più classificate per il colore della loro pelle e i popoli non fossero più divisi in base alla loro razza.
Fu proprio grazie all’eco mondiale della manifestazione che alla fine fu emanato nel 1964 il “Civil Rights Act”, a cui seguì poco tempo dopo l’attribuzione a Martin Luther King del Premio Nobel per la Pace. Quattro anni dopo, tuttavia, il reverendo perdeva la vita in un attentato a Memphis, proprio come era avvenuto pochi mesi prima a Dallas con il presidente John F. Kennedy, che aveva avuto il torto di schierarsi in favore delle medesime rivendicazioni civili e contro ogni forma di apartheid.
Le ampie migrazioni da tutti i continenti seguite alla seconda guerra mondiale hanno fatto sì che oggi solo un americano su cinque possa continuare a considerarsi di sicura discendenza anglosassone, dato che gli incroci fra popoli immigrati sono ormai esplosi ovunque, sia fra gli strati di popolazione più povera sia fra quelle più ricche economicamente e intellettualmente. Non parliamo solamente dell’ormai abituale matrimonio tra neri e bianchi (per lungo tempo il più rigido degli incubi dei bianchi euroamericani e degli stessi afroamericani), ma delle unioni fra popoli delle più diverse etnie (anglosassoni, caucasici, slavi, latinos, africans, orientali, eccetera) che sono ormai all’ordine del giorno, tanto che alla fine, nonostante tutta la passata intolleranza, gli Stati Uniti sono diventati ormai lo “Stato meticcio” per antonomasia.
Per assurdo che possa sembrare, si è giunti al punto che oggi l’inglese dei padri fondatori non è più la lingua più parlata dalla popolazione, essendo stato superato dallo spagnolo dei latinos, a tal punto che in molti Stati questo è diventato lingua ufficiale, insieme all’inglese, anche nei documenti pubblici. Questo fenomeno, oltre alla presenza sempre più rarefatta di americani “bianchi e puri”, ha iniziato a produrre sempre più vaste reazione da parte di fasce di popolazione ultraconservatrice che, temendo che gli usa perdano prima o poi la loro “vera identità nazionale”, rivendica la propria origine anglosassone e la propria supposta supremazia politica e culturale rispetto a tutte le altre etnie presenti.
Più che mai negli Stati Uniti di oggi questa frattura si è fatta evidente, ed è chiaro che Trump col suo massimalismo non fa altro che cavalcare questa onda anomala con i propri slogan e la propria politica. Come ha scritto di recente Anna Maria Cossiga (Wilderness e Indiani nella costruzione dell’identità etnica americana, Roma 2008), è rimasta intatta e semmai si è ulteriormente accresciuta la logica di una presunta “missione civilizzatrice” dell’America bianca sia all’interno degli Stati Uniti sia al di là dei suoi confini politici.
L’America contemporanea ha sempre voluto costruire un “altro da sé” che ridefinisse continuamente, per opposizione, i tratti salienti della sua cultura nazionale. Che fosse il regime nazista di Hitler, la Corea e il Vietnam comunisti, l’Unione Sovietica della guerra fredda, o l’islam integralista dei nostri giorni, gli Stati Uniti hanno sempre avuto bisogno di un “diverso”, in senso territoriale e ideologico, contro il quale combattere per diffondere gli ideali di libertà, di eguaglianza e di democrazia di cui si fa portatrice. Ma questa “nazione americana”, tuttavia, non ha mai potuto liberarsi di quell’altro da sé senza il quale la sua cultura e la sua identità cesserebbero di essere ciò che sono: gli “indiani” con il loro territorio.
Le antiche culture dei nativi
“L’uomo bianco arrivò in America con l’idea di conquistare nuovi territori e trarne profitto. Una mentalità incomprensibile per i nativi, che non ragionavano in termini economici: per loro il concetto di possesso non aveva alcun senso”, spiega nel suo libro I leggendari guerrieri delle praterie l’antropologo Alessandro Martire, che ha vissuto per trent’anni a stretto contatto con i nativi americani. “E il cristianesimo, a cui i missionari gesuiti cercarono di convertire i nativi, era molto lontano dalla loro spiritualità. Per gli indiani non c’era un Dio, non c’erano profeti: tutto era sacro, dagli animali, alle pietre, ai fili d’erba. Non esisteva il peccato, non esistevano dogmi di fede. Ciò che era importante era il senso di responsabilità nei confronti di ogni forma di vita, e soprattutto nei confronti del gruppo di appartenenza”.
Anche il Grande Spirito di cui parlano molti studi sulla religiosità dei nativi è in realtà, più che la principale divinità di un ipotetico pantheon, una forza che pervade il cosmo e di cui tutte le cose sono costituite, diffusa con diversi nomi presso i vari popoli dei nativi: Wakan Tanka dai Lakota, Gitchi Manitou dagli Algonchini, Watan dagli Arapaho, Oki dagli Irochesi, eccetera.
Le più evidenti espressioni di questa forza, che inizialmente aveva avuto la funzione di energia creatrice, erano la madre terra, la luna, le stelle e i venti; ma ogni essere o ogni cosa presente nell’universo ne era emanazione, dagli animali alle forme vegetali, ramo di un albero piuttosto che mais da coltivare per cibarsene, e perfino le cose inanimate, dall’acqua di un torrente alle pietre.
Questa comune spiritualità li portava a non consumare alcun cibo prima di aver ringraziato il Grande Spirito che aveva dato se stesso per permettere altre vite a forme e creature naturali. La preghiera di ringraziamento, che prendeva il nome di wopyla (che infatti significa grazie), poteva essere preceduta da una purificazione con erbe sacre (l’erba ierocloe, la salvia, il ginepro…) attraverso un rito di sudorazione collettiva. Il rito aveva luogo all’interno di una “capanna sudatoria” nella quale è come se tutto l’universo vi fosse contenuto; essa, sostanzialmente, rappresentava l’incontro delle persone con i quattro elementi della creazione: l’acqua, la terra, l’aria e il fuoco. Pietre incandescenti erano poste al centro della capanna e irrorate con acqua fresca, così da produrre vapore purificatore; le erbe bruciate sulle pietre roventi venivano anche poste sul corpo di ogni partecipante accarezzandolo; seguivano le preghiere, rivolte prima in favore di tutto il popolo, poi dei propri cari, infine di sé stessi, per liberarsi di ogni negatività e rinascere volta a volta con animo nuovo.
Ma, a parte il momento (sacro) del cibo, in realtà non vi era niente, dalle azioni dei singoli a quelle del gruppo, che non fosse preceduto da una preghiera, da un ringraziamento, da un’offerta. È come se i nativi volessero restituire sempre una parte di tutto ciò che ricevevano, come se non volessero prendere mai senza a loro volta rendere in cambio qualcosa. E sacro era anche il luogo abitato dalle varie tribù: ogni accampamento, rispecchiando la loro filosofia di vita, formava un circolo con l’entrata rivolta a est, dal momento che circolare è la vita dell’uomo (le stesse età dell’uomo si susseguono in modo circolare), e sferico è lo stesso universo.

Inoltre, tutti i nativi facevano largo uso del fumo di tabacco con la grande pipa, denominata canumpa wakan dai Lakota e da altri popoli, che usavano tutti insieme per raggiungere stati allucinatori grazie ai quali entravano in contatto con gli spiriti. La leggenda narrava che la pipa, oggetto sacro e strumento di preghiera per antonomasia, usato per fumare il tabacco tutti insieme in circolo davanti al fuoco, era stata donata agli uomini dalla “donna bisonte bianco” (figura ancestrale femminile alla quale era legato anche il rito di passaggio delle ragazze dall’adolescenza all’età adulta). Il fornello della pipa rappresentava la madre terra, il cannello il padre, cioè l’elemento maschile dell’universo sacro. Fu proprio questo uno degli elementi di rottura con la cultura dei missionari cristiani, i quali fecero di tutto per osteggiare l’usanza di fumare insieme la grande pipa sacra, sospettando che le cerimonie invocassero divinità primordiali e figure demoniache che l’evangelizzazione dei nuovi coloni non poteva di certo tollerare.
Quanto ai cosiddetti diritti civili, gli “indiani” avevano idee ben più liberal degli americani anche dei secoli successivi: fra i nativi non c’erano classi sociali predeterminate o ruoli che si ottenessero per via ereditaria, e ogni lavoro, ogni ruolo sociale o ogni incarico finiva nel momento in cui chi lo ricopriva non se ne dimostrava all’altezza. Poi, sicuramente al contrario dei coloni che giungevano dall’Europa (e di tante popolazioni che hanno conservato ancora a lungo la divisione dei poteri fra maschi e femmine), le donne avevano presso i vari popoli un ruolo di primo piano nella società. Alcune addirittura detenevano anche funzioni sciamaniche poiché guarivano dalle malattie, esattamente come gli uomini che, in quanto capi spirituali delle varie comunità, fungevano spesso anche da capi tribù o facevano comunque parte del consiglio degli anziani, a cui erano affidate le decisioni più importanti.
Molte comunità non conoscevano la proprietà privata, ma condividevano terreni agricoli e di caccia, oltre alle praterie per l’allevamento degli animali, forma del tutto inconciliabile di economia sociale che non poteva a sua volta essere accettata né tollerata dai nuovi coloni a cui la Costituzione degli Stati Uniti non solo garantiva la proprietà privata ma anche, come già detto, la possibilità di difenderla con le proprie armi dall’eventuale pretesa altrui.
Tuttavia, non esisteva una cultura unica fra i popoli dei nativi né un’unica lingua: a proposito della comunicazione, si pensa che storicamente si sia giunti a un totale di alcune centinaia di parlate diverse che i linguisti hanno diviso in sei grandi gruppi; con differenze tali che, se da un lato le tribù fra loro confinanti potevano capirsi abbastanza bene, quelle più distanti ci riuscivano solo a gesti.
Molte di queste lingue oggi sono scomparse, come avvenuto con altri popoli divenuti minoritari, e di questo gigantesco patrimonio linguistico non resta molto. La colpa, se di colpa si può parlare, non è però unicamente dell’uomo bianco, ma anche degli stessi nativi che usavano sostanzialmente solo pittogrammi incisi su pelle e pietra, senza l’uso di una scrittura per i documenti comuni, tanto da affidare le loro più importanti narrazioni e i loro miti alla tradizione orale, lentamente andata perduta di generazione in generazione, e non soltanto per lo scontro culturale con i coloni europei. Concretamente oggi negli usa rimangono in vita appena una ventina di lingue native, che vengono infatti insegnate ai bambini dei popoli interessati. In compenso metà degli Stati federali prendono il loro nome da parole o direttamente dal nome di tribù “indiane”: il Nord e il Sud Dakota, il Minnesota, l’Illinois, il Kansas, il Nebraska, l’Alabama, il Missouri, l’Utah, l’Arkansas, l’Idaho, il Wyoming, il Massachusetts, e così via.
Dicevamo che ogni popolo aveva una cultura propria, e questo ci porta a parlare di tradizioni e riti. Per esempio, vi erano alcuni gruppi che praticavano cerimonie sacrificali e riti di passaggio molto cruenti, come quelli dei maschi adulti dei Lakota Sioux: durante i quattro giorni della danza del Sole, si facevano perforare i muscoli del petto o della schiena con appositi ganci di osso legati al palo centrale dell’accampamento o a grossi teschi di bisonte che venivano trascinati sul terreno da altri uomini; ai bambini arapaho venivano invece perforati i lobi degli orecchi dagli uomini-medicina (gli sciamani) seconda una prassi rigidamente regolamentata e che poteva segnare il passaggio all’età adulta già intorno ai dieci anni. Se il bambino osava mostrare segni di dolore, poteva anche essere allontanato irreversibilmente dalla sua famiglia per cancellare l’onta. Ma si trattava di eccezioni, dato che in quasi tutte le altre tribù tali riti non erano affatto così cruenti.
Vi erano poi popoli con ricchissime tradizioni artigiane, come alcune tribù di aree costiere del nord-ovest studiate da Franz Boas e da altri antropologi del ‘900: realizzavano in particolare ceste preziose, pali totemici e coperte raffiguranti animali totemici, ma erano anche bravi navigatori e pescatori sia in mare aperto sia sotto costa, a differenza dei popoli delle montagne e delle grandi pianure centrali che erano soprattutto cacciatori e allevatori.
La celebrazione dei 250 anni
Ebbene, dove sono finiti oggi gli “indiani”? Di loro non si parla apparentemente più se non per le varie cause legali intentate a loro difesa qua e là. Le politiche delle due amministrazioni Trump (e in particolare di quella in corso) hanno aiutato a imprimere un’ulteriore spinta al negazionismo del popolo maga sulla loro presenza e in un certo senso anche sulla loro realtà storica. Il suprematismo bianco tollera già assai male ogni deviazione all’ideale dell’uomo di origine anglosassone, simbolo degli Stati Uniti come “nazione”, e quindi come potrebbe mai ridare una dignità quasi dispersa e perduta agli ultimi rappresentanti dei nativi del continente, sempre meno numerosi e sempre meno ascoltati anche dalla politica locale?
Non si tratta di puro razzismo, come qualcuno ha scritto: ovviamente anche in questo caso nella questione razziale si nascondono questioni assai diverse, con matrici economiche molto evidenti. In primo luogo vi è il sempre maggiore “bisogno” di sfruttamento delle terre sacre dei nativi per l’estrazione di idrocarburi e minerali preziosi: l’amministrazione Trump ha impresso una netta accelerazione a vari progetti in campo energetico, come gli oleodotti Keystone XL e Dakota Access Pipeline che interessano territori di comunità indigene, preoccupate sia per l’importanza sacra delle loro terre, sia per i rischi di inquinamento delle loro risorse idriche.
Vi è stata poi un’accelerazione anche allo sfruttamento minerario di territori soggetti a riserva protetta, come quelli del Bears Ears National Monument nello Utah e quelli del Grand Staircase-Escalante, dove sono in corso nuove trivellazioni e dove sono state aperte nuove miniere estrattive.
Ma anche le stesse riserve (per esempio la Pine Ridge in South Dakota) hanno continuato a soffrire di povertà endemica, disoccupazione e problemi abitativi, aggravati dalle nuove politiche di deregolamentazione economica del governo federale.
La ciliegina sulla torta giunge adesso dal “Time”, un giornale che non è nemmeno lontanamente legato all’area maga (per quanto generalista, appartiene semmai all’area liberal, di centro, con un pubblico più legato al Partito Democratico che a quello Repubblicano). Nel numero speciale dedicato ai 250 anni della nazione americana, come evidenzia la sua stessa copertina, ha ricostruito i fatti salienti della storia degli Stati Uniti, da Lincoln all’industria automobilistica, dalla vittoria nella seconda guerra mondiale contro il nazismo a Hollywood, da Martin Luther King alla conquista dello spazio, dal jazz alla Route 66. Ma nemmeno una parola è stata dedicata ai nativi del continente, rendendo ancora una volta invisibili i popoli indigeni, presenti ben prima della nascita degli Stati Uniti e che ancora oggi vivono (o sopravvivono in molti casi) sul suolo americano.
Appare davvero difficile digerire il fatto che, dopo due secoli e mezzo dalla proclamazione dell’indipendenza, gli “americani” non riescano a riconoscere l’importanza della presenza dei popoli nativi nella loro storia, pur essendo talvolta “costretti” ad accettare in linea di massima la loro multietnicità d’origine. È evidente che per molti in “America” (e non soltanto per il popolo maga) la storia non riesca a essere ancora un terreno fertile di riflessioni etnologiche, ma terreno di scontro per un presunto suprematismo, a sua volta legato unicamente al potere politico personale e alla ricchezza che ne è alla base.












