Chiunque almeno una volta abbia guardato con un po’ di attenzione una carta geografica antica esposta in un museo o una sua riproduzione stampata su un libro, si sarà reso conto che, al di là dell’approssimazione dei contorni e dei confini delle terre emerse rispetto a mari e oceani, è possibile riscontrare in tutti gli esemplari disegnati – quanto meno fino al periodo rinascimentale – una presenza fissa laddove le conoscenze del tempo apparivano deficitarie e superficiali: animali spesso mostruosi popolavano infatti gli spazi “vuoti”, con una rappresentazione di forme il più delle volte lontanissima anche dalle cronache (magari ampollosamente arricchite di particolari immaginari) riportate dai primi esploratori e dai più indomiti marinai dell’epoca, evidenziandosi piuttosto come espressione di fantasie immaginate tout-court o come ricostruzioni surreali di avventure mirabolanti di figure eroiche da prendere a modello.
Come ha messo in luce anche Juan Gil, 1)
riferendosi ai grandi navigatori a cavallo tra la fine del ‘400 e la prima metà del ‘500, a spingerli in molti casi verso l’oceano sconosciuto oltre le mitiche colonne d’Ercole era proprio il desiderio di avventura in sé, la possibilità di trasformare la propria impresa in un evento memorabile, il senso di sfida alle credenze di miti e di leggende, sia quelli medievali sia quelli classici, per di più ritornati in auge col rinascimento, i quali continuavano in ogni caso ad aleggiare nell’aria in una società che non riusciva ancora a fare del tutto a meno di esprimersi per allegorie e simboli.

i mostri nelle mappe antiche
Carta Marina di Olaus Magnus (1539).

Anche il Theatrum orbis terrarum dell’olandese Ortelio, apparso in un prima edizione nel 1570, nel costituire un primo approccio di tipo generale al problema della cartografia e della geografia nel suo complesso, in quanto rappresentava il primo esempio di “atlante” nel senso che noi moderni diamo a questo termine, si presentava ancora come una summa un po’ scomposta e “anarchica” di conoscenze geografiche, etnografiche e anche mitologiche. L’edizione definitiva, che apparve nel 1595, elaborata a seguito delle scoperte avvenute nel frattempo e a seguito dei vari suggerimenti man mano pervenuti a Ortelio da navigatori, altri cartografi, mercanti e missionari, rimaneva imperniata analogamente su una struttura nella quale gli oceani erano popolati da mostruosi leviatani o da altre creature fiabesche, mentre le nuove terre, dai confini tracciati talora in modo dubbio o al contrario esagerato, apparivano in un susseguirsi fiabesco di nomi poetici e musicali di regioni, di città, di fiumi, di monti, che non sempre erano semplici traslitterazioni dei nomi originari.

i mostri nelle mappe antiche
La carta del mondo di Ortelius (1570).

In particolare i più audaci navigatori dell’epoca, nell’accingersi a compiere le loro epocali traversate oceaniche (a bordo, ricordiamolo, di imbarcazioni strutturalmente deboli per un mare aperto e sconosciuto), sapevano che avrebbero sfidato non solo le forze della natura, dai venti alle tempeste, ma anche le forze mirabolanti dell’ignoto, raffigurate in quelle prime carte nautiche come mostri, draghi, sirene, eccetera. E nondimeno, come novelli eroi, quasi indomiti eredi dell’antico Ulisse, affrontavano ugualmente il mare convincendo a seguirli una ciurma che era composta da altrettanti eroici e spavaldi avventurieri.
Rinoceronti ed elefanti dalle proporzioni grottesche, piuttosto che paurose balene più simili a mostri demoniaci e grandi pesci quadrupedi con la testa di scimmia o di alligatore, erano i veri e indiscussi protagonisti delle loro carte, presenti proprio dove i vuoti delle conoscenze dell’epoca inducevano i cartografi o perfino gli artisti a dover in qualche modo “riempire” i vuoti che emergevano materialmente nelle loro opere a causa dei loro deficit informativi.
È chiaro che la funzione ricoperta da questi mostri non era estetica, ma rispondeva a precise funzioni culturali e a un preciso “ruolo psicologico”: se a volte potevano essere utili a segnalare pericoli reali, soprattutto in base a specifiche esperienze del passato riportate da marinai o esploratori (mostri marini che stritolavano navi inabissandole indicavano le zone in cui i flutti e le correnti erano considerati più letali; branchi di bestie feroci dai connotati fino a quel momento ignoti pronti a sbranare mettevano in guardia chiunque si fosse avventurato oltre i confini noti), la loro presenza in questi documenti cartacei testimoniava al contrario il bisogno di materializzare, dandovi una qualche forma, creature che a loro modo potevano personalizzare e dare espressione concreta ad angosce e paure profonde, perfino “incorporando” (cioè dando un corpo esteriore) antichi miti come il Ketos greco, come il Leviatano biblico o ancora come la figura del profeta Giona inghiottito dalla balena (Yūnus nel Corano islamico).
Questi esempi ci portano ad affermare che il concetto di spazio non è solo dato in senso geografico (concetto che esula certamente dalla sola cultura occidentale). In ogni caso le varie discipline scientifiche o pre-scientifiche anche del passato hanno da sempre affrontato il tema dello spazio da diversi punti di vista: quello matematico, per esempio, nell’àmbito del quale si è sviluppata la geometria a partire proprio dalla misurazione delle superfici; quello della fisica, che ha subìto nel tempo forse i mutamenti più radicali (legati soprattutto alle recenti teorie su materia e tempo); e ovviamente quello della geografia, che, secondo Cristiano Giorda, “è passata dall’utilizzarlo come categoria assoluta a ordinatore logico di processi sociali, economici, politici e culturali”. Sempre secondo lo stesso autore, “lo spazio, nell’uso in campo geografico, non è solo un’estensione materiale, misurabile e definibile in modo oggettivo, ma anche una rete di interazioni e di fenomeni. Comprende inestricabilmente l’estensione materiale e l’organizzazione sociale, il contenitore e il contenuto”.
E così, proprio “per distinguere l’idea dello spazio assoluto dall’idea di spazio come sistema sociale, politico, economico e culturale, si usa il concetto di spazio relativo, che sottolinea come questo spazio sia espressione di un punto di vista variabile nel corso del tempo in base alle idee dei gruppi sociali che lo riconoscono”. 2)

i mostri nelle mappe antiche
Mostri di mare e di terra in un’antica carta dell’Africa.

È proprio ciò che è accaduto con le carte geografiche dell’antichità, come peraltro ci viene confermato dalla loro evoluzione: sappiamo, infatti, che con la rivoluzione scientifica e il perfezionamento degli strumenti di esplorazione, a partire dalla fine del ‘600 i mostri di terra e di mare pian piano scomparvero da carte, atlanti e mappamondi, 3) lasciando spazio a dati più precisi e a rappresentazioni più veritiere. Ma la loro presenza anche in opere successive fa emergere l’idea che a quel punto i mostri avessero perduto la loro funzione originaria, decadendo (come i miti dell’antichità) solo a fenomeni e a rappresentazioni esteriori; anche perché la destinazione di queste opere, peraltro del tutto realizzate a mano anche da famosi artisti, non era più legata alla reale navigazione o alla reale guida in territori ormai via via esplorati, ma diventava soprattutto motivo di incetta da parte di nobili e collezionisti, al pari delle altre “opere d’arte”, per mostrare agli ospiti della loro maison la loro cultura e ricchezza analogamente a una tela dipinta (meglio se un ritratto della propria persona o di illustri antenati), a una scultura dell’antichità (autentica o falsa) o a un grande vaso di porcellana orientale.
D’altronde, sempre riprendendo il pensiero di Giorda, possiamo affermare che lo spazio relativo è stato storicamente indagato anche in base alla percezione mentale e alle idee sullo spazio come modello epistemologico della società che lo controlla e lo trasforma, divenendo così proprio uno “spazio culturale”.
In questo spazio culturale, l’inconscio sembra quindi che continui tutt’oggi a non accettare il “nulla”, a non tollerarlo nemmeno, se è vero che prova a riempirlo in qualche modo di immagini e simboli che aiutano la persona a superare le paure e le angosce da esso derivanti, proprio come gli antichi cartografi allorché disegnavano mostri terrestri e marini negli spazi vuoti delle loro carte. Possiamo giungere ad affermare che in ogni tempo il vuoto abbia rappresentato una sorta di “buco nero” dello spazio psichico individuale e anche dell’inconscio sociale che le varie culture hanno provato a riempire in qualche modo con le simbologie, con le forme rituali e con la rappresentazione dei miti che risultava a loro più congeniale.

i mostri nelle mappe antiche
Il Kraken.

N O T E

1) Cristoforo Colombo e il suo tempo. Miti e utopie della scoperta, Milano 1991.
2) Cristiano Giorda (e altri), Lo spazio in geografia, fisica e matematica. Un concetto ponte per didattiche interdisciplinari?, da “Ambiente Società Territorio” n. 3, 2014.
3) Il primo esemplare di mappamondo tridimensionale, che incluse anche il Nuovo Mondo, è datato attorno al 1504: prende il nome di “Globo da Vinci” perché attribuito a Leonardo da Vinci. Fu realizzato unendo le metà inferiori di due uova di struzzo.