Martire, nell’accezione primitiva di testimone, è colui che ha reso testimonianza del Cristo fino al sacrificio della vita. In origine il termine fu applicato agli Apostoli, quindi passò a coloro che avevano reso prove straordinarie di attaccamento alla fede e infine fu dato a quanti versarono il loro sangue per il nome cristiano. Ma il concetto stesso di martire nel tempo ebbe a subire un processo di assimilazione dove martire divenne non solo chi effuse il proprio sangue, ma anche chi perì nelle prigioni, in esilio e anche chi da esiliato poté ritornare tra i suoi.
Nello stesso tempo in cui si allargava il concetto di martire, nasceva e si rivalutava quello di confessore. Confessore diviene colui che nella vita quotidiana osserva la povertà volontaria, la sopportazione dei mali, il sacrificio a pro dei fratelli, la mortificazione del corpo, uniti alla preghiera per una incessante glorificazione del Signore, virtù eroiche che in molti casi suppliscono al martirio.
Questi eroi della fede richiamarono ben presto le lodi dei Padri della Chiesa e la venerazione dei fedeli. Tra gli altri, Sant’Agostino diceva che molti consumano nel letto il loro martirio, e lo stesso merito hanno San Pietro martirizzato e San Giovanni vissuto in continenza. Per San Metodio la verginità è un martirio per tutta la vita e San Girolamo può scrivere di una madre: “Mater tua longo martyrio coronata est. Non solum effusio sanguinis in confessione reputatur, sed devotae quoque mentis servitus cotidisnum martyrium est”, ovvero: “Tua madre è stata coronata da un lungo martirio. Non solo lo spargimento di sangue è considerato nella confessione, ma anche il servizio di una mente devota è un martirio quotidiano”. Cosicché San Paolino, riaffermando un concetto espresso da molti, dirà: “Passura voluntas sufficit et summa est meriti testatio voti”, “la volontà di soffrire è sufficiente ed è la più alta testimonianza del merito del voto”.

Gli asceti

L’affermazione di queste idee determinò ben presto, dopo i martiri e i confessori, una terza categoria di personaggi, gli asceti, i quali contarono nomi illustri come Ilarione (372), Simeone Stilita (459), Ambrogio (397), Delfino di Bordeux (404), Girolamo (420), Efrem (373), giusto per citarne alcuni. Il culto reso ai confessori e agli asceti dopo la morte non fu dissimile da quello dei martiri. Si onorarono le reliquie, si celebrarono anniversari, e in onore dei più venerati si eressero basiliche. In seguito, lo sviluppo della vita cristiana distinse vari tipi di santi confessori e asceti: vescovi, abati, monaci. Nella tarda antichità fu esaltato l’ascetismo; nel medioevo, l’opera di carità a favore degli indigenti e dei perseguitati.
L’origine del culto dei martiri risale almeno alla seconda metà del II secolo d.C., e connessa alla sua istituzione si pone anche la questione relativa a un preventivo giudizio positivo sull’autenticità del martirio. Si è supposto, infatti, che anche nell’antichità venisse adottata una procedura in un certo modo analoga a quella attualmente seguita dalla Romana Congregazione dei Riti. Anche la popolarità giocò un ruolo importante nelle vicende del culto di un martire. Si può anzi affermare che da essa dipese l’eclissi di certi martiri anche illustri e la quasi repentina ascesa di altri. Ma la popolarità stessa fu anche determinata da circostanze e fatti di varia natura, che sfuggono sovente a un’indagine propriamente storica e si lasciano spiegare come espressioni autentiche di psicologia popolare.

Il culto dei martiri

Il culto dei martiri si manifestò in due modi: la cura per il sepolcro e le celebrazioni liturgiche in onore delle reliquie. Al culto del sepolcro del martire si associarono comunicazioni dirette con l’esterno lì dove la sepoltura era ad catacumbas, ovvero in catacomba, e si aggiunsero ai sepolcri decorazioni, rivestimenti marmorei, ornamenti in metalli preziosi, corredi di cortine auree, gemmate, trapunte, talvolta transenne, plutei, o veri recinti che proteggevano la tomba dal popolo.
Nei giorni della festività dedicata, l’anniversario del martire, si arricchiva il luogo con altri doni: ceri dipinti, candelabri, lucerne che ardevano presso il sepolcro, serti di foglie e fiori che davano una nota festiva al luogo sacro, mentre si spandeva l’odore di liquidi profumati e olio che i fedeli non dimenticavano mai per i martiri e che ritraevano santificati dal contatto.

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Reliquia di San Valerio di Weyarn, Baviera.

Dalla consuetudine di sacralizzare i liquidi derivò poi il costume di mettere a contatto delle tombe venerate oggetti di ogni sorta, specialmente stoffe, considerate come preziose autentiche reliquie denominate brandea, palliola, sanctuaria, nomina. Fu proprio questo genere di oggetti a preservare i sepolcri dei martiri per lungo tempo dalle manomissioni e dal desiderio delle comunità di possedere singole parti dei resti dei martiri o l’intero corpo.
Per molto tempo la norma fu rigorosamente osservata, mentre gli orientali non si contentarono di reliquie indirette. L’esempio fu Costantinopoli, la nuova Roma, che priva di santuari di martiri importò in breve tempo una serie impressionante di reliquie da ogni parte dell’Oriente. Così come la capitale, altre città del Medio Oriente si arricchirono di reliquie: Antiochia, Edessa, Cesarea, Alessandria; l’Africa pullulava di reliquie d’ogni sorta, vere, fittizie, false, e le lotte contro i donatisti moltiplicarono i falsi martiri. Il movimento scismatico dei donatisti, nato dalle tesi del vescovo di Numidia Donato di Case Nere, nel 311 sosteneva una Chiesa dei Martiri, rifiutando la validità dei sacramenti amministrati dai vescovi o sacerdoti che avevano ceduto alle persecuzioni romane consegnando ai magistrati romani i libri sacri e spesso abiurando, ma ritornando poi tra le braccia della Chiesa cristiana.
Sant’Agostino d’Ippona fu il principale oppositore del donatismo difendendo la validità dei sacramenti indipendentemente dalla moralità del sacerdote. Roma, al contrario, dette un esempio ammirevole di fermezza rispetto a tale collettiva mania di fornire le comunità di reliquie, come in Oriente, traslando e frequentemente smembrando i resti dei santi martiri. Tuttavia con le invasioni barbariche la Chiesa d’Occidente fu spesso costretta ad abbandonare luoghi di culto, cimiteri e santuari e, nel corso del IX secolo, a spogliare quasi integralmente i santuari extraurbani, tentando di salvare attraverso le traslazioni le reliquie dei martiri.
Nonostante ciò l’esempio di Roma ebbe un certo peso anche nella prassi di altri Paesi d’Occidente, favorendo la salvaguardia delle reliquie, ma anche attuando un metodo di “accoglimento”: volentieri si accettavano reliquie vere dall’Oriente, ma raramente si manomettevano le tombe dei martiri indigeni.
Furono gli eventi della Chiesa di Milano a dar forma al fenomeno dei Corpi Santi. Durante il vescovato di Ambrogio, il quale era venuto in contrasto in quel periodo con l’imperatrice Giustina per l’uso di una basilica per gli ariani, durante gli scavi presso la basilica dei santi Nabore e Felice il 17 giugno 386 vennero ritrovati i corpi di due martiri, Gervaso e Protasio, la cui memoria era quasi scomparsa. Segni miracolosi di guarigioni di malati e indemoniati alla sola vista dei corpi confermarono la santità delle reliquie. Le spoglie vennero traslate nella Basilica Martyrium, che diverrà poi Basilica di Sant’Ambrogio, e sepolti accanto alla tomba che Ambrogio aveva predisposto per sé.

Distribuzione dei resti

Da tale evento il fenomeno dei Corpi Santi diede seguito a una nuova attività: l’invenzione delle reliquie. Il primo esempio si ebbe con Santo Stefano nel 415, a Caphargamala. Presso Gerusalemme, il sacerdote Luciano ebbe una visione in sogno del rabbino Gamaiele che si dichiarò lì sepolto con Stefano. Con l’approvazione del vescovo Giovanni di Gerusalemme, gli scavi portarono alla luce i resti. Nel momento in cui venne aperta la tomba di Santo Stefano, la tradizione vuole che la terra tremasse e dalla sepoltura si sprigionasse un aroma fortissimo e dolce simile a una miscela di incenso e mirra, percepita a grande distanza: 73 persone affette da infermità e malattie guarirono immediatamente respirando quel profumo, poi abbondanti piogge caddero sulla regione da tempo colpita da una grave siccità.
Tali prodigi servirono dunque a dimostrare l’identità del corpo: il profumo ne rappresentò la santità, il terremoto la potenza divina e le guarigioni la natura intercessoria di Stefano. Da qui una immediata divisione dei resti che divennero di fatto delle reliquie. In parte furono trattenute dal vescovo, altre minori furono distribuite a testimoni e pellegrini, altre ancora raggiunsero Minorca e il Nord Africa, mentre il nucleo principale fu spostato prima a Costantinopoli e poi a Roma. Questa forma di dispersione divenne dunque il fondamento teologico per la credenza secondo cui anche piccolissimi frammenti, i pignora, possedessero l’intera potenza miracolosa del santo martire rappresentato inizialmente dai suoi resti completi.

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Le suore si occupano ancora del restauro delle reliquie. Qui le spoglie di Gervasio e Protasio.

Una conseguenza importante delle invenzioni dei Corpi Santi e della dispersione di particelle di reliquie fu il sorgere simultaneo di chiese dedicate a uno stesso santo che lo celebrano anche in date diverse. Contemporaneamente il nome del santo assurto a popolarità per l’arrivo delle sue reliquie entrò a far parte del martirologio locale, ottenne una festività propria, divenne in qualche caso un santo indigeno con relativa leggenda redatta per l’occasione.
Ma se da una parte il fenomeno sarà un importante elemento di fede e credo, dall’altra porterà allo sviluppo di un vero e proprio commercio delle reliquie, né mancarono clamorosi casi di furti organizzati da comunità che ne erano sprovviste. Nel tempo si ebbero momenti di maggiore e minore cultualità e fede in periodi storici più o meno difficili, legati in particolare a guerre e carestie. Per esempio, nell’area del Medio Volturno con le guerre gotiche furono distrutti e abbandonati molti casali e villaggi, spesso con la perdita stessa di culti dedicati a santi martiri, ma che in parte si riscoprirono al termine degli eventi bellici e con la rifondazione dei nuclei urbani.
In periodo rinascimentale, è con la spinta della Controriforma che vi sarà un vero e proprio risveglio del culto dei martiri. In risposta alla Riforma Protestante – che criticava aspramente il culto delle reliquie definendolo superstizione – la Chiesa Cattolica reagì con il Concilio di Trento (1545-1563) riaffermando con forza la legittimità della venerazione dei martiri e dei loro resti.
Tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, si verificò un incremento dei ritrovamenti di martiri, innescando una vera e propria caccia ai Corpi Santi. La riscoperta delle catacombe romane come quella di Priscilla nel 1578 darà il via all’estrazione massiccia di ossa, identificate appunto come “corpi santi” di martiri e inviate in tutta Europa per rinvigorire la fede cattolica.

La devozione si organizza

Rispetto al medioevo, il rinascimento segna il passaggio da una devozione spesso popolare e disordinata a una regolamentata. Nel 1588 nasce la Sacra Congregazione dei Riti, che centralizza i processi di canonizzazione per verificare l’autenticità dei miracoli e delle reliquie, cercando di eliminare i falsi storici.
La devozione verso i santi martiri e i loro resti fu quindi regolamentata in modo rigoroso, articolandola in un processo a tre livelli principali che si formalizzarono nella Sessione XXV del Concilio di Trento nel 1563, allorché la Chiesa stabilì norme precise per eliminare gli abusi medievali.
Da allora fu necessaria l’approvazione dell’autorità vescovile, e fu proibito esporre “nuove reliquie” o riconoscere “nuovi miracoli” senza il giudizio e l’approvazione scritta del vescovo locale. Venne bandita ogni forma di “turpe ricerca di denaro” legata alla visita delle reliquie, si impose il controllo dei festeggiamenti e i vescovi dovettero vigilare affinché le feste dei santi non si trasformassero in occasioni di disordine, lusso o “abuso del mangiare e del bere”.
In seguito si costituì nel 1588 il sistema della Centralizzazione Romana per sottrarre il culto all’arbitrio locale. Papa Sisto V creò come accennato la Sacra Congregazione dei Riti con la bolla Immensa Aeterni Dei: l’istituzione divenne l’unico organo competente a regolare i riti sacri, gestire le cause di canonizzazione dei santi e garantirne l’autenticità storica e dogmatica, anche con una regolamentazione più tecnica: ogni resto estratto doveva essere accompagnato da un documento ufficiale definito “autentica” e le teche dovevano essere sigillate per evitarne la manomissione.
Si definirono gerarchie chiare con reliquie di prima, seconda e terza classe per stabilire quali resti potevano essere esposti sull’altare o riposti sotto di esso, passando in tal modo da una devozione frammentata a un sistema piramidale dove nulla poteva essere venerato senza l’avallo dell’autorità ecclesiastica.
Questo lungo periodo di nuova e forte devozione al culto dei martiri ebbe anche un rivoluzionario impatto sull’arte sacra, non solo pittorica, trasformandola in una potente arma di comunicazione per la Chiesa della Controriforma. L’influenza si manifestò in vari àmbiti.
Il “Ritorno alla purezza delle origini” in cui gli artisti del tardo rinascimento e del barocco iniziarono a studiare gli affreschi paleocristiani per ritrovare uno stile più “vero” e meno artefatto. Soggetti come il Buon Pastore, l’Orante e i simboli del pesce e della colomba tornarono prepotentemente nell’iconografia ufficiale per dimostrare la continuità tra la Chiesa moderna e quella apostolica.
La “Idealizzazione del martirio”: la scoperta di migliaia di tombe attribuite ai martiri fornì nuova linfa alla pittura drammatica; artisti come Caravaggio, Bernini e Rubens iniziarono a rappresentare scene di martirio con un realismo crudo ed emotivo volto a toccare il cuore dei fedeli e a glorificare il sacrificio per la fede, in netto contrasto con l’austera estetica protestante.
L’avvento del barocco, inoltre, creò intorno ai Corpi Santi una precisa arte devozionale, trasformandoli in vere e proprie opere d’arte, dove i resti estratti dalle catacombe venivano spesso ricomposti e adornati con gioielli, sete e ricami preziosi, esponendoli in teche di vetro integrate negli altari: un nuovo genere di scultura devozionale che univa il macabro alla gloria paradisiaca. Spesso le nuove chiese iniziarono a integrare elementi architettonici che richiamavano le cripte e i cubicoli sotterranei per evocare un’atmosfera di sacralità antica, portando così l’arte verso uno stile più didattico, persuasivo ed emotivo .
La ricomposizione dei Corpi Santi divenne una forma d’arte sacra più nota come “Santi Catacombali”, che ebbe un lungo periodo di diffusione tra la seconda metà del XVI secolo fino al XVIII secolo. Il processo era una vera e propria messa in scena del corpo eseguita quasi sempre da monache specializzate o esperti artigiani, i quali in una prima fase procedevano nel ricostruire lo scheletro in una posa realistica: le ossa venivano riassemblate utilizzando fili metallici, legno o paglia avvolte in strati di garza, seta o lino sottile, simulando la presenza di muscoli e carne per dare così un volume al corpo. Per il volto spesso si approntava una maschera di cera o di gesso sopra il teschio per ripristinare le sembianze umane; in altri casi il cranio veniva lasciato visibile ma decorato con ricami, poiché il martire non doveva apparire come un cadavere ma come un “vincitore” che risiedeva in Paradiso.
Egli veniva quindi vestito con abiti preziosi d’un lusso estremo, con velluti, broccati e sete ricamate con fili d’oro e d’argento. Spesso l’abbigliamento richiamava lo stile dell’antica Roma con armature da centurione o toghe, secondo l’idea rinascimentale del martire classico. Il corpo veniva letteralmente ricoperto di pietre preziose o in pasta vitrea, perle e paillettes, e a volte le pietre venivano incastonate nelle orbite oculari. Tra le mani, ricostituite anch’esse in cera o gesso, si collocavano una palma simbolo del martirio o una spada, e accanto al corpo veniva spesso posto il vas sanguinis, una piccola ampolla che si credeva contenesse il sangue del martire.

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Vas sanguinis di San Liberato (Calvisi).

Il corpo non veniva quasi mai disteso in orizzontale come in una tomba comune, ma solitamente raffigurato sdraiato su un fianco, appoggiato su un gomito come in un banchetto eterno o in uno stato di sonno vigile, e così adornato veniva sigillato in teche di legno chiuse con vetro e inserite sotto l’altare o in nicchie laterali, affinché i fedeli potessero vedere chiaramente la “gloria” del martire.
Con queste pratiche si andò a trasformare l’orrore della morte in un’immagine di bellezza ultraterrena, rendendo tangibile il concetto di resurrezione. Le monache di clausura furono le vere artefici di tale estetica, trasformando i laboratori dei conventi in centri di alta precisione artigianale. Il loro lavoro era considerato un atto di devozione estrema, e toccare le ossa dei martiri era un privilegio che richiedeva preghiera e digiuno. Esse utilizzavano la canutiglia, una tecnica di ricamo con l’uso di fili d’oro o argento avvolti a spirale a creare fiori, foglie e viticci, incastonando le pietre in reticoli di filo d’oro e trasformando lo scheletro in un giardino prezioso.
Le monache utilizzavano poi minuscoli ritagli di sete pregiate per rivestire le singole ossa, ma grazie a fessure lasciate appositamente nei tessuti degli abiti permettevano ai fedeli di scorgere frammenti dell’osso originale, garantendo l’autenticità della reliquia. Questi abiti in stile barocco e rococò raggiungeranno nel settecento livelli di sfarzo estremo.
Poiché i martiri dovevano apparire “vivi” nel paradiso, le monache creavano ghirlande di fiori artificiali fatti di seta, velluto o carta inamidata da porre sul capo o tra le mani del santo. Ogni fiore aveva un significato simbolico, per esempio il giglio rappresentava la purezza e la rosa la carità. Spesso erano i nobili della zona a donare i propri gioielli di famiglia al convento affinché le monache li usassero per adornare il “nuovo” santo protettore.
Le monache lavoravano dietro le grate della clausura, e il corpo veniva svelato alla comunità solo a lavoro terminato durante processioni solenni che celebravano l’arrivo del santo nel nuovo luogo, presso la sua nuova comunità.
Il fenomeno dei Corpi Santi fu smisurato: quel che era iniziato alla fine del cinquecento come un recupero devozionale si trasformò in una vera e propria “esportazione di massa” di reliquie da Roma verso tutta l’Europa cattolica; dalle catacombe furono estratti e inviati nell’Urbe e nell’Orbe migliaia di salme. Soltanto verso la Germania, l’Austria e la Svizzera vennero spediti oltre duemila scheletri interi tra il 1600 e il 1700. Ogni parrocchia o comune ambiva a possedere un “martire romano” per elevare il proprio prestigio, e la “fabbrica dei martiri” romana continuò a lavorare a pieno ritmo per soddisfare le richieste di sovrani, nobili e ordini religiosi.
Sarà soltanto verso la fine del XVIII secolo, con l’avvento dell’illuminismo e le riforme di sovrani come Giuseppe II d’Austria – il quale vietò l’esposizione di reliquie fastose in quanto contrarie alla ragione – che il fenomeno subì un brusco arresto.

Il corpo di San Liberato

L’intera concezione di Corpo Santo è ben rappresentata in una piccola realtà della Media Valle del Volturno in provincia di Caserta, nella zona del Sannio Alifano. Si tratta di un unicum in tutta l’area, e teologicamente, cultualmente e artisticamente riassume tutto quanto abbiamo finora descritto. È il corpo di San Liberato Medico e Martire venerato in Calvisi, casale di Gioia Sannitica in provincia di Caserta, un piccolo villaggio oggi di poco più di 200 anime che conserva una antropizzazione e urbanizzazione risalente al IV secolo avanti Cristo. 

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La teca di San Liberato.

Si narra che Liberato fosse originario di Cartagine; medico, coniugato e padre di due figli, visse nel V secolo dopo Cristo durante le persecuzioni contro i cristiani a opera dei vandali di Genserico e successivamente di suo figlio Unnerico.
Nel 484, sotto il regno di Unnerico, Liberato fu arrestato, torturato e condannato a morte per la sua fede in Cristo. La leggenda vuole che i resti siano stati traslati in Italia nel IX secolo presso la catacomba di Priscilla. Le reliquie di San Liberato giunsero a Calvisi nel 1687, su richiesta del vescovo De Lazzara il quale venne incontro al desiderio della popolazione del borgo che da diversi anni chiedeva le reliquie di un santo.
Il protocollo del notaio Francesco Paterno di Piedimonte di Alife del 1687 menziona la donazione, facendo riferimento come da prassi a un’autentica andata poi smarrita. Tale autentica avrebbe dovuto specificare il nome del santo, la descrizione anatomica delle ossa, il luogo di provenienza (catacomba o chiesa), la data di prelievo e donazione e il nome del donatore, anche se il parroco Caso cita tra le pagine del suo diario alla metà degli anni ‘20 del secolo scorso la provenienza dalla catacomba di Priscilla sulla via Nomentana Nuova a Roma.
Nonostante le incertezze storiche, la devozione popolare verso il martire è sempre stata intensa e sentita. L’arrivo delle reliquie nel 1687 segnò l’avvio di un culto che si è tramandato di generazione in generazione e che iniziò a prosperare ben presto, quando con il terremoto del 5 giugno 1688 il villaggio non subì alcun danno, laddove in gran parte del Sannio crolli e decessi furono enormi. Le fonti citano la completa distruzione degli edifici del vescovato, totalmente rasi al suolo, e della cattedrale normanna di Alife della quale si salvò solo l’abside con i resti di papa Sisto I, traslati da Roma nel 1132 a opera del conte Rainulfo II Drengot; mentre le visite ad limina dello stesso anno riferiscono di distruzioni indicibili in tutta la Diocesi di Alife.
Altrove vi furono danni impressionanti. Cerreto Sannita a soli 15 chilometri da Calvisi restò completamente distrutta, così come Telese e decine di abitati in tutto il Sannio. Calvisi fu tra i pochissimi centri urbani a non subire quasi alcun danno, ma soprattutto a non contare vittime, cosa che divenne un miracolo imputato al Santo. Da quel momento la fama del martire si sparse a macchia d’olio in tutta la Media Valle del Volturno.
I suoi resti sono completamente assemblati con la raffigurazione e modellizzazione del volto, delle mani e dei piedi in cera. È vestito in stile barocco con una splendida tunica verde e pantaloni bianchi stretti alla caviglia, il tutto in preziosa seta con ricami floreali in filo d’oro e d’argento e pietre in pasta vitrea ad abbellire ulteriormente i ricami. L’interno della teca originale è addobbato con preziose stoffe a mo’ di palcoscenico. Sul torace la tunica si apre a mettere in vista le ossa: vi era posta in origine anche la virga martyrii la “palma del martirio”, oggi inserita nella mano destra, mentre in basso accanto ai piedi sta il vas sanguinis, il sangue raccolto in un’ampolla, facendo di questo l’unico Corpo Santo interamente conservato nella Media Valle del Volturno.

Il terremoto fu dunque, nella più classica tradizione teologica, il banco di prova della santità del martire. Il culto ebbe a crescere in modo esponenziale, portando alla nascita di un doppio pellegrinaggio, da Alife e Piedimonte Matese (un tempo Piedimonte di Alife) e da Cusano Mutri. E quest’ultimo è divenuto il pellegrinaggio di maggiore particolarità, dove si unisce fede, culto e sincretismo.
In realtà il movimento di genti da Cusano Mutri a Calvisi risale in forma strutturata al medioevo, quando il villaggio insieme al castello di Carattano con terre e sudditi viene donato da Ruggero II d’Altavilla Re di Sicilia, cognato del Conte di Alife Rainulfo II Drengot, all’abbazia benedettina di San Salvatore di Telese nel 1134. Tale atto crea di fatto il feudo ecclesiastico di Carattano, delimitato in parte dal torrente Arvento, piccolo corso di acqua che per oltre 2000 anni ha conservato il ruolo di confine, prima tra le tribù federate sannite dei pentri e dei caudini, poi delle città romane di Alife e Telese, degli stessi gastaldati longobardi, dello Stato normanno di Rainulfo II Drengot, restando infine confine tra le due diocesi.
Esistevano però già rapporti tra le due comunità dall’epoca sannita, legati alla pastorizia, al commercio di prodotti agricoli e artigianali, considerando che le due comunità distavano via montagna due ore e poco più di cammino e facendo parte di quel sistema delle touta sannitiche, ovvero quei nuclei etnici affini che erano concentrati sulle falde delle montagne, nelle vicinanze delle cime fortificate e lungo le vie di comunicazione costituite da sentieri e piste.
Con la creazione del feudo ecclesiastico, quell’antico rapporto acquisì una forma che cominciò a prevedere come era in uso nel medioevo un pagamento per l’ingresso al feudo, che si realizzava di fatto al varco di questo, sul confine definito dall’Arvento per chi giungeva da nord-est. Quell’uso, con l’arrivo dei resti del martire, si trasformò in una sorta di sincretismo religioso, e i momenti di scambio commerciale divennero occasioni di pellegrinaggio: la festività del martire, la seconda domenica di maggio, diventò un appuntamento fisso, con i pellegrini che venivano attesi dal parroco al varco dell’antico torrente per essere accompagnati al santuario.

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L’arrivo in processione dei pellegrini da Cusano Mutri.

Qui, come altri pellegrini giunti da altrove, si recavano in ginocchio alla teca del martire posta lateralmente nella navata destra della chiesa santuario, chiusa da una lastra di vetro dove egli era posto in posizione supina, lievemente rialzata con il capo reclinato verso destra e il braccio piegato verso il volto, in una posa plastica tra sofferenza e beatitudine. Tutto avveniva in un tripudio di popolo al suono delle campane, in un susseguirsi di messe liturgiche accompagnate dal panegirico del martire e dalle lodi recitate da oratori in una chiesa affollata di devoti e pellegrini, i quali spesso attendevano il momento della processione di metà giornata quando la statua del martire santificata da una reliquia conservata in un reliquiario di argento e posta sul torace veniva portata in processione per le strade del villaggio.
La devozione con il passare dei secoli è restata quasi immutata, conservando in particolare tutti gli elementi di regolamentazione del culto e della devozione, ma con l’aggiunta nel panegirico di aver salvato il paese dal colera del 1832 e dai bombardamenti dell’artiglieria americana nell’ottobre 1943, mentre con il tempo si sono accumulati ex voto per grazie ricevute che restano nell’àmbito del culto degli elementi classici della regolamentazione del XVI secolo.

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Calvisi, un momento della processione.

Negli scorsi anni ‘60, seguendo sempre le indicazioni dei regolamenti, il parroco Lorenzo Matarazzo volle dare maggior rilievo al Corpo Santo: la teca del martire fu spostata nella cappella laterale a qualche metro dal precedente sito in una forma di ulteriore abbellimento, ponendo la teca stessa su un altare di preziosi marmi rosa di Carrara in una cappella rivestita degli stessi marmi, frutto di una donazione e della raccolta dei fondi necessari tra i residenti e gli emigrati in Gran Bretagna, Svizzera e Stati Uniti grazie a un lungo viaggio che impegnò l’allora parroco per diversi mesi.
Il rito, il culto e la liturgia di San Liberato sono ancora vivissimi a Calvisi, dove rappresentano un vettore di fede nella classica definizione religiosa e nella funzione di intercessione tra uomo e Dio. Ma al di là dell’aspetto religioso, la presenza di un Corpo Santo nel paese e nell’area territoriale limitrofa è ispiratrice di arte sacra di notevole qualità, nonché di un prezioso “bene immateriale” sotto la forma di usi, costumi e tradizioni fortemente innestati in questi luoghi, collante tra persone e tra comunità diverse.

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Posizione di Calvisi.

 

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