Fino alla Seconda Guerra mondiale il mondo germanofono era assai più ampio rispetto a oggi. Il tedesco non era parlato soltanto nei territori che per secoli avevano fatto parte dei domini prussiani, come la Slesia, la Pomerania e la Prussia orientale. In numerosi Paesi dell’Europa centro-orientale, infatti, esistevano comunità germanofone insediate da secoli, spesso separate tra loro da centinaia di chilometri e circondate da popolazioni di lingua e cultura differenti. Erano vere e proprie isole linguistiche: dai sassoni della Transilvania ai tedeschi dei Paesi baltici, dalla Volinia alla Dobrugia.
Tra queste comunità vi era anche quella della Crimea, quasi dimenticata ai giorni nostri. A dispetto della modesta consistenza numerica, essa ebbe tuttavia un ruolo non trascurabile nella storia della penisola.
La colonizzazione russa
Le origini della minoranza tedescofona crimeana sono strettamente legate alla colonizzazione russa delle steppe pontiche, in particolare delle aree bagnate dal Mar Nero e dal Mar Caspio. Nel 1783 la zarina Caterina II – detta “La Grande” – annesse il Khanato di Crimea ai domini della dinastia Romanov, ponendo fine a una statualità durata oltre tre secoli.
All’epoca della conquista, la penisola era tutto fuorché russa: la maggioranza degli abitanti era composta da tatari, un gruppo etnico turcofono di fede musulmana sunnita. Costoro erano affiancati anche da due comunità ebraiche, i caraiti e i krymchak, linguisticamente integrate nel mondo turcico. Essendo i tatari profondamente diversi dai russi – anzitutto sul piano religioso – la percezione nei loro confronti presso la corte di San Pietroburgo era piuttosto negativa, segnata da una diffidenza verso un gruppo di sudditi sospettato di infedeltà. Per questa ragione, l’amministrazione imperiale cercò di incentivare la loro emigrazione, favorendo al contempo l’arrivo di nuovi residenti cristiani.
Fu Caterina II a inaugurare la colonizzazione della Crimea, invitando famiglie da tutto il continente europeo a insediarsi nella regione, promettendo appezzamenti di terreno e privilegi fiscali per rendere più allettante la proposta. All’appello risposero migliaia di persone tedescofone, provenienti da una serie di territori quali la Baviera, il Baden, il Württemberg, il Palatinato, la Svizzera e l’Alsazia-Lorena. Così, nel 1803 le autorità russe fecero arrivare a Odessa numerose famiglie provenienti da regioni germaniche, trasferendole successivamente in Crimea. Siccome la penisola era ritenuta particolarmente adatta per la coltivazione della vite – in virtù del suo clima mite – molti dei coloni reclutati erano esperti di viticoltura, che San Pietroburgo intendeva introdurre nei nuovi territori.
Nel giro di pochi anni, dunque, sorsero nuove borgate: nel 1804 nacque il centro abitato di Neusatz, mentre nel 1805 fu la volta dei villaggi di Friedental, Heilbrunn, Herzenberg, Kronental, Otus, Rosental e Zürichtal. Una minoranza dei migranti, invece, si stabilì in cittadine già esistenti, specialmente presso Sudak.
La grande maggioranza delle colonie tedesche erano popolate da protestanti; tuttavia, a Rosental prevaleva la componente cattolica, mentre Kronental e Zürichtal presentavano una popolazione mista. Tra le fila dei protestanti predominava la corrente luterana, sebbene non mancassero famiglie riformate.

Nel corso dell’Ottocento aumentò il numero di villaggi popolati da tedeschi. Alcuni furono fondati da immigrati originari di altre isole linguistiche dell’impero zarista: gli immigrati di Berdjans’k fondarono nel 1859 l’insediamento di Schönbrunn, quelli dell’oblast di Černihiv crearono il paese di Byten nel 1861, mentre nel 1862 alcuni coloni emigrati dall’area di Zaporižžja popolarono la località di Karassan.
Altri centri abitati, invece, vennero edificati da tedescofoni provenienti dalle colonie già esistenti in Crimea, le cosiddette “colonie-madre”. Difatti, i villaggi costruiti agli albori della colonizzazione si trovavano soprattutto ai piedi delle montagne, in aree dove i terreni arabili scarseggiavano. Pertanto, diverse famiglie scelsero di abbandonare le colonie-madre, creando così delle colonie-figlie, come Konjaly (1839), Neudorf (1844), Freudental (1849) e Neuhoffnung (1852).
Da minoranza modello a nemici dello Stato
I contadini tedeschi, dediti soprattutto alla coltivazione di uva e cereali, divennero rinomati nella zona, sia perché misero a frutto molti terreni fino ad allora incolti, sia perché andarono a formare una classe sociale di agricoltori benestanti. La loro importanza era tale che verso la metà del XIX secolo il 41% dei terreni coltivabili della regione apparteneva a questa comunità, nonostante il suo reale peso demografico: stando al censimento del 1923, il loro numero si assestava sulle 40 000 unità (6,4% dei crimeani), mentre le statistiche del 1939 parlano di 51.300 tedeschi (4,6%). Nonostante la lontananza geografica dalle terre d’origine, essi riuscirono a conservare la propria lingua, grazie alla nutrita rete di scuole parrocchiali, alla persistenza di contatti con i Paesi germanofoni e al prestigio di cui godeva il tedesco nell’impero russo.
Nel 1914, con lo scoppio della Grande Guerra, Russia e Germania si trovarono su fronti opposti. I tedeschi dell’impero zarista, dunque, divennero nemici delle terre da cui partirono i loro stessi antenati. Quattro anni dopo, però, in seguito alla rivoluzione bolscevica e al trattato di Brest-Litovsk, la Russia di Lenin uscì dal conflitto, consegnando agli imperi centrali vasti territori dell’Europa orientale.
Ufficialmente, tra le zone cedute non figurava la Crimea; ciò nonostante, le truppe degli imperi centrali approfittarono della debolezza russa per occupare anche la penisola. Il generale Erich Ludendorff sognava di trasformarla in una colonia tedesca, nella speranza di farne una Gibilterra della Germania. Il suo piano, in particolare, prevedeva la creazione un’entità politica autonoma guidata dalla minoranza tatara e da quella germanofona, incentivando al tempo stesso l’arrivo di nuovi coloni tedescofoni. Sotto il patrocinio di Berlino venne quindi creato il governo regionale della Crimea, che riconobbe come idiomi ufficiali il russo, il tataro e il tedesco. Tuttavia, con il profilarsi della disfatta sul Fronte Occidentale, Ludendorff propose di spostare i tedeschi verso ovest per arruolarli nell’esercito.
Fortunatamente, la sconfitta del Secondo Reich nel conflitto vanificò tutti questi progetti.

Tra le due guerre mondiali, la Crimea costituiva una repubblica socialista sovietica autonoma (rssa) all’interno della Repubblica socialista federativa sovietica russa (rsfsr), una delle repubbliche fondatrici dell’urss. Inizialmente, i vertici comunisti del Cremlino promossero politiche di indigenizzazione: la korenizacija, nelle aree in cui risiedevano consistenti minoranze etniche, creava suddivisioni amministrative e istituzioni dedicate proprio a tali gruppi. Nel caso dei germanofoni crimeani furono designati due distretti – Bijuk-Onlarsk e Telmanskij – al cui interno esistevano apposite scuole e organi rappresentativi. Al tempo stesso, però, numerosi edifici religiosi cattolici e protestanti subirono la demolizione, la chiusura o la conversione ad altro impiego, riflettendo l’atteggiamento antireligioso del regime comunista. Il quadro delineato durò fino al 1938, quando – in un clima internazionale già teso – le autorità sciolsero le scuole e le istituzioni della minoranza.
Nel giugno di tre anni dopo la Germania nazista lanciò l’Operazione Barbarossa, che condusse alla rapida occupazione dei territori occidentali dell’Unione Sovietica, inclusa la Crimea. Per evitare che la popolazione tedesca potesse cooperare con l’aggressore, Stalin ordinò il reinsediamento coatto di tutta la minoranza germanofona: nell’agosto del 1941, dunque, 50 000 di loro patirono la deportazione nel Kazakhstan. Così, quando l’anno seguente la Wehrmacht riuscì a occupare la penisola, appena 4900 persone di ascendenza germanica rimanevano nella regione.
Hitler, dal canto suo, auspicava di fare della Crimea una colonia del Terzo Reich, dalla quale rimuovere ogni elemento straniero. Slavi, tatari ed ebrei dovevano perciò lasciare spazio ai nuovi coloni germanici, che nella visione di Berlino potevano essere individuati in Alto Adige e in Romania. Per questa ragione la penisola fu ribattezzata Gotenland (“terra dei goti”), mentre la città di Sebastopoli divenne Theodorichhafen (“porto di Teodorico”) in onore del celeberrimo sovrano ostrogoto.
In realtà il piano non si concretizzò mai: non solo non arrivarono nuovi coloni tedeschi in Crimea, ma le popolazioni turcofone e russofone presenti non vennero rimosse. Nella primavera del 1944 l’Unione Sovietica riprese il controllo della Crimea: per gli oltre 2000 crimeani tedescofoni rimasti, il ritorno della bandiera rossa segnò l’ora della deportazione.
Soltanto nel 1989 – in piena perestrojka – il regime sovietico condannò fermamente tutte le deportazioni staliniste. Con la fine delle restrizioni alla libertà di spostamento, i tedeschi poterono tornare in Crimea; eppure, solamente 9500 di loro presero questa decisione.
Peraltro, la maggioranza di quanti tornarono si spostarono in un secondo momento verso la Germania o la Russia. I dati del 2014 mostrano appena 1800 persone di etnia tedesca residenti in Crimea; qualora si contassero anche quanti hanno parziali origini germaniche, però, sebbene la cifra sarebbe più elevata. Oggigiorno la minoranza risiede principalmente in città come Evpatoria, Jalta, Feodosia e Simferopoli, dove il russo – e non certo il tedesco – rappresenta la lingua dominante. Del resto, pochissime famiglie hanno conservato i dialetti germanici tramandati dagli antenati: la maggioranza considera ormai il russo come il proprio idioma materno.












