Armi USA ai curdi? Mai viste

In concomitanza con i bombardamenti operati da Israele e Stati Uniti, le esecuzioni in Iran hanno subìto una drammatica impennata. Soprattutto nei confronti dei dissidenti e di tutti coloro che vengono accusati di aver “attentato alla sicurezza nazionale”.
Tra il 17 marzo e il 21 maggio 2026 sono stati almeno 34 i prigionieri politici impiccati dal regime. E l’ombra della forca incombe sempre più anche su una ormai storica prigioniera politica, Pakhshan Azizi (come denunciano preoccupate molte ong, in particolare Amnesty International). Stando a quanto viene diffuso da Rojhlat Info, la Corte iraniana avrebbe confermato la sentenza contro la militante curda e l’esecuzione potrebbe quindi essere imminente.
Arrestata nell’agosto 2023 a Teheran, veniva portata nel carcere di Evin: cinque mesi in isolamento totale, subendo torture e maltrattamenti. Nel luglio 2024 Pakhshan Azizi veniva condannata a morte per baghy (ribellione armata contro lo Stato). Tra le “prove” – alquanto opinabili – a suo carico, la partecipazione a una manifestazione nel 2009 contro l’esecuzione di uno studente curdo; il sostegno alle famiglie dei manifestanti uccisi nella ribellione del 2022; l’impegno umanitario verso le donne e i bambini curdi fuggiti dalle persecuzioni dello Stato islamico in Siria.
Per Amnesty International il suo caso è “politicamente motivato”. Inoltre Amnesty denuncia l’utilizzo della pena di morte in Iran come “un’arma per ridurre al silenzio le voci dissidenti e i militanti”.

Niente armi, afferma il pjak

In questi giorni il portavoce stampa del pjak (Partito per una Vita Libera in Kurdistan), Gelawêj Ewrîn, è intervenuto sulla questione delle presunte armi consegnate – secondo Trump – ai curdi iraniani, pretendendo che il presidente dica chiaramente a chi sarebbero state consegnate; aggiungendo che se qualche organizzazione curda ha ricevuto tali armamenti dovrebbe dichiararlo pubblicamente.

Nel febbraio scorso, cinque partiti di opposizione curdi (PJAK, Komala, PAK, PDKI e Khabat) hanno formato una coalizione chiamata Alleanza delle Forze Politiche del Kurdistan Iraniano.

Già in altre occasioni i curdi avevano negato di aver ricevuto armamenti dagli usa: “Come pjak affermiamo che Trump non può denigrare il popolo curdo sostenendo di aver consegnato armi che poi i curdi non starebbero usando”. I curdi nel Rojhlitat (il Kurdistan entro i confini iraniani) posseggono “una loro forza sia politica che militare” e soprattutto non hanno “ricevuto niente da Washington”. Se effettivamente tali armi fossero state date a qualche organizzazione politica, Trump dovrebbe “dichiarare apertamente a chi, a quale partito sono state consegnate”.
Le dichiarazioni del presidente americano (“abbiamo dato le armi, ma non le usano”) rappresentano  una minaccia non solo per il pjak, ma per tutto il popolo curdo. In grado sia di provocare ulteriori reazioni di Teheran contro di loro, sia di “incrinare la fiducia del nostro popolo nei nostri confronti”. Al contrario, “il nostro popolo sa che siamo arrivati fin qui contando sulle nostre forze, intervenendo dove e quando era necessario”.
Sollevare e coltivare tali dubbi non giova a nessuno ed è “vergognoso cercare di umiliare un popolo con questi metodi”.
Soprattutto – aggiungo – un popolo come quello curdo che ha dimostrato ampiamente di possedere consolidate capacità proprie di resistenza.