Il 30 settembre, in coincidenza con la “giornata della verità e della riconciliazione” (National Day for Truth and Reconciliation – Journée nationale de la verité et de la réconciliation; detta anche Orange Shirt Day – Jour du chandail orange), è stata emessa la sentenza della 57esima sessione dedicata ai bambini indigeni scomparsi e alle sepolture senza nome in Canada.
La sessione, tenuta a Montreal dal 25 al 29 maggio 2026, era stata convocata su richiesta del Native Women’s Shelter di Montreal, con il sostegno di diverse organizzazioni: Future Generations Foundation, David Suzuki Foundation, Know History, jfk Law llp, Aboriginal Legal Service e il Daphne Art Centre. Con lo scopo di ripristinare la realtà, la visibilità, l’entità e le responsabilità storiche in merito agli abusi subiti dai piccoli indigeni, oltre che dalle loro famiglie e dall’intera comunità di appartenenza.
Al Tribunale Permanente dei Popoli (tpp) il compito della composizione della giuria, formata da sette giuristi, accademici e difensori dei diritti umani provenienti da diversi contesti geografici, nonché esperti di diritto indigeno, giustizia di transizione, diritto penale internazionale e diritti delle minoranze: lo spagnolo Carlos Beristain, la canadese Katsi’tsakwas Ellen Gabriel, la statunitense Seánna Howard, la neozelandese Valmaine Toki, la britannica Frances Webberè, il canadese Andrew Woolford e lo spagnolo Carlos Castresana.
Nel corso di cinque giorni (25-29 maggio 2026) i giudici avevano esaminato l’accusa di genocidio e crimini contro l’umanità commessi dal Canada contro i popoli indigeni delle first nations, inuit e métis. Ascoltando testimonianze “sull’allontanamento forzato, sugli abusi fisici e sugli stupri di minori; sulla reclusione, sul lavoro forzato e sui decessi per malattie non trattate, maltrattamenti, malnutrizione; sulle sparizioni; sulle sepolture in tombe non contrassegnate; e sulla sterilizzazione forzata di molte donne”. Oltre ad analizzare le prove di “accaparramento di terre, acqua e altre risorse; sull’espropriazione e sull’allontanamento dei popoli indigeni dalle loro terre ancestrali; sulla separazione dei bambini dai genitori; e sul tentativo di distruggere intere culture, modi di vita, lingue e ordinamenti giuridici”. Con testimonianze sugli effetti subiti da individui, famiglie e comunità indigene. Compreso il “trauma intergenerazionale, che porta con sé proprie patologie – dipendenze, abusi, violenza, suicidio, il circolo vizioso degli interventi dei servizi di tutela dei minori, l’eccesso di controllo di polizia, l’incarcerazione sproporzionata e l’alienazione sociale e culturale – destinate a perdurare finché non saranno affrontate le cause profonde”.
Il tpp non è stato il primo a esaminare l’impatto sui diritti fondamentali del sistema delle scuole residenziali indiane (irss) in Canada. Già nel 2015 la Commissione per la verità e la riconciliazione del Canada (trc) aveva concluso che l’irss equivaleva a un “genocidio culturale”. I popoli indigeni hanno considerato questa conclusione (per quanto tardiva) come un passo importante affinché “il Canada affronti la propria eredità di genocidio coloniale e razzismo, e prenda misure per ottenere riparazioni reali”.
Così la National Inquiry for Missing and Murderd Indigenous Women and Girls (nimmiwg), nel suo rapporto finale del 2019, definiva “genocidio” la violenza contro le donne e le ragazze indigene. In precedenza, nel 1996, la Royal Commission on Aboriginal Peoples (rcap) aveva riconosciuto la sovranità indigena e l’espropriazione coloniale delle terre, chiedendo un radicale ripensamento del rapporto del Canada con i suoi popoli indigeni.
Tuttavia – ed è questa la convinzione del tpp – finora gli attesi cambiamenti non si sono realizzati. Anche ai nostri giorni “il numero, i nomi e il luogo in cui si trovano i bambini morti o scomparsi restano sconosciuti, e molti giacciono sotto i campi coltivati, sotto i campi da golf o nei terreni lungo le strade. Milioni di documenti che potrebbero aiutare le famiglie a ritrovare i propri cari restano nelle mani del governo canadese e delle chiese, e la distruzione degli archivi negherà l’accesso ai familiari e ai loro discendenti”. Prosegue inoltre l’esproprio delle terre e delle risorse ancestrali indigene, mentre i bambini che crescono nelle riserve “si ammalano per la mancanza di acqua potabile e di servizi igienici”.
Quantomeno inquietante, poi, che da quando l’irss è terminato (1996/97) le sottrazioni di bambini indigeni ai genitori siano state di numero maggiore (circa 165.000) rispetto ai 130 anni di storia delle scuole residenziali (bambini sottratti circa 150.000).
Il comunicato del tpp del 30 settembre aggiunge: “Oggi, nella Giornata nazionale per la verità e la riconciliazione, il Tribunale conclude che il Canada ha commesso i crimini internazionali di genocidio (la deliberata distruzione di un gruppo in quanto tale) e crimini contro l’umanità, in particolare apartheid e sparizione forzata. Tali crimini proseguono finché non saranno affrontati con un cambiamento reale, e non meramente simbolico. Il Tribunale individua inoltre violazioni di altri trattati internazionali sui diritti umani, quali la Convenzione sui diritti dell’infanzia e le Convenzioni contro la discriminazione razziale e di genere. I modi in cui il Canada ha eluso le proprie responsabilità per i crimini internazionali commessi si sono espressi con l’esclusione del ‘genocidio culturale’ nella Convenzione sul genocidio del 1948; non ratificando importanti trattati contro l’apartheid e le sparizioni forzate; e non inserendo questi crimini, né forme di genocidio come il trasferimento forzato di minori, nella propria legislazione interna”.
Per cui il governo canadese dovrebbe “riprendere in esame gli appelli all’azione della rcap, della trc e della nimmiwg e impegnarsi in un nuovo rapporto che soddisfi le richieste indigene di uguaglianza sovrana”. Raccomandando di “indagare a fondo, assistere e sostenere il recupero e la tutela dei corpi e dei luoghi di sepoltura dei bambini indigeni, garantendo finanziamenti adeguati e continuativi, supporto tecnico e logistico, nonché la divulgazione e il pieno accesso a tutta la documentazione pertinente, nel rispetto della sovranità indigena sui dati”.

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Il memoriale allestito davanti alla Vancouver Art Galleruy per ricordare i bambini indigeni vittime delle scuole residenziali canadesi, in particolare dopo il ritrovamento delle centinaia di resti anonimi nei pressi della ex scuola di Kamloops.

Pressante poi l’invito a indagare (“e agire”) ugualmente sulle “sterilizzazioni forzate e coatte, con la formazione del personale medico, l’applicazione di sanzioni ai responsabili e la riparazione per le vittime. Si chiedono interventi riguardo alle donne e alle ragazze indigene assassinate e scomparse, ai difensori della terra e all’autogoverno indigeno. Il sistema di tutela dei minori deve essere finanziato in modo da prevenire, anziché incentivare, l’allontanamento dei bambini”.
Si esorta infine il Canada a garantire “riparazioni per le violazioni dei diritti sulla terra e per il trauma intergenerazionale, a rivitalizzare le lingue indigene, a rispettare e riconoscere le risorse, gli ordinamenti giuridici, il sapere medico e i luoghi sacri indigeni, e a finanziare e assicurare un accesso equo ad alloggio, assistenza sanitaria, istruzione e altri servizi sociali nelle riserve”.
Tutto ciò a costo di modificare se necessario “la propria legislazione interna per conformarsi pienamente agli obblighi internazionali in materia di diritti umani e per incorporare le prospettive indigene”.