Lunedì 6 luglio, mentre si svolgeva il vertice nato di Ankara e altri quattro giovani internazionalisti (Bjarne, Una, Ella, Alex) venivano arrestati, l’ennesimo prigioniero politico è morto in Turchia a causa di un lungo sciopero della fame. O forse a causa di qualche intervento imposto per costringerlo a sospendere la sua protesta: secondo alcuni attivisti per i diritti umani sarebbe entrato in coma dopo aver subìto l’alimentazione forzata.
Gürkan Türkoğlu, prigioniero politico curdo alawita, era rinchiuso nella prigione “pozzo” (pit-type prison) di Döşemealtı (Antalya).
Una protesta, la sua, contro le condizioni nelle carceri di massima sicurezza e per ottenere il trasferimento in un carcere non speciale. Dopo l’autopsia il suo corpo doveva essere restituito alla famiglia e trasportato nella sua città natale, Erzincan (provincia curda di Erzincan). Qui nel pomeriggio di martedì 7 luglio era prevista una cerimonia funebre nel quartiere di Çağlayan.

Dopo i primi 250 giorni di sciopero della fame le sue condizioni erano andate peggiorando seriamente. Ricoverato in ospedale il 10 aprile, veniva sottoposto a cure intensive e intubato il 30 aprile. Già domenica 5 luglio il suo stato veniva definito “vegetativo”, nonostante in precedenza ci fosse stato qualche lieve miglioramento.
Le prigioni di tipo “pozzo” (se ne calcolano oltre la cinquantina e altre decine sarebbero in costruzione) vengono denunciate da tempo come una violazione istituzionalizzata dei diritti umani da parte di varie organizzazioni internazionali che ne chiedono la chiusura, definendole “autentici luoghi di tortura fisica e psichica, caratterizzati da un isolamento esasperato e da estrema riduzione di ogni contatto umano”.
Attualmente sono alcune migliaia i prigionieri politici turchi e curdi segregati nelle prigioni di tipo S, di tipo Y e di alta sicurezza.











