L’opera che Toakura ci consegna è una distopia di Tahiti: la Tahiti di domani, ma anche quella di oggi. La corda del Haere Pō, Tia’i-Mēhara, è tesa da entrambe le estremità, e il racconto si aggroviglia, smarrendosi nei meandri incerti della memoria collettiva. (Gli Haere Pō erano i depositari della memoria collettiva, recitavano i vari avvenimenti e la genealogia dei capi aiutandosi con i nodi di una corda, la Tia’i-Mēhara).
La registrazione dell’intero spettacolo si trova sul sito di TNTV.
Tahiti, l’isola dove il fuoco ancestrale continua ad ardere sotto la cenere senza spegnersi.
Tahiti, la barriera corallina che sfida le onde senza mai piegarsi.
Tahiti che si è innalzata come un unico blocco.
Tahiti, un popolo che segue un’unica direzione.
È giunta l’ora in cui il popolo-montagna si levi, in cui la terra trema sotto i suoi passi.
È un popolo in piedi.
Una nazione in cammino.
Un solo corpo.
Un solo respiro.
Una sola volontà.
Eccolo, saldo nella sua forza.
Popolo potente.
Popolo del potere.
Ecco il popolo di Tahiti dai riflessi ocra,
la Tahiti dalle sfumature gialle di Atara’a, colore di Rā, il sole.
Un popolo fiammeggiante, libero… riunito attorno a un solo uomo: Manatū, il Capo.
Tutti celebrano con fervore il fulgore del Grande Maestro, scandendo all’unisono, come una litania, i mantra collettivi.
Il popolo acclama la sua Guida e le presta completa obbedienza sotto lo sguardo della Milizia dei Mata-Tūtonu, occhi che scrutano, incaricata di far rispettare le leggi.
Elevazione, dispiegarsi fragrante dell’identità femminile di Tahiti Nui.
I profumi delle donne si diffondono tutt’intorno; sono simili ai fiori della terra che le ha viste nascere.
Agitazione, fremito, ondeggiare di profumi diversi.
I loro sguardi sono rivolti verso le altezze eteree e verso il cielo allo zenit.
La bellezza della donna ha forse sostituito quella della natura?
Dietro l’apparente prosperità di una società ideale, forte della propria identità,
Tahiti, fiera e vigorosa, tenta di mantenere la schiena dritta,
mentre Tia’i-Mēhara, il Guardiano dei Ricordi, cerca di dissipare la confusione che oscura il suo spirito.
Invoca la memoria, affinché l’Ignoranza si impadronisca della conoscenza e la trattenga.
Che venga rivelata la parola autentica.
Che il pensiero non si allontani mai dalla sua giusta via.
All’improvviso una visione interrompe il momento di elevazione spirituale: tutte le cime della grande Tahiti sono interamente avvolte da una nebbia misteriosa! Perfino la montagna ‘Orohena è scomparsa dal paesaggio familiare! Il respiro si fa affannoso, la parola vacilla, il corpo di Tia’i-Mēhara trema di terrore: il popolo ha perduto la memoria,
e l’uomo ha preso il posto della montagna.
Dalla sua altezza, Manatū domina la folla.
Con la sua potenza la abbaglia.
È l’uomo che ha cancellato dalla memoria il nome delle antiche creste.
Colui che si è innalzato al posto delle montagne.
L’uomo che ha mozzato le cime, e ora svetta sopra ogni cosa.
Intorno a lui ribolle il fervore dei guerrieri di Tahiti Nui, uniti dal legame di sangue e di sudore, per piantare nella terra e scolpire nell’aria la gloria del Maestro.
Il loro avanzare fa tremare le radici degli alberi.
Un’onda d’urto che nulla può arrestare, poiché portano sulle spalle l’impeto e l’arroganza del potere.
Uomini senza radici, che hanno costruito la propria identità sulla forza protettrice di Manatū.
Uomini senza fondamenta, cresciuti nella fede in un’unica Guida e in un unico Padre,
colui che ha trasmesso il suo sapere e la sua visione del mondo.
Senza il fondo della piroga, senza radici, ma con un unico tronco.
‘Orohena è crollata nella memoria degli uomini divenuti ignoranti.
Manatū, guida capace di radunare le folle.
Manatū, divenuto per tutti una nuova montagna.
Il Maestro proclama il suo amore per il suo popolo.
Promette una vita nell’abbondanza.
Promette una vita senza fatica.
L’amore e le promesse danno però origine al divieto.
Divieto del mare.
Divieto della terra.
Divieto del pensiero.
Il mare ondeggia nel canale di To’atā.
È la mano del Maestro che nutre il popolo.
Un popolo ridotto allo stato animale.
Un popolo-pesce dallo stomaco spalancato.
Pesci di ogni specie si sono radunati in banchi.
Osservano attentamente il cibo che viene gettato.
Si muovono all’unisono.
Risalendo in superficie, scivolando verso il fondo.
Scattano all’improvviso.
Sono affamati.
Sono posseduti.
Si gettano sul cibo.
Sono voraci.
Divorano con avidità.
I loro ventri si tendono.
Sono sazi.
Il popolo si raccoglie attorno al Maestro,
che fa scandire con insistenza la sua potenza di dispensatore di nutrimento.
Sazio, il popolo manifesta eterna riconoscenza al proprio Maestro,
che diventa il Salvatore della loro umanità.
Il popolo è conquistato dalle parole inebrianti di Manatū:
“La montagna impedisce la piena coscienza.
È verso l’orizzonte lontano che dobbiamo rivolgere lo sguardo,
per distinguere chiaramente il nostro cammino.
Cerchiamo un’esistenza fondata su basi autentiche,
per i nostri discendenti.”
Senza montagna, senza terra, senza oceano,
il popolo è libero!
Ma una voce discordante si leva controcorrente.
È una voce di ribellione che mette in discussione queste nuove fondamenta.
Una voce di collera che rifiuta la cieca sottomissione.
È la voce di Urāēva, che denuncia una libertà soltanto apparente.
Invano.
Nel cuore della notte risuonano i canti sacri che glorificano
l’onnipotenza della Guida spirituale.
Lodi dolci come la cera innalzate in segno di riconoscenza.
Potenza che si erge, potenza di vita.
Potenza unica che ci salva.
Potenza originaria che unge la nostra anima di bontà.
Non esiste alcun potere più grande del suo.
Manatū invita il popolo a respirare il fumo.
Il fumo che vortica sulla terra.
Il fumo che placa la collera.
Il fumo che intossica il popolo.
È realmente una nebbia terrificante.
Che lascia senza fiato, come alle soglie della morte.
Nebbia che sconvolge la mente.
Nebbia che cancella il pensiero.
Nebbia che risucchia la coscienza.
Nebbia che mantiene il popolo nella dipendenza dal potere costituito.
All’improvviso risuona il pū, la conchiglia.
È il momento della cerimonia delle offerte.
Carne esposta sull’altare come le primizie della prima pesca, offerta all’unica Guida.
Donne e uomini dai volti splendidi, dalle membra floride ma ormai fredde, sono diventati essi stessi offerte, primizie destinate al Grande Pescatore della stagione.
È Manatū a dirigere questo immenso gioco.
È colui che governa, il maestro della cerimonia, colui che dispone.
Colui che manipola con la punta delle dita le donne e gli uomini che gli vengono offerti.
Sorveglia la sensualità e la dolcezza della danza.
Danza di banderuole, danza di marionette, che danza è mai questa?
Automi illuminati.
Assetati di sopravvivere, desiderosi di piacere… o destinati a morire.
L’offerta suprema sull’altare delle libertà calpestate.
Un’offerta, una donna, un volto.
Affinché il seme del creatore sgorghi come fertilizzante della terra.
Danza per sopravvivere, per piacere all’Onnipotente.
Danza per sopravvivere, per non morire.
I legami della falsa libertà stringono i polsi.
Danzare, danzare ancora, danzare per sempre.
Danzare la vita, danzare il respiro, danzare la dignità.
Il pōhue, la liana, si estende sulla terra come i tentacoli di Tumura’ifenua, la piovra mitologica.
Tentacoli che imbavagliano la bocca.
Tentacoli che riducono al silenzio la parola.
Tentacoli che respingono la dignità.
Tentacoli che fanno inciampare il respiro.
Tentacoli che si mascherano da bontà.
Tentacoli che generano il male.
una voce discordante si leva ancora una volta.
L’ultimo tentativo di convincere coloro che si sono convertiti.
L’ultimo tentativo di liberare gli spiriti sottomessi.
Nel nome del Padre, dei figli e dei vani spiriti.
Ma quella voce viene soffocata, imbavagliata e imprigionata.
Risuonano gli echi di un altro tempo,
come una memoria improvvisamente riemersa.
Sonorità della parola sacra, messaggera della terra.
I presagi si risvegliano.
La corda del Haere Pō piange l’umanità errante.
Silenzio assordante.
Il suono del Pū squarcia la notte e le viscere.
Urāēva viene consegnato ed esposto in piazza To’atā.
Sotto il frastuono di una folla assetata di giustizia,
il condannato vede le corde muoversi tracciando cerchi concentrici.
Un primo giro viene compiuto, un secondo cerchio lo avvolge, la folla si agita.
Viene impresso un primo ritmo, il secondo legaccio stringe il suo corpo, la folla insiste.
Il sudore cola negli occhi del condannato.
Ormai vede tutto offuscato, dentro di lui cresce una collera profonda, un risentimento immenso di fronte al tumulto del popolo e della Milizia.
Il suo desiderio di mettere tutti in guardia resta incrollabile.
O Tahiti Nui dal volto spento, Tahiti, astro decaduto a causa dell’ignoranza…
Un ultimo spasmo. Un ultimo movimento dei muscoli.
Un secco schianto. La liberazione. L’ultimo respiro.
Il grido di dolore di ‘Ite-ātea trafigge la notte in lutto.
Viscere lacerate, lacrime sterili cadono sul suolo calpestato dal popolo.
Manatū afferma la propria supremazia.
La supremazia di un popolo sulla natura.
La supremazia di un popolo sugli altri popoli.
Il tempo si deforma, congelando il terrore.
Tia’i-Mēhara dissipa la nebbia che aveva invaso gli spiriti.
Parole della corda che richiama i legami.
‘A hi’o tō mou’a, guarda la tua montagna, mormora la corda della memoria
La montagna è montagna fin dai tempi antichi.
La montagna resterà montagna fino alla fine dei tempi.
Anche se la nebbia dovesse ricoprirla,
la montagna rimarrà per sempre montagna.
La montagna è il tuo rifugio.










